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“L’arte non è solo bellezza”. Iliana Ortega, la fotografia e il potere dell’assenza

Intervista all'artista originaria del Messico, che, ora a New York, ama sperimentare nuovi utilizzi della fotografia e in città tiene corsi privati

Ilaria Ortega, Big Sur Summer Light.

“Il mio sogno era trasferirmi qua a NY”, dice Iliana Ortega, con un sorriso nostalgico e un po’ di disillusione che fa capolino nel suo sguardo penetrante, “quindi sono partita, mi sono buttata, pensando che in fondo New York è sempre stata la capitale dell’arte, e che sarebbe stato qualcosa di magico e incredibile.” “E lo è stato?” “In un certo senso sì. Questa è sicuramente una città stimolante, ma è anche molto competitiva e satura di arte. Qua ho trovato così tanti artisti che hanno influenzato la mia visione non solo dell’arte ma anche del mondo, è un posto speciale”

Qual è il contrario della fotografia? Lo abbiamo scoperto per voi insieme all’artista Iliana Ortega. “Se il concetto di fotografia è strettamente legato a quello di luce, allora l’opposto è la sua assenza” ci dice senza battere ciglio, arrivando subito al nocciolo della questione. Le chiediamo cosa intenda con questo termine e come utilizzi questo principio nei suoi lavori. “Per catturare un’immagine c’è bisogno dell’esposizione alla luce, quindi, concettualmente, il contrario è un’immagine nera, completamente senza luce. Personalmente, io sono partita da quest’idea per arrivare poi alla tecnica del getto di inchiostro. Ho iniziato a fare delle fotografie in assenza di luce (black photographs) e a graffiarle per far tornare in superficie il bianco della carta sottostante.” 

Ilaria Ortega.

“Insomma, un po’ come quando da bambini coloravamo con i pastelli a cera un foglio bianco, poi lo coprivano tutto di nero e giocavamo a disegnarci sopra con una punta” commentiamo per avere la certezza di aver compreso appieno. “Proprio così, solo che non ci sono penne e colori, ma fotografia e concetti”. Risponde sorridendo al paragone semplicistico. Sempre più incuriositi, domandiamo come le sia venuta in mente quest’idea e quale sia il suo background. Ci racconta che è cominciato tutto in Messico, il suo paese d’origine, nel 2000.

8 anni dopo, ha conseguito una laurea all’ Università di Guanajuato, una città universitaria del Messico centrale, e nel 2011 ha finito il Master in Fine Arts (MFA) a Yale.  “Il mio sogno però era trasferirmi qua a NY”, dice, con un sorriso nostalgico e un po’ di disillusione che fa capolino nel suo sguardo penetrante, “quindi sono partita, mi sono buttata, pensando che in fondo New York è sempre stata la capitale dell’arte, e che sarebbe stato qualcosa di magico e incredibile.”

“E lo è stato?”

“In un certo senso sì. Questa è sicuramente una città stimolante, ma è anche molto competitiva e satura di arte. Qua ho trovato così tanti artisti che hanno influenzato la mia visione non solo dell’arte ma anche del mondo, è un posto speciale.”

“Come è stata influenzata la tua arte qua a New York, com’è cambiata?”

Iliana ci racconta: “All’inizio esponevo nella galleria Matthew Marks e lavoravo a stretto contatto con alcuni dei miei artisti preferiti, come Robert Adams o Ellsworth Kelly; attraverso il loro pensiero ho imparato come poteva essere la carriera di un artista a NY e che tipo di arte volevo fare. Successivamente è arrivato l’insegnamento, prima in Messico, all’Università di Guanajuato, poi a Yale, come assistente del professor Willian Villalongo e del professor e del professor Robert Storr, che tengono entrambi due corsi annuali di “Basic Drawing.” Ora, in città insegna pittura, film e fotografia, ma sono corsi privati, lontani dall’ ambiente universitario. “Mi piace molto, ed è un modo per guadagnare qualche soldo” aggiunge, “anche se fare l’artista è un’altra cosa.”

3 anni fa ho avuto la possibilità di spostarmi al The Clemente, uno studio situato nel Lower East side a Manhattan, dove sto lavorando ancora adesso. Lì posso esprimermi ed è un processo creativo. “Come si è trasformata la tua fotografia?” domandiamo. “Per un lungo periodo ho fatto soltanto foto nere, senza nulla sopra. Grandi, piccole, rettangolari, quadrate. Era la fase del rigetto, lavorando sul suo contrario rifiutavo l’idea stessa di fotografia, cercando di andare al di là di questa.

“Un po’ come fece Lucio Fontana con i suoi tagli”, ribattiamo. “Sì, anche se in misure e modalità diverse. Il focus di Fontana non è tanto sull’idea di opposizione e contrario, quanto sull’idea di un inconscio che traspare attraverso la luce del taglio”. “Quando ho cominciato a graffiate le fotografie nere” continua Iliana, “il concetto di fondo si è trasformato. Non è più solo una fotografia, è anche costruzione. Viene da chiedersi se il mondo attraverso le sue rappresentazioni fotografiche non sia interamente una costruzione, un montaggio artificiale”.

Ilaria Ortega, White Noise.

“Nell’ultimo periodo ho cominciato ad avvalermi anche dell’utilizzo della tecnologia. Ho scoperto che utilizzando Photoshop posso sovrapporre una griglia alle foto che, stampate, appaiono come un foglio bianco. Questa per me è la perfetta metafora delle strutture e sovrastrutture che fanno parte della nostra società. Regole, dettami non scritti che non sono visibili ma si tangono, sono sempre presenti anche quando non se ne parla”.

“Quindi il lavoro finale è un foglio bianco?” chiediamo ancora.

“No”, risponde decisa, “sono partita da quello per poi approdare ad una forma di griglia più edulcorata. La foto rimane sulla carta, ma in certi punti è sfumata, come se ci fosse una perdita di colore, e prestando attenzione si può riconoscere la presenza della griglia.

Applico spesso questa tecnica a foto di viaggi, di oggetti. Le persone che vengono a vedere i miei lavori impiegano sempre un po’ prima di capire che effettivamente c’è una griglia. Siamo abituati a guardare le opere di sfuggita, un po’ perché viviamo in una società dove il tempo scorre veloce, un po’ perché riceviamo sempre mille stimoli, e nella stanza ci sono molto foto, che ti fanno venir voglia di correre di qua e di là.”.

“Come fa la genete ad accorgersi della griglia se si intravvede appena?” domandiamo. “Non è un processo immediato ma la sequenza di più foto stampate con questa tecnica fa sì che dopo 5 o sei immagini tu te ne renda conto, il subconscio la riconosce”

“Il concetto di fondo viene spiegato?”. “Penso che l’arte non vada mai spiegata. Ti metti davanti all’ opera, la guardi e senti le emozioni che ti provoca. Dev’essere immediato.”

“Chi decide se un’opera è arte oppure non lo è?”. “Ritengo, forse sbagliando, che non serva essere accademici per definire cos’è arte e cosa non lo è, anche se questo è un tema piuttosto caldo, di quelli per cui tutti ne parlano, nessuno lo sa. Penso che se c’è un concetto dietro, che si abbina ad una tecnica, allora quella sia arte.”

“L’arte non è solo connessa all’idea di bellezza. A volte scambiamo una decorazione per arte, ma non ha nulla a che vedere con questa. L’ arte riflette il momento storico, la situazione politica, climatica, il luogo in cui si vive. Non può essere solo bellezza.”

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