Cerca

Arte e DesignArte e Design

Commenti: Vai ai commenti

L’uomo che rubò Banksy: il film che spiega come togliere la street dalla street art

Diretto da Marco Proserpio, in mostra al Mudec di Milano, il film racconta le particolarità artistiche del rubare e rivendere l'arte che dovrebbe essere di tutti

Uno dei più famosi pezzi firmati Banksy, Donkey Documents.

"L’uomo che rubò Banksy" non è un film sull'artista inglese, ma un lavoro che si sofferma sulle tante questioni, etiche e culturali, che crea il furto di un’opera “da strada”  e il sempre più fiorente e speculativo mercato nato attorno a queste opere.

Dopo il successo del Tribeca Film Festival e la presentazione in anteprima al Torino Film Festival – nonché in contemporanea con la mostra “A Visual Protest – The Art of Banksy” al Mudec di Milano, con quasi 20 mila persone che l’hanno visitata in sole 2 settimane – arriva nelle sale italiane, solo per due giorni, martedì 11 e mercoledì 12 dicembre, il film “L’uomo che rubò Banksy“, diretto da Marco Proserpio, che prende a pretesto il famoso, ma ancora sconosciuto artista inglese di Bristol, per parlarci del rapporto tra artisti di strada e lo speculativo mercato dell’arte. A narrare il film è Iggy Pop, alias James Newell Osterberg, icona mondiale del rock and roll nonché padre putativo del punk

È il 2007. Banksy e la sua squadra si introducono nei territori occupati della Palestina per portare a compimento il progetto “Ghetto Santo” e “firmano” a modo loro case e l’orrido muro di cinta israeliano, di 8 metri, che separa Israele dalla West Bank. Tra queste opere c’è il murale Donkey Documents che raffigura un soldato israeliano ad un check point che chiede i documenti ad un asino. Molti abitanti di Betlemme non colgono il graffiante umorismo dell’opera di Banksy contro il militarismo di Tel Aviv e la sottintesa richiesta di cessazione di quel rituale violento e umiliante che è la continua certificazione di identità che vige nei territori occupati, e non gradiscono affatto l’opera: si può passar sopra all’essersi introdotto nei territori ed aver agito senza nemmeno presentarsi alla comunità palestinese, ma l’essere dipinti come asini (cioé stupidi) davanti al resto del mondo è un affronto insostenibile. Altri invece non sono di questa idea, come l’ex sindaco di Betlemme, Vera Baboun, che considera invece l’artista di Bristol come un eroe contemporaneo.

Un altro dei più famosi pezzi di Banksy, trovato sempre nella stessa zona Israeliana.

A vendicare l’affronto, con un occhio al bilancio e uno ai tanti bisogni del popolo palestinese, ci pensano un imprenditore locale, Maikel Canawati, e soprattutto Walid, palestrato tassista del posto. Con un flessibile ad acqua e l’aiuto della comunità, Walid decide di tagliare il muro della discordia. Obiettivo dichiarato: rivenderlo al maggior offerente. Presto il blocco di cemento di 4 tonnellate contenente l’opera viene “strappato” dal muro, imballato e poi venduto ad un collezionista scandinavo che spera di rivenderlo in un’asta. Sono passati 7 anni da quell’acquisto ma l’opera di Banksy è ancora ferma a Copenhagen.

Chiariamo subito, “L’uomo che rubò Banksy” non è un film sull’artista inglese, ma un lavoro che si sofferma sulle tante questioni, etiche e culturali, che crea il furto di un’opera “da strada”  e il sempre più fiorente e speculativo mercato nato attorno a queste opere. Tante le domande che il lavoro di Proserpio pone allo spettatore. La Street Art, nata nelle strade di New York a fine anni ’70 come arte effimera, legata al gesto/azione e perciò destinata a scomparire presto, sia perché realizzata illegalmente sia per i materiali poveri con cui è realizzata, può diventare arte da museo? Alla Street Art si può estendere il diritto d’autore? Un’opera d’arte dipinta illegalmente su un muro pubblico è di tutti o sempre solo dell’autore? Quali sono i quesiti, etici e legali, che comporta il prelevare, dalla strada un’opera senza il consenso dell’artista? E’ giusto toglierla o dovrebbe restare nel luogo in cui è stata concepita?

Marco Proserpio alle prese con la regia del progetto.

Banksy con la sua arte ha lanciato un messaggio forte in questi anni e con il caso del muro israeliano è riuscito – si dice nel film – “ad attirare l’attenzione dei media, e di farli andare dove dovrebbero e non dove vorrebbero”. Scopo del film non è solo quello di raccontare la storia della diaspora palestinese sull’arte di strada – di matrice occidentale, e quindi confronto di culture diverse -, o i messaggi che la Street Art veicola sui muri, quanto invece l’evidenziare la nascita di un mercato parallelo in atto da anni, illegale ma spettacolare, di opere strappate dalla strada senza il consenso degli artisti, quali, per esempio, Keith Haring, Basquiat, fino alle recenti opere di Blu, “strappate” dal restauratore Camillo Tarozzi e presentate nel 2016 ad una mostra a Bologna, suscitando l’ira dell’artista marchigiano che per protesta coprì di vernice tutte le sue opere presenti nel capoluogo emiliano.

Nel lavori di Proserpio, le riprese fatte in strada, in diversi Paesi, si alternano ad interviste ad esperti professori universitari, galleristi, giornalisti, avvocati e soprattutto collezionisti, personaggi chiave di queste speculazioni artistiche. Una testimonianza importante e che dà comunque voce per la prima volta al palestrato Walid, permettendogli di spiegare la sua scelta, lasciando decidere allo spettatore chi sono i buoni e i cattivi: come in tante cose che coinvolgono valori, soldi e politica, è solo una questione di punti di vista.   

La riuscitissima colonna sonora è di Federico Dragogna, Victor Kwaliti e Matteo Pansana. Il film è prodotto da Marco Proserpio stesso in collaborazione con Rai Cinema e distribuito da Nexo Digital, all’interno del progetto della Grande Arte al Cinema.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter