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Le forme d’arte del Tibet ignoto colorano l’Asia Society Museum di New York

Inaugurata presso il museo lungo Park Avenue la mostra "Unkwnown Tibet", composta dai dipinti tibetani raccolti cento anni fa da Giuseppe Tucci

Nagasena Arhat 17th century Possibly Kham (East Tibet). Tradition: GelugPigments on clothMU-CIV/MAO “Giuseppe Tucci,” inv. 933/766. Courtesy of the Museum of Civilisation-Museum of Oriental Art "Giuseppe Tucci," Rome

Si tratta della prima esibizione mai organizzata nell’emisfero occidentale degli oggetti raccolti in otto spedizioni nelle zone più remote del Tibet tra il 1926 e il 1947 dallo studioso, esploratore, linguista e storico marchigiano Giuseppe Tucci. Nell’insieme, questa rievocazione delle fondamentali esplorazioni e interpretazioni di Tucci ricorda come difficilmente esse sarebbero potute avvenire oggi, dopo l’occupazione del Tibet da parte della Cina

Vajriputra Arhat 17th century Possibly Kham (East Tibet). Tradition: Gelug Pigments on cloth MU-CIV/MAO “Giuseppe Tucci,”inv. 926/759. Courtesy of the Museum of Civilisation-Museum of Oriental Art “Giuseppe Tucci,” Rome

Colori stravaganti e forme favolose danzano a partire da oggi sulle pareti dell’Asia e nelle vetrine dell’Asia Society Museum di Park Avenue a New York, nella mostra “Unknown Tibet”, cioè “il Tibet ignoto” composta di una selezione di varietà e vastità eccezionali di reperti dell’iconografia buddista. È anche il frutto di una collaborazione italo-asiatica senza precedenti: si tratta infatti della prima esibizione mai organizzata nell’emisfero occidentale degli oggetti raccolti in otto spedizioni nelle zone più remote del Tibet tra il 1926 e il 1947 dallo studioso, esploratore, linguista e storico marchigiano Giuseppe Tucci. Sono quaranta quadri religiosi con soggetti tipici dell’arte e della storia buddista (su tele di seta o cotone indiano, noti agli specialisti come ‘thangka’), più rotoli dipinti e arredi mistici. Il tutto è accompagnato da una stupenda serie di fotografie dell’antico Tibet riprese dallo stesso Tucci o dai suoi compagni di spedizione, in gran parte italiani.

Giuseppe Tuccire organizing the scattered pages of several manuscripts at his camp, Miang, Ngari, Tibet. Eugenio Ghersi,1933; Neg. dep. 6037/28. Courtesy of Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (Is.I.A.O.) in l.c.a. and Ministero Degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Il viaggio di questo materiale oltre oceano è stato facilitato dal fatto che l’intero contenuto del museo romano è attualmente in trasferimento dalla sua sede nel palazzo Brancaccio, di proprietà della omonima principesca famiglia  e tenuto in affitto dallo stato, ai locali di proprietà demaniale del museo etnologico Pigorini all’EUR, la “città satellite” di Roma in direzione del mare. Ovviamente il materiale della mostra, una volta completato il suo giro espositivo, andrà a raggiungere il grosso del museo romano (quarantamila oggetti!) nella sua nuova residenza.

Lha’irgyalpo 16th century U (Central Tibet). Tradition: GelugPigments on clothMU-CIV/MAO “Giuseppe Tucci,”inv. 969/802. Courtesy of the Museum of Civilisation-Museum of Oriental Art “Giuseppe Tucci,” Rome

Dalle sue esplorazioni, sul “tetto del mondo”, di regioni remote e ancora in gran parte sconosciute alle nazioni occidentali, Tucci riportò una serie straordinaria di opere ottenute soprattutto dai conventi buddisti situati negli angoli più isolati. È una raccolta che illumina lo sviluppo del buddismo nel suo periodo di maggior espansione in Asia (XIII-XIV secolo), periodo durante il quale vennero messe a punto le varie vesti o “vie verso il Vero” di questa religione insieme mistica, estetica e filosofica. L’antologia tratta dalla collezione di Tucci e presentata a New York  illustra anche, prima ancora della nascita del buddismo nel settimo secolo, l’antichissima religione Bon propria delle popolazioni tibetane, chiarendone aspetti poco noti o totalmente misteriosi.

DorjeJigje 15th century Narthang, Tsang (South-Central Tibet). Tradition: Sakya Pigments on clothMU-CIV/MAO “Giuseppe Tucci,”inv. 941/774. Courtesy of the Museum of Civilisation-Museum of Oriental Art “Giuseppe Tucci,” Rome

“Il mondo sapeva molto poco dell’Himalaya prima dell’impresa di Tucci compiuta quasi cento anni fa – mi ha detto Adriana Proser, conservatrice principale dell’Asia Society Museum che insieme a Deborah Klimburg-Salter, delle Università di Vienna e Harvard, ha curato la mostra. I contributi di Tucci alla comprensione del Tibet, incluso il buddismo tibetano, sono stati immensi, e i materiali da lui raccolti in quello che egli considerava il viaggio spirituale della sua vita sono tuttora un fondamentale oggetto di studio”. I ‘thangka’, tutti dipinti in uno speciale acquerello la cui composizione chimica è stata identificata solo grazie a lunghi studi, sono tutti stati restaurati dall’Istituto Centrale del Restauro di Roma con un lavoro durato oltre vent’anni. Le opere, i cui colori erano rimasti offuscati attraverso i secoli, soprattutto dai fumi degli incensi durante le funzioni religiose, hanno in tal modo recuperato straordinaria vivacità con soggetti che giocano su una vasta e insolita gamma di emozioni, dal timore della morte al coraggio in guerra e dalla pietà all’erotismo. La mostra rimarrà aperta fino al 20 maggio.

Nell’insieme, questa rievocazione delle fondamentali esplorazioni e interpretazioni di Tucci ricorda come difficilmente esse sarebbero potute avvenire oggi, dopo l’occupazione del Tibet da parte della Cina; e costituisce anche un omaggio allo studioso scomparso e alla scuola storico-filosofica formatasi intorno a lui a Roma. Mi si permetta in proposito di ricordare tra questo gruppo mio fratello Franco Lucentini, scrittore romano e poi di adozione torinese, scomparso nel 2002, che nella prima gioventù e fino a quando non fu incarcerato come antifascista fu tra gli allievi di Tucci all’Università La Sapienza di Roma.

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