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Leonardo Sciascia, lo scrittore che continua a rompere a 30 anni dalla morte

Nel giorno della scomparsa, quel 20 novembre del 1989, l'autore aveva appena 68 anni: troppo presto, di più per quello che avrebbe potuto ancora scrivere

Leonardo Sciascia (Illustrazione di Antonella Martino)

Ci sono molti modi di ricordare Leonardo Sciascia. A ognuno il suo, si può ben dire. Forse quello che più gli garberebbe è trarre dallo scaffale della libreria uno dei suoi libri: non importa se i primi, Le favole della dittatura, i saggi su Luigi Pirandello, Le parrocchie di Regalpetra; o l’ultimo racconto, forse il più atroce, spietato: Una storia semplice. Sciascia è un tutt’uno, un grande unico romanzo italiano, suddiviso in innumerevoli capitoli. Si può fare una sorta di pesca a strascico, comunque è un buon “pescato”.

Oggi è il giorno del ricordo e del rimpianto, perché quel 20 novembre del 1989 aveva appena 68 anni; è sempre troppo presto, ma per Leonardo di più. Quanto ci manca, che tremendo vuoto ha lasciato; quanto bisogno ci sarebbe ancora di lui, del suo consiglio, del conforto della sua critica; della sua straordinaria capacità di “vedere”, “sentire”, capire.

Nel tanto che abbiamo di lui, una sorta di appello, un “messaggio” di poche, intense righe, dettate il 18 maggio 1979; parole che il tempo non ha usurato, anzi: quello che accade le rende più che mai attuali, “contemporanee”.

 Credo si possa usare il verbo rompere, in tutta la sua violenza morale e metaforica. Rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà; rompere questa specie di patto tra le stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane; rompere l’equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo; rompere le uova nel paniere, se si vuole dirla con linguaggio ed immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata; e così via… Come dice il titolo del recente libro di Jean Daniel, questa è l’era della rottura – o soltanto l’ora. Non bisogna lasciarla scivolare sulla nostra indifferenza sulla nostra ignavia”.

Quello che conta, dunque, al di là dei risultati che pure sono importanti, è non cedere alla tentazione dell’indifferenza, dell’ignavia. “Sciaurati, che mai non fur vivi”, definisce Dante gli ignavi, “coloro che visser sanza infamia e sanza lodo”.

Quello che conta è il dire NO al patto tra le stupidità e la violenza.

Piace pensare – anche le illusioni a volte sono benefiche – che da qualche parte, lui e altri come lui, ci guardano e ci sorridono.

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