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Otto marzo a Trieste con la sorellanza nell’arte, mentre le donne italiane subiscono

Per la II edizione della Biennale Internazionale Donna un messaggio forte dalla città dove le donne sanno farsi rispettare, quando nel resto d'Italia...

Gabriela von Habsburg con Elisabetta De Dominis alla Biennale Internazionale Donna di Trieste

A Trieste le donne sono diverse, vere, non recitano la vita. Trieste è stata un porto cosmopolita grazie all’impero asburgico, che ha aperto le menti, permettendo il confronto di culture e di idee. Ma a un’ora da qui, in Friuli, come pure in Veneto e in altre parti d’Italia, le donne non hanno la naturale disinvoltura delle triestine, che dicono in faccia quello che pensano e fanno quello che vogliono

Non era da festeggiare questo 8 marzo: ogni giorno una donna muore per amore. O meglio, per la paura che l’uomo ha dell’amore. Egli cerca di annientarlo, uccidendo la donna che glielo fa provare. L’amore è un sentimento incontrollabile: ispira le azioni più nobili o trascina con sé le più grandi bassezze. Per amore si muore ancora nel XXI secolo.

Ecco allora che scegliere questa data per l’inaugurazione della seconda edizione della Biennale Internazionale Donna è stato un messaggio di sorellanza nell’arte. La mostra è partita in sordina e con quattro soldi due anni fa nell’ampio Magazzino 26 del fascinoso Porto Vecchio di Trieste. Quest’anno centoquaranta artiste, provenienti da ogni angolo del mondo, hanno esposto le loro opere, alcune davvero entusiasmanti, grazie ad altre donne speciali che si sono prodigate a dare una mano per ultimare l’installazione sino alle 4 del mattino.

So quanto si è fatta in quattro l’architetta Barbara Fornasir, direttrice artistica dell’evento, con la sua disponibilità ed abnegazione, che valgono il doppio in questo periodo difficile per la sua salute. Ho visto gli occhi cerchiati di altre volontarie, come Sandra Comelli, Chiara Motka, che si sono adoperate per puro spirito di liberalità. Come pure l’imprenditrice Isabella Artioli.

Sono rimasta colpita dal discorso autorevole ma empatico di Gabriela von Habsburg, arciduchessa d’Asburgo Lorena e sorella di Carlo, l’erede del Casato imperiale, che ha esposto alcune sue sculture. E soprattutto della sua gentilezza d’animo, che va oltre le regole della buona educazione o della classe, che comunque ha da vendere. Ho notato che si alzava per salutare ogni persona che le veniva incontro, uomo o donna che fosse. Chi mai lo fa più?

L’albero della gioia di Monica Kirchmayr, dove ognuno può trovare l’albero del suo giorno di nascita. Monica ha disegnato ogni giorno un albero

Si dice che le donne accudiscano le altre donne solo nelle disgrazie, mentre non sono capaci di fare squadra e tantomeno aiutare qualcun’altra ad emergere. Soffrono di rivalità, invidie, gelosie che talvolta le rendono false e meschine. In effetti questo è sempre stato il loro limite che ha lasciato il potere in mano agli uomini. Ma a Trieste le donne sono diverse, vere, non recitano la vita: vi è sempre aleggiata un’anima matriarcale, forse perché l’uomo era per mare, assente, e la donna amministrava casa e averi. Io mi sono sempre sentita libera, con gli stessi diritti di un uomo e questo non era scontato sino agli anni ’70, e in verità neanche adesso. Trieste è stata un porto cosmopolita grazie all’impero asburgico, che ha aperto le menti, permettendo il confronto di culture e di idee. Ma a un’ora da qui, in Friuli, come pure in Veneto e in altre parti d’Italia, le donne non hanno la naturale disinvoltura delle triestine, che dicono in faccia quello che pensano e fanno quello che vogliono.

Osservo la gran fatica che mettono in atto certe amiche di altre città per abbindolare il maschio di casa e farlo sentire il padrone. Perfino la decisione di una cena deve partire da lui. Figurarsi poi se si tratta del proprio datore di lavoro: bisogna omaggiarlo come un imperatore, con un affettato servilismo. Che a me non passa neanche per l’anticamera del cervello, benché sia una persona beneducata. Mi sembra ridicolo e autodenigrante. Eppure hanno ragione loro: se la donna non si prostra non fa carriera. L’ho notato in tanti ambienti e di alto livello culturale, come università, ospedali, giornali, enti istituzionali, mondo dello spettacolo, per non parlare dei partiti politici. La donna deve essere gradevole, efficiente e tacere. Poi ci meravigliamo quando ogni tanto ci scappa la morta. Se la cultura di uno Stato è questa…

Per contro, appena una donna riesce ad alzare la testa ed occupare un posto di comando, per meriti personali più presunti che reali o grazie a un matrimonio importante, diventa petulante e comandina, rompe le scatole a ogni mal capitato sino ad arrivare ad essere spietata. E’ una gran maleducata, che non ha il minimo rispetto per il prossimo perché è stata abituata a servire per ottenere. E volgarmente si rifà maltrattando chi le capita a tiro, atteggiandosi a gran dama. Siamo un popolo di snob, dove l’autostima delle donne è direttamente proporzionale al botulino che si fanno iniettare, alla grandezza del seno che si fanno innestare e alla borsa di Chanel che si fanno regalare. Ho letto su facebook un post illuminante: gli influencers hanno successo grazie ai deficientes. Questi ultimi sono gli adoranti imitatori senza cervello ossia: sotto il vestito, niente.

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