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New York e Padova al Festival fotografico Photo Open Up: altre visioni e ponti aperti

La prima edizione del festival fotografico con sguardi differenti sul tema “Dialoghi e conflitti”: intervista alla fotografa Francesca Magnani

La vista dal tetto del William Vale. Brooklyn, 2019

La fotografa patavina che da anni vive a New York porta avanti il progetto Duplicittà, e presenta la sua doppia visione del mondo, tra America e Veneto

Padova e New York sono unite ancora una volta idealmente nello sguardo della fotografa Francesca Magnani, collaboratrice de La Voce di New York, che nel progetto da vent’anni in fieri Duplicittà, la serie di cui parlammo in questa intervista, continua a presentare la sua doppia visione del mondo, tra Padova e New York. Fino al 27 ottobre è possibile sperimentare un ben corposo assaggio di fotografia a Padova, che ospita quest’anno la prima edizione del festival fotografico Photo Open Up che vede il convergere in città di esperienze disparate unite dal tema dicotomico “Dialoghi e conflitti”.

Autori come Henri Cartier-Bresson, Diane Arbus, Robert Mapplethorpe, David LaChapelle, Gabriele Basilico, Mario Giacomelli, Nan Goldin, Helmut Newton, Man Ray, Sebastiao Salgado, Edward Weston sono in mostra accanto a fotografi dai nomi meno altisonanti ma ugualmente appassionati. Tutta la città questo mese parla di fotografia: il circuito ufficiale delle mostre ne conta nove (in sale di musei, palazzi, gallerie), e quello semiufficiale ben diciannove, proposte tra caffè, librerie, locali notturni. 

Una delle opere della fotografa

La New York di Magnani è presente in due istanze in ambedue le categorie: troverete la Grande Mela in coppia con Padova nel dittico Red alle ex Scuderie di Palazzo Moroni – assieme ai 37 artisti di Altre Visioni: Lo sguardo dei club e delle associazioni fotografiche padovane, che fanno capo a foto club e associazioni – una ragazza con una sciarpa rossa guarda dall’alto la città, metafora dell’artista che immersa nel paesaggio rimane separata dalla realtà attraverso il vetro della lente/barriera di protezione, e il fil rouge cromatico che torna nella Specola illuminata, l’Osservatorio di Galileo, la notte della Vigilia di Natale, con un volo ideale dal Bacchiglione all’East River. 

Il dialogo/conflitto visivo di Magnani continua poco distante, appena fuori dalle mura del centro in una seconda mostra collettiva, dove la serie sul ponte di Williamsburg, Il ponte rosa è messa in dialogo con un’altra mostra, su un altro ponte, l’eponimo cavalcavia della stazione di Padova, il Borgomagno, che i 6 fotografi di Monkeys Lab hanno documentato nel progetto Più che un ponte. Teatro di questo secondo dialogo è il bar Aperture, che ironicamente ha preso il nome da una prestigiosissima galleria neworkese dove Magnani ha esposto nel 2017 nell’ambito del group show “On Freedom”. Abbiamo rivolto alla fotografa alcune domande:

Palazzo Moroni, sede di Altre Visioni, Fotografia di Serena Pea

Che cosa porti di New York a Padova?

“Quando vado a Padova viaggio da sola quindi quello che porto è solo nei miei occhi. Ecco perché feci la prima mostra del progetto Duplicittà già nel 2002 quando ero alla New York University e stampavo le mie foto in camera oscura. A quei tempi ero un’accademica che faceva il dottorato e mi sentivo così: mi pareva di avere “in the back of my mind” Padova quando ero a New York e viceversa, come se uno, all’arrivo in un posto cambiasse schermo o visore. Ho sempre vissuto da sola quindi ero l’unica “testimone” di me stessa qui o lì, e nella mostra volevo esprimere quello. Ora tutto è cambiato, c’è Instagram per mostrare le immagini al momento, quindi il bisogno di “mostrare” è meno impellente, ma quello di esprimere ambedue le mie due parti (due lingue, due modi di rapportarsi, due atteggiamenti distinti nel relazionarsi agli altri) è rimasto ugualmente forte, vitale. In questo caso poi nel caso del dittico la dinamica è ancora diversa e amplificata dal fatto di essere parte di un gruppo, quello dei fotografi di Altre visioni e poi noi stessi di un gruppo ancora più ampio, quello di un intero festival che coinvolge l’intera città. E pure in Ponti Aperti, dove il secondo “termine di paragone”, non è più mio, ma è stato svolto da un gruppo padovano che lavora da tempo con il quartiere dell’Arcella. Come io nelle mie passeggiate sul ponte rosa collego Brooklyn alla Lower East Side, loro col loro lavoro parlavano dell’unione e differenza tra il centro e la periferia, una delle distinzioni chiave della città italiana. Mi è piaciuto molto collaborare in questo caso perché mi ha dato modo di confrontarmi con altri guardi, ugualmente attenti e indagatori. Per esempio un’altra delle fotografe in mostra, Serena Pea, ha realizzato per la Voce le foto del palazzo padovano che “contiene” New York”.

Cosa ti dà ispirazione a New York?

“L’energia della strada e della subway. È davvero uno spettacolo continuo, sempre cangiante e in movimento. C’è gente che magari viene dall’Italia ogni anno in visita e non hanno mai camminato da soli per strada. È una dimensione unica, e chi si sposta sempre in Uber si perde moltissimo. È l’umanità che si incontra ad ogni passo, e che in qualche modo riflette sempre il mio stato d’animo. Il momento dello scatto per uno street photographer è una condizione non prevedibile e in quando l’occhio il cuore e la testa sono allineati, come diceva Cartier – Bresson, per me uno dei posti più belli dove essere è la Lower East Side nel tardo pomeriggio d’estate o il lungofiume a Williamsburg appena prima del tramonto”. 

Photo Open Up, a Padova, varie sedi, fino al 27 ottobre

Altre Visioni

Scuderie Palazzo Moroni

Via VIII Febbraio, 8, 35122 Padova

Ponti Aperti

Aperture Cocktail Bar

Via D’Alemagna 2, Padova

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