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Totò, principe di Napoli, il più bravo nel recitare divertendo la sofferenza della vita

Antonio De Curtis condensa il meglio del genio napoletano nell'arte della recitazione, scrittura e improvvisazione che trasformano l'esistenza in teatro

Totò

Per poter parlare del Principe Antonio de Curtis bisogna fare un rapido riferimento storico all’arte della recitazione e della scrittura a Napoli. Le radici storicamente documentate  partono dalla metà del ‘500 in quel periodo è provato che si formarono le prime compagnie comiche. infatti in un atto notarile, citato da Benedetto Croce ne “I Teatri di Napoli”, si parla della costituzione di una compagnia fra 5 comici di cui ben 2 erano napoletani “per fare et recitare comedie”. Da “Pulicenella”, maschera nata sul finire del ‘500 ebbe come interprete un grandissimo attore Silvio Fiorillo ritenuto, probabilmente, il vero inventore della maschera. Si passa poi per Giambattista Della Porta (Napoli 1535-1615) e al coetaneo Giulio Cesare Cortese fino ad arrivare ai moderni e contemporanei Geppino Anatrelli, Concetta e Peppe Barra, Vittorio Caprioli, Carlo Croccolo, Nuccia e Nunzia Fumo, Roberto de Simone, Eduardo Scarpetta, i De Filippo, Aldo e Carlo Giuffrè, i Maggio, Gilda Mignonette, Rina Morelli, i Petito, i Rondinella, i Taranto, Raffaele Viviani, Gustavo De Marco e tantissimi altri ancora.

Totò

La lista è lunghissima e fu a Napoli che alla fine dell’800, precisamente il 15 febbraio 1898 nasce, da una relazione clandestina tra Anna Clemente e il marchese Giuseppe De Curtis, Totò. Il padre marchese non lo volle riconoscere e la madre, a soli 17 anni, affrontò la società di fine ‘800 con forza e una buona dose di provocazione non lasciando il suo amante e del piccolo Totò si occupò la nonna materna ed un collegio. Per il nostro essere figlio di N.N., come si diceva allora, non fu cosa facile e combattere nei vicoli di Napoli non fu cosa semplice ma, come si dice, piovve sul bagnato allorchè da studente al primo ginnasio del Collegio Cimino, durante la ricreazione, stava giocando a boxe con uno dei precettori quando un colpo, sferrato con una certa intensità, lo colpì in pieno volto. Il naso iniziò dunque a sanguinare e, inoltre, il piccolo de Curtis avvertì un forte dolore alla mascella che provocò la deviazione del setto nasale e la rientranza della stessa. Tutto ciò diede al nostro un aspetto facciale non proprio armonico. E fu così che nacque la sua fortuna: de Curtis acquisì il volto di Totò, la sua “maschera” naturale. Una targa commemorativa in via Carbonara, proprio nel luogo in cui sorgeva il collegio Cimino e dove ora c’è l’hotel Palazzo Caracciolo è stata posta il 19 giugno del 2018.

Da quella maschera naturale trasse la sua vis comica che l’hanno fatto accostare ai grandi nomi della commedia mondiale come Buster Keaton, Charlie Chaplin e i fratelli Marx. Molti ancor oggi tendono a vedere Totò solo come l’attore che vediamo nei film mentre fu anche commediografo, poeta, paroliere e sceneggiatore ma di tutto ciò la solita critica nostrana non se ne occupò mai e lo respinse sempre come se fosse un guitto qualunque e, come quasi sempre accade, dopo la morte lo rivalutò riconoscendogli tutto ciò che in vita gli aveva sempre negato.

Liliana Castagnola

Trasferitosi con la famiglia a Roma negli anni ’20 Totò venne finalmente riconosciuto dal padre che, oltretutto, sposò anche la madre e fu nella capitale che dovette tentare di salire i primi crudeli scalini del palcoscenico. Il capitolo forse più amaro della sua vita fu Liliana Castagnola, chanteuse affermata in tutta Europa e per la quale c’erano stati duelli e dilapidazioni di interi patrimoni fortune non di molti uomini. Liliana giunse a Napoli nel dicembre del 1929 scritturata dal Teatro Santa Lucia ed era incuriosita dal veder recitare l’artista napoletano Totò, così si presentò una sera a un suo spettacolo, destandone l’attenzione. Totò le mostrò il proprio interesse inviando delle rose alla pensione dove viveva Liliana e da quella sera nacque una love story. La Castagnola era bellissima come si può notare dalla sua foto, ma questa volta fu lei ad innamorarsi di Totò che lasciandola la portò alla decisione fatale del suicidio testimoniata da una lettera: “Perché non sei voluto venire a salutarmi per l’ultima volta? …… Mi hai fatto felice o infelice? Non so. In questo momento mi trema la mano… Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno……… Addio. Lilia tua” a cui Totò rispose con questi versi: “È morta, se n’è ghiuta ‘n paraviso! Pecchè nun porto ‘o llutto? Nun è cosa rispongo ‘a gente e faccio ‘o pizzo a riso ma dinto ‘o core è tutto n’ata cosa!” Totò rimase totalmente sconvolto da quella tragedia e non se lo perdonò mai per tutta la vita e, per ricordarla, fece seppellire Liliana nella sua tomba di famiglia e alla prima figlia diede il nome di lei battezzandola: Liliana De Curtis.

Oggi si conosce Totò dai cento film che fece ma il vero Totò come disse la sua vera “spalla” l’attore Mario Castellani e, più modestamente, mio padre, “Totò era il teatro” dal vivo dove con tante riviste messe in scena girò in lungo e largo per l’Italia facendo sempre il pieno. Mio padre che, da giovane, non si perdeva un solo lavoro teatrale negli anni ’30 mi diceva che, spesso, rivedeva lo stesso spettacolo più volte e lui lo modificava sulla propria ispirazione ogni sera. Non si fece mancare, inoltre, né la radio e né il cinema. Le tragedie non lo abbandonarono mai e, dopo aver subito il distacco della retina all’occhio sinistro da giovane, la completa cecità lo colse all’improvviso, durante la tournée della rivista gestita da Remigio PaoneA prescindere” la sera del 4 maggio 1957, sulle tavole del Politeama a Palermo, vestito da Napoleone. Cominciò a battere le palpebre come per togliersi qualcosa dagli occhi e con le pupille sbarrate si accorse di non vedere più nulla. In scena nessuno se ne avvide e, accelerando i tempi, tagliando le battute, con una vitalità sempre uguale, fece scoppiare di risate il suo pubblico e, tra le ovazioni di un teatro impazzito, si avviò ad intuito verso le quinte.

Da quel momento e per oltre un anno fu notte fonda nel vero senso della parola finché riuscì a recuperare appena 2 decimi al suo occhio destro e con questi soli due decimi lavorò fino alla morte che avvenne il 15 aprile del 1967. La sera del 13 aprile del ‘67 al suo autista, Carlo Cafiero, che lo accompagnava a casa a bordo della sua Mercedes, Totò confessò: “Cafie’, non ti nascondo che stasera mi sento una vera schifezza“.

Anche per i funerali Totò fu unico gliene dovettero fare 3, il primo a Roma ai Parioli dove viveva con Franca Faldini alla presenza dei suoi familiari e di tanti colleghi. Il secondo nella sua Napoli, ovviamente, nella Basilica del Carmine Maggiore ed io a 18 anni ero lì con la città completamente paralizzata, solo con il primo scudetto ho visto tanta gente in strada. Poi ci fu il terzo funerale per il quale la figlia Liliana fu avvicinata dal “Sindaco del rione Sanità” al secolo Luigi Campoluongo, meglio nato come “Nase ‘e cane” capo supremo della “camorra” che non era quella che si conosce oggi e dalla cui storia un altro grande Eduardo De Filippo trasse la sua omonima commedia. Il guappo chiese alla figlia di Totò un altro funerale, da tenersi proprio alla Sanità, nella chiesa di San Vincenzo, con una bara vuota. E così il 22 maggio il Rione Sanità ebbe il suo funerale e  anche qui a migliaia si riversarono per le vie.

Totò, il principe della risata, aveva pianto e sofferto molto nella sua vita privata ma a compendio di questa scarna rappresentazione di questo grande figlio di Napoli suggerisco di ascoltarlo e vederlo recitare la sua più famosa poesia “A livella”.

Secondo articolo di una serie sulla cultura napoletana (Qui la prima puntata)

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