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La lirica di Valerio Toninelli, quando l’arte è un turbinio di esperienza

L'artista pistoiese sarà in mostra dall’11 al 17 Aprile 2019, presso la Galleria Contesa Arte, Via Marghutta, 90, Roma

Fuga da Sarajevo 1a -smalti industriali catalizzati 1994

Ogni opera di Toninelli risulta forte e appassionata: in esse si svela il vigore dell’uomo che vive e che non si lascia vivere e che, vivendo, approfondisce, capisce e acquisisce consapevolezza e verità. Per questo tutte le sue opere, anche quelle più astratte, sono un turbinio di conoscenza e di esperienza ma anche di istinto primordiale che spinge il suo tratto e lo dirige verso i meandri più profondi e sublimi della esistenza, nei misteri che ci governano e ci distinguono

Indipendentemente dall’indiscusso valore della produzione artistica di Toninelli, mi colpiscono innanzitutto la sua completezza di “autore”, intendendone il suo significato proprio nella accezione latina da cui la parola ha origine, “auctor”, vale a dire colui che aggiunge, che da un contributo. Ecco: tutto il lavoro di questo artista, spaziando dalla pittura alla scultura, dal figurativo all’astratto, riflette la sua lirica con un vigore ed una intensità estremamente personali, che nulla tolgono all’arte, bensì aggiungono, lasciando materiale di studio intriso di autenticità e verità, che solo gli artisti di un certo spessore sanno cercare, scorgere e rappresentare.

Personalmente, non riconoscendo un valore concreto nei lavori originati dalla mera attività di “contemplazione” o di superficiale descrizione di uno stato d’animo – i quali, a mio parere, sfiorano l’arte senza attraversarla – mi sorprendono l’immediatezza e la concretezza “visive” che distinguono le opere di Toninelli: certamente uno degli esponenti viventi più significativi del panorama artistico italiano.

Fuga da Sarajevo 1b – smalti industriali catalizzati – 1994

Ogni opera di Toninelli risulta forte e appassionata: in esse si svela il vigore dell’uomo che vive e che non si lascia vivere e che, vivendo, approfondisce, capisce e acquisisce consapevolezza e verità. Per questo tutte le sue opere, anche quelle più astratte, sono un turbinio di conoscenza e di esperienza ma anche di istinto primordiale che spinge il suo tratto e lo dirige verso i meandri più profondi e sublimi della esistenza, nei misteri che ci governano e ci distinguono. “Siamo essere, non esseri” dice il filosofo Martin Heidegger  e Toninelli questo lo sa benissimo perché ogni suo segno ha origine nel suo sentire, forgiato dalla profonda conoscenza che ha della vita: nelle sue opere è ritratta l’essenza, la propria e di tutta l’umanità

Per questo i suoi lavori astratti raccontano storie, fatti accaduti, gioie e dolori; non ci sono chiacchiere, non ci sono rappresentazioni futili e inconsistenti degli stati d’animo dell’uomo. Nessun solletichio dell’ego. Né tentativi di creatività accennata o inventata. Toninelli dipinge e scolpisce senza condizionamenti cerebrali: usa il corpo, e la memoria del corpo. Attraversando l’opera, tracciandola e percorrendola, oltrepassa i limiti che la stessa mente gli impone, saltando in una dimensione vera e autentica in quanto vissuta, provata, in cui ogni tratto sulla tela o scolpito nella materia è, ritrae, narra una sua cicatrice o un tatuaggio di vita che gli sono appartenuti o gli appartengono.

Fuga da Sarajevo 3 – smalti industriali catalizzati -1994

Se “Il domatore di Galline” si muove in una accesa armonia di forme e colori, in “Piove Uva sugli amanti” vive soavemente la poesia di un amore maturo e non ancora finito.  Ma è in “Fuga da Sarajevo” (1994) che troviamo tutto lo spessore e la genialità di questo autore capace di dimenarsi fra stucchi e smalti – anche industriali – pur di dare vita, corpo e materia alle sue creature astratte e pur sempre vive.  Come anche le sue sculture: osservare la Crocefissione vuol dire subirla, esserne rapiti, traslati nel momento stesso in cui si compie. Un retaggio ancestrale ci urla dentro gli occhi e le orecchie: la disperazione di chi è stato tradito da tutti, compreso il padre, si concretizza in un urlo disperato che grida e si contorce nel dolore delle forme, delle linee, delle sfumature dei colori – accesi del dolore e cupi della tristezza – nei volumi tortuosi della sua opera, scaraventandoci tutta la sofferenza fisica e intima della storia dell’uomo. La Crocefissione di Toninelli e’ un’opera attuale e sociale, è l’urlo di dolore dei più svantaggiati, di chi sfugge dalla guerra, dalle persecuzioni; la disperazione degli emarginati, di chi subisce le ingiustizie, di chi viene tradito, di chi è abbandonato.

L’Operaio, olio e acrilici su tela, 168×118 cm – 2001

L’opera dedicata all’amico, L’Operaio, appare semplice e comune. Invece ci rivela il ritratto dello stato di abnegazione in cui il lavoro di proletario può condurre l’essere umano. Lo sfondo della tela è il preludio all’opera: inquietante introduzione di un trattato sulla condizione lavorativa – mentale e fisica – cui l’automatismo costringe. “Un uomo a metà” che non ha più abbastanza sangue; un uomo che sta morendo, che si sta trasformando in un fantasma. Il soggetto è ritratto nella fase in cui perde la propria identità, dentro il grigiore di un lavoro che non gli appartiene, nel quale non si riflette, obbligato a passare il suo tempo dentro una fabbrica e che, proprio grazie a quella stessa fabbrica, ritrova, socialmente parlando, una identità nuova, una pseudo libertà, un ruolo concreto all’interno della realtà che lo circonda e in cui vive.

Questo operaio dalla tuta blu, mezzo vivo e mezzo morto, mi ha riportata indietro ad un film che ho amato molto e che credo rappresenti quanto di più poetico esista nel cinema italiano: Romanzo Popolare, di Mario Monicelli (1974): dove una giovanissima Ornella Muti, un magistrale Ugo Tognazzi ed un eccelso, seppur acerbo, Michele Placido, interpretano le contraddizioni di un’epoca sociale ben definita, ma allo stesso tempo intenta a conquistare l’emancipazione, soprattutto quella femminile, ma anche quella etico-morale. La canzone che chiude il film, Vincenzina, di Enzo Jannacci, fa da cornice perfetta al film, struggente spaccato della condizione sociale femminile, ma anche di valore, forza e coraggio che contraddistingue la natura di donna e di madre.

È chiaro che l’operaio di Toninelli, ha attinenza anche con il dramma della condizione attuale dell’uomo tra l’essere “se stessi o altri”: non solo un lavoro abnegante può condurre alla morte interiore, ma anche l’assecondare i condizionamenti sociali non riconosciuti come propri, condurre una vita alla quale non si appartiene porta, inevitabilmente, a perdersi. Per questo l’operaio diventa un simbolo: il simbolo dell’uomo che perde la sua umanità e se stesso quando persegue strade che non gli appartengono, che non rappresentano la sua indole, la propria natura, la sua identità. Quello che accade quando tradiamo noi stessi, o lasciamo che la paura prenda il sopravvento. Così si diventa. Lentamente ci si spegne, come la sigaretta abbandonata nella mano inerte dell’operaio, e lo sguardo asimmetrico di chi si lascia vivere e, muore, ogni giorno un po’ di più.

In mostra dall’11 al 17 Aprile 2019, presso la Galleria Contesa Arte, Via Marghutta, 90, Roma.

Note biografiche

Valerio Toninelli nasce a Pistoia nel 1951. A metà degli anni Settanta, inizia a interessarsi alla pittura e in particolare alla scuola macchiaiola toscana: proprio come imitazione e riproposizione di questa maniera il suo percorso di sviluppo artistico prenderà vita. Immerso in una sperimentazione figurativa, legata principalmente al paesaggio prima e alle minoranze sociali poi, Toninelli partecipa in questo periodo a varie mostre collettive nel centro Italia, ottenendo i primi riscontri di critica e premi. Contemporaneamente, la propria vena espressiva trova spazi nella parola: grazie alla Poesia ha modo di confrontarsi con figure quali Mario Luzi e Piero Bigongiari. Il percorso del tutto personale lo porta presto a lasciare il figurativo per addentrarsi in un mondo astratto che non abbandonerà più e che, anzi, sarà luogo di ulteriori e più profonde sperimentazioni a partire dai primi anni Novanta. È questo il periodo in cui la pittura dell’artista viene contaminata dall’utilizzo di materiali nuovi e diversi, installati e plasmati sulla tela, in una tutta tipica compenetrazione del profilo d’ordine figurativo che emerge stilizzato accanto alla migliore rappresentazione del caos. Molte sono le mostre personali e collettive che realizza in questo periodo, in Italia e oltre. A meta degli anni Novanta intraprende invece una strada tutta nuova legata alla scultura. L’utilizzo del martello e dello scalpello, su marmo quanto su altri materiali, inaugura un rinnovato e altrettanto profondo percorso artistico. Toninelli ha anche incontrato l’interessamen- to di importanti galleristi cinesi: nel 2014 ha partecipato ad una manifestazione internazionale per bambini nel distretto di Pechino – “798° International Children Art Festival”, punto di partenza per altre collaborazioni intercontinentali che si stanno concretizzando di recente.

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