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Palazzine romane, mitiche portinerie: il Novecento di Roma visto dai suoi portieri

L'interessantissimo progetto ideato da Giulia Carioti con le splendide fotografie del "newyorkese" Tommaso Sacconi

Fotografie di Tommaso Sacconi

La palazzina è stata del resto il simbolo di una città e di una borghesia di costruttori, un vero e proprio status insomma non solo urbanistico quanto piuttosto sociale e di costume perfettamente adattabile ad una cultura passata rapidamente dalla Balilla alla Coca Cola

Il Centro Studi Giorgio Muratore è un’istituzione che ha visto la luce da poco più di un anno ma che si è già affermata tra le realtà più interessanti nel panorama dell’architettura romana. Ospitato in uno splendido appartamento di via Tevere che è stato lo studio privato di Giorgio Muratore, importante architetto e storico del Novecento, oggi è un luogo per lo studio e la ricerca. È qui, in questo spazio impareggiabile animato da una folla variegata di visitatori che, lo scorso 10 gennaio, si è tenuto l’evento “Portinerie Romane, il Racconto di Un Progetto”. Una serata dedicata all’originale lavoro ideato da Giulia Carioti con le splendide fotografie di Tommaso Sacconi (che vive e lavora da anni proprio a New York) che si propone di raccontare Roma da un punto di vista insolito ma straordinariamente interessante: quello dei suoi portieri. Figure un tempo popolarissime poi scomparse e, infine, solo recentemente riscoperte i portinai descritti in questa che può essere definita un’indagine architettonica, storica e sociologica rappresentano in effetti una vera propria istituzione per tutte le palazzine romane.

La palazzina appunto, una tipologia nata come salomonico compromesso edilizio tra villino e palazzo, è stata considerata per decenni il male di Roma, una specie di ibrido mostruoso che annientava la bellezza della città antica. Solo in tempi relativamente recenti e grazie al lavoro di alcuni storici – tra i quali, più di altri, Giorgio Muratore – si è finalmente compreso che forse, più che colpevole,  si trattava in realtà della nuova protagonista della storia urbana. Una storia diversa ma altrettanto affascinante e meritevole di essere indagata.

La palazzina è stata del resto il simbolo di una città e di una borghesia di costruttori, un vero e proprio status insomma non solo urbanistico quanto piuttosto sociale e di costume perfettamente adattabile ad una cultura passata rapidamente dalla Balilla alla Coca Cola.

Si tratta di una tipologia edilizia, frutto di una serie di invarianti, quasi codificate, che hanno definito una sintassi compositiva di cui la portineria è elemento irrinunciabile al pari del predicato verbale per una frase. Un un elemento, la palazzina, certamente puntiforme, ma che reiterato, seppur attraverso infinite variazioni, ha finito per plasmare – ce ne siamo accorti solo negli ultimi anni – l’aspetto di una città a suo mondo omogenea attraverso un tipo che racchiudesse dei valori economici, ma anche e soprattutto sociali e simbolici.

Ma se questi sono temi ormai ampiamente studiati sorprende invece che nessuno, fino ad oggi, abbia approfondito il ruolo di una figura, certo discreta ma altrettanto irrinunciabile, come quella del portiere.

A ben guardare i portieri erano – e stanno tornando ad essere – dei veri e propri filtri tra la dimensione pubblica, quella della strada, e quella privata dell’abitazione e nondimeno anche la voce, le orecchie e per molti versi l’anima di quelle stesse palazzine. Un ruolo di cui si è accorto per primo il cinema che si è servito più volte del portiere come connettore narrativo e più spesso addirittura come vero deus ex-machina nella celebrata commedia all’italiana. Ma cosa sono le portinerie? La risposta alla domanda è meno banale di quanto si possa immaginare. Certo ci sono le cosiddette guardiole e ce ne sono di tanti tipi. Sì perché gli architetti così come per ogni aspetto della palazzina si sono esercitati in infinite declinazioni anche di questi elementi. Ne troviamo di tutti i tipi da quelle minimaliste, con un semplice tavolo nel atrio, a quelle monumentali; dalle grandi vetrate simili ad acquari a piccole cabine che ricordano la plancia di un aereo fino alla finestrella che incornicia il portiere quasi si trattasse di un mezzo busto televisivo

Eppure c’è di più, sì perché il lavoro di queste persone va ben oltre quello di ricevere e accogliere chi arriva, si occupano di tutto, dal controllo – sempre più richiesto in quest’epoca di paura – alla cura del androne e delle piante, dalla gestione della corrispondenza – che oggigiorno passa soprattutto dagli acquisti online – fino alla soluzione dei problemi di ciascun condomino, e ce ne sono davvero di ogni tipo. Certo i tempi cambiano, non siamo più negli anni Cinquanta del Boom, eppure il progresso sembra seguire un andamento circolare. In principio si vive una fase d’entusiasmo collettivo che fa sembrare il passato, la tradizione, qualcosa di superato e di cui vergognarsi ma poi col tempo si torna immancabilmente sui propri passi rimpiangendo ciò che si è perso. Non sempre naturalmente, ma spesso. Ancora una decina di anni fa ad esempio, le assemblee di condominio deliberavano all’unanimità la rinuncia ai costosi portieri ritenendoli una spesa superflua. Del resto ci aveva pensato le tecnologia, il progresso appunto, a proiettare le nostre case in un futuro fantascientifico inventando uno strano aggeggio, una specie di piccolo televisore con cornetta inizialmente denominato -per far breccia anche tra i più scettici- proprio “portiere elettronico”. Tutto sembrava perfetto a quel punto. Gli appartamenti un tempo abitati dai portinai venivano venduti e contemporaneamente le guardiole smantellate o, nel migliore dei casi, trasformate in sgabuzzino per carrozzine o biciclette. Ci guadagnavano tutti, o quasi. Poi, negli ultimi tempi, ci si è invece resi conto che forse il lavoro del portiere, proprio per le sue molteplici sfaccettature, era insostituibile e si è iniziato a ripristinarlo.

Oggi -è vero- i si ricorre sempre più spesso agli stranieri, più competitivi dal punto di vista economico, ma questa sarebbe una semplificazione troppo grossolana; in effetti ci sono aspetti di questa professione – emersi con questa indagine – che troppo spesso sono ignorati anche dagli architetti stessi. Pensiamo ad esempio cosa significhi vivere nello stesso posto in cui si lavora. “Un lusso” potrebbero rispondere in tanti esasperati da traffico e spostamenti, “una condanna” potrebbero invece ribattere proprio quei portieri che, vivendo lì dentro, di fatto finiscono per lavorare ventiquattro ore su ventiquattro senza nemmeno avere la possibilità di “staccare” tornando a casa.

Ad esempio non pensò di certo a questo risvolto psicologico Luigi Moretti quando progettò il suo capolavoro, la venerata palazzina “Girasole” su viale Bruno Buozzi. Sì perché lì questa sovrapposizione tra lavoro e vita domestica non è solo concettuale ma letteralmente fisica. L’appartamento del portiere di questo lussuoso edificio infatti ha una sola finestra (!) e per di più proprio sopra la guardiola, consentendo al suo abitante un unico affaccio, sia a lavoro che a casa, e come se non bastasse proprio sull’atrio del palazzo che sarà pure un capolavoro, ma che per lui diventa così una vera condanna.

Ascoltando poi i racconti di queste persone sembra di essere davanti alla famosa donna delle pulizie protagonista del divertente documentario Koolhaas Houselife; un’anziana signora che con il suo aspirapolvere aveva a che fare con le diavolerie ideate dall’archistar olandese nella sua celebre Maison a Floirac. Storie di vita insomma in cui ingegnosi portieri si devono inventare soluzioni per convivere, nella vita di tutti i giorni, con le altrettanto ingegnose – ma spesso contorte – soluzioni ideate dagli architetti. Quasi a dimostrazione delle teorie evoluzionistiche darwiniane.

C’è poi però anche un ulteriore livello di lettura, forse meno noto e a tratti più inquietante; ci si può addentrare infatti anche in un’interpretazione ideologica di questa situazione. In effetti il portiere è un dipendente del condominio che però, spesso, è anche il proprietario della casa in cui questi vive. Forse oggi a noi sembra una cosa scontata ma non possiamo tuttavia non costatare il rischio di questa condizione che in effetti era stato già messo in luce un paio di secoli fa addirittura da Engels: “I proprietari […] sanno per esperienza diretta quale pressione si possa esercitare sugli operai in sciopero quando si è contemporaneamente padroni delle loro case”.

In conclusione, il racconto di questa città, almeno quella del secolo scorso, passa inevitabilmente attraverso questa tipologia e le sue contraddizioni. Un’invenzione speculativa ma non solo, anche un’architettura affascinante e, più in generale, il simbolo di un’epoca. Se, ad esempio, per descrivere l’Italia del Boom non si può non parlare della mitica 500, per Roma non si può prescindere dalla palazzina e farlo scrutando la città attraverso una guardiola è un modo, magari non propriamente scientifico, ma senz’altro intrigante. Del resto Giorgio Muratore ammoniva sempre gli studenti a cui assegnava le sue ricerche su qualche edificio: “domandate ai portieri”.

 

 

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