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Fotografare, un’arte che si confronta con la vita

Il concorso dei 2019 Sony Photography Awards dimostra il potere della fotografia nel fornire una rappresentazione del reale, una testimonianza

Foto di Jonas Svidras da Pixabay

L’immagine, nei media e nel privato, coglie l’attimo e vorrebbe conservarlo nel tempo per trasmetterne il senso. Molti i contenuti e gli scopi: avvenimenti storici e di costume, episodi di vita quotidiana e mutamenti sociali, semplici suggestioni visive o ricordi personali. Proprio come mostra il concorso 2019 dei Sony Photography Awards, la più importante piattaforma fotografica mondiale. Ma è un’illusione il proposito di rivedere con gli stessi occhi la realtà mutevole che un tempo abbiamo osservato, siamo noi a cambiare spesso il punto di vista. E a rimanere sorpresi, guardando le foto di un tempo

Un microcosmo in cui sfumano i confini tra finzione e realtà. E in seguito una buona amica, anche sorprendente, che accompagna alcuni momenti della vita e trasmette l’illusione di conservarne una traccia indelebile. «La nostra memoria, quando i ricordi iniziano a perdersi nel tempo che passa», si augura la poetessa friulana Silvana Stremiz. Può essere questo una semplice fotografia, quando la associamo al desiderio di andare oltre l’immediato per catturare un certo particolare, nella speranza di tornare ad emozionarci come avvenne quella volta.

Basta un attimo e il gioco è fatto: in una frazione di secondo la luce attraversa l’obiettivo e lascia un segno sulla scheda digitale, tanto minuscola quanto capace di regalare spazi sconfinati alle nostre ambizioni, diversamente da ciò che avveniva con la pellicola di celluloide. Intanto la vita scorre, il mondo cambia senza sosta, non è più quello di prima e non gli assomiglierà più. Coltiviamo la speranza di fermare la piega nascosta in cui la vita si raccoglie, l’angolatura imperdibile, il particolare minuto. Una situazione mai uguale all’altra.

È molto intensa, nei media e sui social, la forza esplicativa dell’immagine. Qualche volta persino a discapito della parola. Inchieste e reportage, ma anche semplici opinioni o approfondimenti ricorrono alle immagini come prezioso arricchimento, e persino come sintesi conclusiva. Cercata o casuale, coltivata o commissionata, la fotografia trionfa nel giornalismo. Non importa se ispirata al modello Life d’oltreoceano e ai suoi molti epigoni europei, oppure utilizzata per esaltare l’Italian style, o infine per svolgere uno scopo documentaristico, ma di segno tecnico raffinato, alla maniera de Il Mondo di Mario Pannunzio.

Serve, l’immagine, per rivolgersi al grande pubblico e veicolare un qualsiasi messaggio, come nella pubblicità, cartina di tornasole delle idee, e dei pregiudizi, della società stessa. Con un ridimensionamento del testo ridotto a mera didascalia, o addirittura una sua esclusione dalla pagina o dallo schermo. E’ su questa linea, in Italia Toiletpaper (Damiani editore), rivista di sole immagini, che raccoglie il meglio dell’informazione commerciale selezionandola in base ad una visione surreale e perturbante della realtà.

Lo scatto affronta la realtà cangiante e mutevole, se ne fa carico per conservarne in futuro un’immagine, ma la riproduzione si rivela diversa dalla realtà originaria, non è mai un semplice riflesso di quanto abbiamo visto: chissà come, forme, trasparenze, ombre non sono quelle di una volta, un gioco magico le fa variare, oscillare, diventare altro. Che cosa abbiamo davvero intravisto, e voluto rappresentare?

La fotografia seziona e scompone in tanti frammenti, ognuno dei quali però appartiene ad un intero, e dovrebbe darne la sensazione complessiva. In fondo la vita stessa è una trama piena di dettagli, almeno quando, come ricordava Johann Wolfgang Goethe, facciamo nostra la condizione del «viandante che intreccia discorsi in frammenti». Andare oltre il bordo della singola immagine, oltre il suo limite. Come se la realtà fosse scomponibile in tante miniature, ma ciascuna potesse raccontare qualcosa delle altre, non rinunciando all’appartenenza al tutto. Possibile farlo?

Non importa l’oggetto. Può essere una presenza, come accade di solito, oppure un’assenza, a cui si allude sottilmente, o qualcosa che si vede ma non è dato possedere interamente con lo sguardo. Oppure tutte le cose insieme, una mescolanza di elementi come quelli che si avvertono guardando luci e ombre, il bianco e il nero, colori sgargianti e tenui riflessi: «una fotografia è insieme una pseudopresenza e l’indicazione di un’assenza», precisava Susan Sontag. Volti solitari, angoli della natura, avvenimenti, persino vicende complesse, e di varia durata, più o meno breve. Alla fine, il risultato. Sorprendere, divertire, educare. Documentare un fatto, lasciare una testimonianza di sé.

Una conferma la offrono le finali dei Sony World Photography Awards dell’aprile 2019, molti gli italiani presenti, con un panorama di immagini suggestive. Un esempio? Le foto scattate in terre aspre o lontane (dalle Farne Islands al Sud Africa, ai Caraibi) che ritraggono animali ma raccontano la vita nelle sue diverse manifestazioni e soprattutto l’intreccio dei rapporti tra l’uomo e il mondo naturale: pinguini che in Antartide aspettano i genitori di ritorno dalla pesca riparandosi dal freddo, bracconieri all’inseguimento delle foche grigie, piccioni quasi attorcigliati a fili della corrente elettrica nel loro strano habitat moderno. Altre fotografie colgono radicali cambiamenti di abitudini secolari: nelle foto di Marta Moreiras, uomini africani portano i bambini a spasso nei marsupi, usanza atavica femminile.

A volte però lo sforzo di riprodurre la realtà appare senza senso. Avvertiamo una sconnessione. Guardando oltre il sipario, non riusciamo a scorgere quello che avevamo visto prima. L’osservazione del dettaglio nuoce alla chiarezza, aumenta la confusione, produce un risultato oscuro, ci lascia smarriti. Fuori dal movimento e dall’insieme, si direbbe dal contesto, il dettaglio perde la sua capacità di raccontare qualcosa.

Trasmette insensatezza, la visione del particolare. Più si approfondisce cercando la minuzia, meno è dato comprendere: magari si conserva una sensazione, ma il suggerimento è troppo vago. Introduce un segreto ulteriore, che si aggiunge a quel mistero grande, e forse sempre indecifrabile, che abbiamo colto all’inizio.

Se la raffigurazione del reale si rivela illusoria, l’esito alla fine è un ritratto, ma l’oggetto cambia, è diverso da quello che ci attenderemmo. A mostrarsi sono il carattere e la sensibilità, in una parola la cultura, di chi si pone al di qua dell’obiettivo, non ciò che è oltre. L’immagine non rappresenta affatto il mondo che abbiamo osservato ma noi stessi. «La fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha», avvertiva Alberto Moravia.

Lo scatto corrisponde all’emozione provata dal fotografo in quel momento, è la reazione rapida e precisa ad un impulso tanto impellente quanto in sé oscuro. L’immagine è il riflesso di una percezione: parziale, approssimativa, imperfetta. Che racchiude una speranza mista ad illusione: permettere a qualcun altro di vedere con i propri occhi. O magari tornare noi stessi a rivedere con gli occhi di quel giorno. Felici o addolorati, che fossero. L’erba del primo mattino, il sorriso di una donna, la luce autunnale riflessa tra gli alberi, il primo pianto di un bimbo. O al contrario, l’efferatezza di un delitto, la tragedia di un incidente o di un cataclisma.

Un viaggio personale frazionato in tanti piccoli istanti, che mescola i piani della realtà e dell’immaginazione, confusamente, tra sogni e ricordi. Un racconto da leggere e da gustare, lasciandoci andare ad un nuovo viaggio, stavolta all’interno del mondo fotografico: la vita vissuta, i pensieri che ci hanno entusiasmato o sconvolto, le parole della felicità o dell’offesa, i profumi o i sapori gustati. Il monitor riflette uno sguardo tenero o arrabbiato, divertente o disperato. Anche inappagato, se è vero che la migliore fotografia è spesso quella che deve ancora essere scattata.

Fotografando tratteniamo il respiro, controlliamo i movimenti del corpo, perché l’apparecchio non oscilli rendendo mossa l’immagine. Sono gesti che perseguono anche un altro scopo: indugiare sul nostro intuito, sia pure per una sola frazione di secondo. L’oggetto che si sta ritraendo ne porterà con sé traccia misteriosa e indelebile. Il flusso della realtà scorre inesorabile, impossibile fermarlo, proviamo invece ad arrestare l’attimo vissuto che di lì a poco scomparirà per sempre, il battito delle ciglia o il palpito del cuore.

La fotografia, mostrava di credere Henri Cartier-Bresson, cultore straordinario di un raffinato umanesimo «tra eternità e momento», evidenzia «con intuito e spontaneità, attraverso lo scatto rapido ed improvviso, il significato di un evento». Ma l’illusione di una rappresentazione oggettiva è smentita dall’evidenza. La fotografia ritaglia certo una porzione di realtà, ma soprattutto indica il modo di posare gli occhi su un oggetto, lo stile con cui si vedono le cose, l’idea che si ha della realtà.

La fotografia più nitida fa aprire gli occhi su ciò che si sente in un particolare momento e che vorresti vivere mille altre volte, fermando un dettaglio prima che scivoli nell’oblio, per non dimenticare l’emozione provata. La realtà raffigurata suscita nel tempo ricordi e fa riprovare delle sensazioni. Rabbia o felicità, miste comunque ad una sottile nostalgia suggerita da quelle schegge di vita vissuta, da ciò che si è stati un tempo più o meno lontano, e non si è più.

L’immagine descrive alla fine quello che è accaduto una sola volta fuori e dentro di noi, e che non può ripetersi. «La fotografia ci mostra cose che non esistono più», ricordava malinconico Marcel Proust. Le cose svaniscono di continuo e non c’è espediente che possa farle ritrovare. La fotografia può rinnovare mille volte la rappresentazione di un frammento di realtà, renderlo apparentemente sempre ripetibile, e suscitare ogni volta la voglia di riviverlo. Tuttavia ogni istante è diverso, e con il passare dei giorni sono vani i tentativi di riprodurlo davvero, e spesso non vi sono neppure parole adatte a spiegarne il senso.

Diventa così impossibile ritrovare, nella stessa immagine, quello che si è provato un tempo; ogni raffigurazione non torna a dirci le cose percepite allora; ci offre invece, come per magia, una realtà nuova e sempre diversa. Rimane uguale a sé stessa nella sua materialità l’immagine raccolta, ma cambia la persona che la guarda.

La sorpresa più frequente è quella di trovare, nella fotografia, qualcosa di diverso da quanto si è visto un tempo. Perché? “Vivere è essere un altro”, scriveva mestamente Fernando Pessoa, e anche il “sentire” nel presente ha forma nuova rispetto al passato. Infatti, «non è possibile sentire oggi come si è sentito ieri, si è sempre nuovi ad ogni nuova alba». Tutto sembra un’altra cosa.

Qualcosa di simile avviene anche guardando una vecchia fotografia. Non siamo mai stati prima come ci sentiamo ora rivedendo quell’immagine. Mai c’è stata davvero quella luce, quel riflesso, che pensiamo di scorgere tenendo nuovamente in mano l’immagine che ben conosciamo. Siamo pervasi da una visione nuova. Accade proprio questo mentre si torna a vedere le fotografie che a lungo abbiamo conservato in un cassetto, e ci hanno fatto compagnia. Non rimane davvero che l’immaginazione allora per intuire l’antico sapore dei momenti vissuti, quando anche i ricordi sfumano nella memoria.

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