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Con Andy Warhol, from A to B and Back… to the Future!

Con la bellissima mostra al Whitney Museum capisci che Facebook, Instagram, Snapchat e tutte le diavolerie che verranno, in qualche modo le ha inventate lui

Fino al 31 marzo una mostra sul geniale artista che con le sue opere ha una straordinaria influenza sul nostro gusto e sulle nostre modalità di rapportarci ancora oggi. A New York Warhol andava sempre in giro con un registratore e una macchina fotografica (come tutti noi oggi coi nostri smartphone) non ha soltanto rivoluzionato per sempre il concetto di arte, ma ha messo un’ipoteca duratura sul nostro modo di comunicare per decenni a venire.

Andy Warhol torna ad essere protagonista assoluto della sua città adottiva con la grande mostra che il Whitney Museum of American Art gli dedica: Andy Warhol from A to B and Back Again (aperta fino al 31 marzo 2019). È una mostra ambiziosa e riuscita che ci fa riflettere sul “più superlativo” artista americano di tutti i tempi e sulle sue contraddizioni: il più riconoscibile (ma i suoi critici direbbero prevedibile), il più quotato (ma i suoi detrattori direbbero sovrappagato), il più versatile (o il più superficiale?). Io che sono sempre stato piuttosto scettico riguardo alla sua genialità artistica, mi sono dovuto ricredere durante la visita alla mostra e ho dovuto riconoscere a Warhol non solo un rivoluzionario impulso creativo, ma anche una straordinaria influenza sul nostro gusto e sulle nostre modalità di rapportarci a più di trent’anni dalla sua morte.

 Nella mostra troverete tutto quello che vi viene in mente se chiudete gli occhi e pensate a Warhol: le ripetizioni seriali della minestra in scatola Campbell, della bottiglia di Coca Cola, della confezione della paglietta Brillo, simboli di un consumismo di massa che accomunava persone di tutte le classi sociali.  La bacchetta magica di Warhol poteva trasformare gli oggetti della più banale quotidianità in opere d’arte, non rendendole uniche, ma moltiplicandole in maniera seriale fino al parossismo, cambiando però, ad arte dettagli infinitesimali fra una riproduzione e l’altra. Con le sue opere, Warhol sembrava portare alle estreme conseguenze quello che Walter Benjamin aveva teorizzato nel suo saggio del 1935 L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità meccanica, al punto di voler far credere che opere fatte interamente a mano da lui fossero invece state prodotte serialmente.

Troverete i volti di Marilyn, Elvis e Mao, vere e proprie icone e oggetti di culto del nostro tempo. Immagini riconducibili all’influenza che le vere icone in stile bizantino della povera chiesa di emigranti di Pittsburgh, nella quale Warhol aveva passato tante ore con la madre, ebbero sulla sua immaginazione di bambino. Anche una volta trasferito a New York, Warhol continuò a partecipare regolarmente alla Messa nella chiesa cattolica di rito ortodosso e a pregare quotidianamente in antico slavo con la madre, nonostante si trovasse (o forse proprio perché si trovava) nel vortice di droga, sesso, alcool nel quale tanti suoi amici e collaboratori trovarono morte o disperazione in quegli anni.  Dopo tutto Marilyn Monroe è considerata la martire per eccellenza dello star system, Elvis appare regolarmente ai suoi seguaci che non credono sia morto e Mao fu per tanti giovani, soprattutto europei, il nuovo messia. Warhol, ritraendoli con tratti semplificati riempiti da ampie chiazze di colori compatti e senza sfumature, come le icone povere della sua infanzia, da una parte crea un’iconostasi della contemporaneità e al tempo stesso ironizza e irride il capovolgimento dei valori.

 

Ma la parte della mostra che mi ha folgorato è quella che si trova al piano terra del meraviglioso edificio progettato dal nostro Renzo Piano, e che presenta le ultime produzioni in ordine cronologico di Warhol: quelle eseguite tra fine anni ’70 e anni ’80. Sono alcune delle dozzine di ritratti, grazie ai quali Warhol rimpolpò le sue finanze e riuscì, a differenza di tanti artisti della sua generazione, a mettere insieme un cospicuo patrimonio. Sono ritratti dei suoi amici, dei personaggi che popolavano a vario titolo il sottobosco della Factory, ma anche quelli delle celebrità del tempo: da Liza Minelli a Giorgio Armani, da Pelè a Marella Agnelli.

 

Stare in questa sala fra queste dozzine di ritratti è come stare in uno spazio che realizza nella realtà materiale quella realtà virtuale in cui molti di noi passano le giornate. Questa sala è Facebook: le facce raccontano storie e le foto nostre e dei nostri amici si mescolano con quelle dei famosi prolungando l’illusione di quei dieci minuti di celebrità a cui tutti, secondo Warhol, possono aspirare. Ma è anche Instagram, la piattaforma di condivisione di foto in cui la casualità delle immagini è resa ordinata dal formato quadrato che le accomuna e le rende in questo modo già eleganti. Ed è persino Snapchat, coi suoi filtri deliranti che permettono di creare infinite variazioni sul tema, in particolare sul tema del volto umano. 

Warhol che andava sempre in giro con un registratore e una macchina fotografica (come tutti noi oggi coi nostri smartphone) non ha soltanto rivoluzionato per sempre il concetto di arte, ma ha messo un’ipoteca duratura sul nostro modo di comunicare per decenni a venire. Sì, perché Facebook, Instagram, Snapchat e tutte le diavolerie che verranno, in qualche modo le ha inventate lui. 

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