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“The Many Saints of Newark”: uno sguardo sul Tony Soprano rivisitato da David Chase

Dopo l'uscita del film un italoamericano riflette sull'attrazione morbosa della serie su stereotipi e sull'archetipo del boss mafioso che abbiamo amato e odiato

di Pasquale Palumbo
I delinquenti sono un punto fermo della cultura pop americana dall’inizio del ventesimo secolo. Gli americani amano le storie che parlano di mafia, come è evidente dalla presenza costante del Padrino… mi sento spesso un ipocrita a denunciare gli stereotipi italo-americani negativi mentre, allo stesso tempo, li accetto in serie TV, film e podcast. Mentre la rappresentazione della sottocultura è sempre controversa, lo show I Soprano ha fatto sì che l’America non potesse non guardarlo per diverse ragioni.

Il nuovo film di David Chase “The Many Saints of Newark”, un prequel dei Soprano ambientato durante le proteste di Newark degli ultimi anni 60, è una lente di ingrandimento sui modi in cui le persone che circondavano il giovane Tony Soprano, interpretato straordinariamente da Michael Gandolfini, figlio dell’attore defunto James, lo hanno influenzato nel diventare il mostro che noi tutti conosciamo. E mentre il film si concentra parzialmente su come Tony non potesse evitare di venire estasiato da suo “zio” Dickie Moltisanti, mi ha fatto pensare a come lo stesso fascino ci abbia attratto a I Soprano in primo luogo.

Cos’ha fatto Tony Soprano per far si che fosse irresistibile guardarlo ogni settimana? È stato il fatto che fosse spesso affascinante e divertente negli episodi della serie TV? O il fatto che fosse ricco e potente e ammirato dalla sua banda? O c’era qualcosa di più? Questo personaggio è l’apoteosi di un anti-eroe post-moderno – un feroce, brutale, sanguinario e sadico criminale, che non si ferma davanti a nulla per raggiungere i propri obiettivi, che siano finanziari, imprenditoriali o edonistici. Insomma, un mostro, e francamente è probabilmente questa la vera ragione per cui il personaggio è considerato un simbolo della criminalità organizzata. Tony è responsabile in prima persona di otto omicidi sullo schermo e, in quanto boss della famiglia DiMeo, ha le mani macchiate del sangue di altre dozzine di persone. Le sue vittime includono due membri della sua famiglia e uno dei suoi migliori amici. Se non fosse per l’intervento di un paio di infermieri avrebbe ucciso la sua stessa madre. Eppure ogni settimana lo ammiravamo, facevamo il tifo e soffrivamo per lui. Ti porta a chiederti chi siano i veri depravati, specialmente pensando a quelli tra noi che hanno vissuto dovendo combattere gli stereotipi nelle nostre vite mentre, allo stesso tempo, li accoglievamo nei film e nelle serie TV che guardavamo. 

I delinquenti sono un punto fermo della cultura pop americana dall’inizio del ventesimo secolo. Gli americani amano le storie che parlano di mafia, come è evidente per via della presenza di citazioni del Padrino disseminate per tutta la cultura popolare. Questo non vuol dire che queste storie non presentino problemi, in particolare quando affrontano la perpetuazione di uno stereotipo per quanto riguarda alcuni elementi della comunità italoamericana. Ho scritto spesso del modo in cui alcuni di questi stereotipi mi hanno toccato personalmente, eppure c’è una parte di me che, forse morbosamente, mi spinge a guardare questo genere di media. Mi sento spesso un ipocrita a condannare gli stereotipi italoamericani negativi mentre, allo stesso tempo, li accetto negli show, nei film e nei podcast che consumo. Mentre la rappresentazione della sottocultura è sempre controversa, lo show I Soprano ha fatto sì che l’America non potesse non guardarlo per diverse ragioni. In parte dramma greco, in parte dramma morale ed in parte Opera italiana, misto alle note mafiose consolidate da Coppola e Scorsese e con uno strato aggiuntivo di cultura pop, I Soprano hanno cambiato il modo in cui guardiamo la televisione per sempre. 

Nonostante serva l’unione perfetta di vari fattori creativi per produrre uno show di qualità così alta, I Soprano ha beneficiato di una delle scritture più originali che siano mai state prodotte per il piccolo schermo. Chase ed i suoi co-sceneggiatori hanno toccato molti temi nel corso della serie – prima di tutto psicologici, filosofici, sociali e politici. Non è stato il primo show ad esplorare questi argomenti, ma ha compiuto il passo senza precedenti di combinare questi temi con alcune delle parti, ormai stereotipate, del genere “gangster”: l’inettitudine, la lingua storpiata, e l’incapacità a comprendere le basi della vita di tutti i giorni per via di un’istruzione scarsa o interrotta troppo presto. Questi aspetti hanno creato la serie drammatica più divertente della televisione. E come lo hanno fatto? Creando strati di umorismo e dramma che formano uno schema intricato. Il più delle volte, le complessità di questo Drama carico di humor ci hanno forzato a decidere tra risate e shock viscerale, scelta ben incapsulata dal giovane mafioso Christopher Moltisanti, che affermava di non sapere se fosse meglio “to shit or go blind”. Gli editori dello show hanno unito le scene in modo da farti ridere un minuto è, quello seguente, farti coprire la bocca per via dello shock causato da un qualche atto di brutalità bestiale.

Uno degli aspetti più riusciti dello show è stato il mostrare questi gangster in una luce nettamente meno idealizzata rispetto a film come Il Padrino ed altri. Era il realismo dei personaggi buffoneschi che faceva sì che gli spettatori continuassero a tornare e non l’idea che fossero personaggi da idolatrare. I personaggi erano sicuramente stereotipati, ma erano anche incredibilmente credibili, nel senso che non era una forzatura pensare che potessero esistere (al contrario della caricatura vivente che era Gianni Russo, che più lo ascolti meno diventa credibile). Il realismo dello show è rinforzato dal fatto che nessuno dei personaggi possa necessariamente essere ridotto ad un’unica caratteristica o ad un personaggio tipo. I personaggi sono così ben sviluppati da appellarsi direttamente ai sentimenti del pubblico. Sono criminali? Certamente – ma per molti versi sono esseri umani imperfetti come ognuno degli spettatori, e portano il pubblico a scuotere le spalle e a ripetere l’emozione condivisa spesso da Tony: “Che ci vuoi fare?” Le scene più avvincenti, spesso, erano quelle in cui i personaggi avevano a che fare con le indegnità più varie e mondane della vita. Direi che è proprio il realismo che guardavamo. Vedevamo i personaggi come persone reali, non creazioni fittizie; in alcuni casi, le persone reali con cui siamo cresciuti (specialmente se sei un bambino del Queens come me). Ciò a cui spesso si accenna, ma che non viene mai discusso apertamente, è che tutti i problemi di Tony sono autoinflitti poiché lui vive la vita che ha scelto, una vita da cui molte madri italoamericane mettevano in guardia i propri figli. 

Michael Franzese, ex Caporegime della famiglia Colombo, cristiano rinato e oratore motivazionale, ha abbandonato la sua vita nella mafia più di vent’anni fa e continua a sostenere che Cosa Nostra sia una “vita crudele”. Franzese dice di non conoscere nessuno in quel mondo la cui vita personale non sia stata rovinata, e le cui famiglie non siano state completamente distrutte, inclusa la sua. Forse è questo il messaggio fondamentale di I Soprano. Per parafrasare Livia Soprano, la madre arpia di Tony: “È tutto un grande nulla.” Ed è forse questo il messaggio della serie: chiunque sia coinvolto in quella vita non può finire bene.

Traduzione di Emma Pistarino

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