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Capitan Ciccio e la pesca miracolosa del Satiro Danzante

Il capolavoro dell'arte greca recuperato in mare da un marinaio tenace, dal 2005 gode a Mazara del Vallo di un omonimo Museo

Il Satiro Danzante di Mazara del Vallo

Nella vita dell’uomo capitano sovente degli eventi fortuiti che ne sconvolgono il percorso. Chi lo avrebbe predetto al cinquantenne Francesco Adragna, che quel 4 marzo del 1998 – lui scherza sull’allusione alla canzone di Lucio Dalla e al «bell’uomo e veniva, veniva dal mare / parlava un’altra lingua», sì proprio così, la lingua di Platone – come capitano del peschereccio Capitan Ciccio, per antonomasia, della flotta marinara di Mazara del Vallo (prov. Trapani), avrebbe fatto una pesca miracolosa. E mai il proprietario del tesoro perduto nel mare, con probabilità assieme alla sua vita, l’antico uomo dall’identità e nazionalità ignote, ma certo raffinato gustatore di arte, avrebbe potuto supporre che il suo efebo, acquistato con tanto amore, finisse in una terra assai lontana e non prevista dal suo misterioso itinerario marittimo.

Da mozzo già a 14 anni una vita trascorsa tra le spiagge di Lampedusa e Capo Bon, fino a divenire capitano di peschereccio, tutto era cominciato nel luglio del 1997, quando durante una battuta di pesca la rete, gettata in una cala in una zona nuova di pesca, era stata issata a fatica a bordo, resa pesante da uno strano oggetto nero che risaliva dai fondali del Canale di Sicilia in acque internazionali ad una profondità di 500 metri a sessanta miglia al largo di Mazara. Lo stupore colse i marinai nell’osservare impigliata tra la rete una gamba di bronzo. L’annunzio e la consegna alle autorità marittime aveva sortito scarso effetto. Perciò quasi un anno dopo il capitano si era attivato in prima persona, alla vista della presenza in loco di un sommergibile americano. Aveva ripreso le ricerche in quel tratto di mare e nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1998, la sua perseveranza era stata premiata con il sollevamento e l’emersione dal mare di un mirabile busto. Racconta che quando l’equipaggio imbragò nelle reti il Satiro chiacchierava alla radio con il comandante di altra imbarcazione. Alle grida dei marinai corse fuori dalla cabina e scorse la statua, piena di fango, che pian piano riemergeva dalle acque e sembrava che lo guardasse. Finalmente aveva ritrovato il resto e di ciò avvertì subito via radio la Capitaneria di Porto.

Individuata ad inizio come immagine di Eolo, re dei venti (Il dio del Vento nella rete dei pescatori, in Repubblica.it, 5 marzo 1998), fu esposta in una vasca di acqua dolce deionizzata nell’ex Collegio dei Gesuiti. Si comprese subito il rilievo del recupero, tanto che subito venne a Mazara il ministro dei Beni Culturali, Walter Veltroni. Gli elementi iniziatici e rituali del corpo umano associato ad elementi ferini come orecchie, coda, zampe e corna caprine ne hanno rivendicato la figurazione mitopoietica del Satiro o Fauno, prosopopea della natura boschiva selvaggia e legato al culto orgiastico e lascivo di Dioniso, oppure Pan.

Il Satiro danzante nell’esposizione ai Musei Capitolini di Roma (Wikipedia)

Il compianto Sovrintendente del mare di Palermo, Sebastiano Tusa, imprevedibilmente scomparso a 67 anni nell’incidente aereo a Bishoftu in Etiopia il 10 marzo 2019, in viaggio verso un congresso a Malindi, ipotizzò il naufragio in Tunisia, nell’area marittima tra Pantelleria e Capo Bon e datò l’opera in età ellenistica tra il III e il II secolo a.C. (2003). Con lui concorda Eugenio La Rocca, sovrintendente di Roma, data l’irruenza del movimento che supera l’armonia classica, come appare anche in gemme e rilievi dell’epoca. Invece Paolo Moreno dell’Università di Roma Tre la retrocesse fino al IV sec. a.C., attribuendola addirittura alla scuola di Prassitele. Andò oltre indicandone l’identità come il celebre Satiro periboetos (“di cui si parla molto” o secondo un passo platonico “chi grida da pazzo”), fuso in bronzo nel 370 a.C. e citato da Plinio (Storia naturale, XXXIV, 69, Liberum patrum Ebriatem nobilemque una satyrum quem Graeci periboeton cognominant). Così appare davanti a Dioniso in un vaso attico del IV sec. a.C. Si trattava di una delle prime opere di Prassitele, si diceva collocata sulla Via dei Tripodi ad Atene, il delicato efebo dalle orecchie ferine che versava dall’oinochòe (‘coppa’) con la mano destra alzata il vino nella patera che protendeva con la mano sinistra. Di lui ci sono pervenute due copie marmoree ritrovate ad Anzio e Torre del Greco. Successivo, intorno al 340 a.C., un altro “Satiro in riposo” (Anapauòmenos), appoggiato ad un tronco di albero, del quale abbiamo una copia di età adrianea ai Musei Capitolini di Roma.

Nulla a che vedere per dinamicità e movimento orgiastico con la staticità del passo di danza sulle punte dei piedi del Satiro con coda equina databile al II secolo d.C., vecchio con barba folta e lunga, rinvenuto nel 1824 durante gli scavi della Villa dei Bruttii Praesentes presso Monte Calvo in Sabina, restaurata intorno al 1830 da Bertel Thorvaldsen e conservata nella Galleria Borghese, acquistata dalla famiglia.

Una veduta di Mazara del Vallo (Immagine ripresa da FB)

Il capolavoro dal 2005 gode a Mazara del Vallo, dal 2010 “città d’arte”, di un omonimo Museo del Satiro Danzante, assegnatogli dalla Regione Siciliana e ubicato nell’ex chiesa di Sant’Egidio del 1.500, in Piazza Plebiscito e dipendente dal 2010 dal Museo Pepoli di Trapani. Ad attualizzare la danza su un cartello informativo del Museo la frase, «Voglio vederti danzare come i dervisci tourners che girano sulle spine dorsali…» dalla canzone “Voglio vederti danzare” di Franco Battiato (1982). Arricchiscono il percorso museale reperti di molti secoli recuperati nel canale di Sicilia, a cominciare da una zampa di elefante in bronzo di età ellenistico-punica (I-III sec. a.C.) e anche carte nautiche del 1700 ritrovate pure da Adragna, una collezione di anfore da trasporto di diverse epoche, arcaiche, ellenistiche, medioevali, un calderone bronzeo medioevale, bracieri di terracotta, due cannoni in ferro di Torretta Granitola, come i tre capitelli in stile dorico, ionico e corinzio (www.mazaraonline.it e sito del Comune e scheda di Rosalia Camerata Scovazzo). La visione museale si avvale di un percorso con pannelli in alfabeto Braille e una copia in dimensioni reali può essere usufruita col tatto.

Il Museo del Satiro Danzante a Mazara (Wikipedia)

La statua, rarissimo prototipo di statuaria bronzea greca, sei millimetri di spessore del bronzo, di circa 2,8 m di altezza e del peso di 96 kg, priva delle braccia e della gamba destra, rappresenta l’immagine di un fauno dionisiaco con il capo abbandonato indietro, in una superba torsione del dorso, la chioma fluente al vento in fitte ciocche all’indietro, orecchie a punta di tipo equino e attacco di coda, labbra socchiuse, genitali scoperti, in quell’estasi divina che traspare da quegli occhi perfettamente conservati, di calcare alabastrino integrato da pasta vitrea colorata, dalla torsione del busto che rendono evidente ed enfatizzano questa frenesia della sfrenata danza bacchica, in trance in preda all’estasi e al sacro furore prodotto dall’ebrezza del vino durante il corteo orgiastico di Dioniso assieme alle Menadi.

È un prodigioso fermo immagine di un giovane bellissimo al momento di compiere il salto, le braccia distese in avanti, sulla punta del piede destro, sollevata la gamba sinistra. Si devono immaginare, secondo l’iconografia di satiro in estasi, nella mano destra il tirso, simbolo fallico, bastone rituale di Dioniso, di corniolo o ferula, ornato di un nastro di lana o foglie di edera o vite e coronato da una pigna, nella sinistra il kantharos o coppa di vino a due manici, su tale braccio la pelle di pantera, l’elemento ferino.

Scriveva Luciano di Samosata (120-190): «Tralascio di dire che non si trova nessun rito misterico antico senza la danza, senza dubbio perché li istituirono Orfeo, Museo e i migliori danzatori di allora, avendo posto anche questa bellissima legge, che si svolgessero con ritmo e danza… Penso che non ti aspetti di sentire da me che i culti dionisiaci e bacchici erano tutti danza» (La danza, 15, 22).

Restaurata con perizia dall’Istituto Centrale per il Restauro di Roma in quattro anni di minuzioso lavoro, liberandolo dalle incrostazioni e dalle concrezioni fisico-chimiche di organismi marini, prima di questa sede provvisoria a Mazara ha fatto la sua folgorante apparizione il 31 marzo 2003 a Palazzo Montecitorio (fino al 2 giugno), ai Musei Capitolini (6 giugno – 6 luglio), nel 2005 in Giappone, esposto al Museo Nazionale di Tokio, e ha rappresentato l’Italia all’Expo Universale di Aichi, ad inizio 2007 al Louvre a Parigi in margine ad una mostra dedicata alle opere di Prassitele.

Certo poca cosa la ricompensa per il ritrovamento e la consegna di un capolavoro di valore inestimabile, di una tale straordinaria bellezza e fattura da essere attribuito addirittura al divino Prassitele di Atene (400/395- 326 a.C.), quei cinque milioni di euro valutati dal perito e il 25% (1,250 milioni di euro), assegnato fra liti legali, da dividere tra l’armatore Toni Scilla, Adragna e gli otto uomini del suo equipaggio secondo le norme del codice del “pescato” (Codice della Navigazione, Regio decreto 30 marzo 1942, n. 327, ultimo aggiornamento 14 agosto 2020, Salvataggi, recuperi e rimorchi in mare, vedi pure Convenzione di Londra del 1989, introdotto in Italia con D.L. 1995, «Il ritrovatore, che adempie agli obblighi della denuncia e della consegna, ha diritto al rimborso delle spese e a un premio pari alla terza parte del valore delle cose ritrovate, se il ritrovamento è avvenuto in mare».).

Capitan Ciccio, Francesco Adragna, (foto da https://www.primapaginamazara.it/ )

Il sogno del Capitano: accanto ad ogni reperto il nome dei colleghi caduti in mare e un Museo del mare a Mazara dedicato ai pescatori morti sul lavoro. Forse una dedica varrebbe anche ai tanti che hanno tentato e tentano di raggiungere la terra promessa.

Oggi si contenta di vivere con i proventi della sua Società e della sua motopesca, che con fede del miracoloso destino e in omaggio al supposto autore della statua ha voluto battezzare Prassitele.

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