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Exclusive Made in Italy a New York: la maestria del bello di Federica Pittarello

Di origini venete, a New York ha creato una nuova dimensione del design su misura offrendo con l'azienda Three To Five prodotti di alta manifattura

Federica Pittarello

Nel fascino di Soho, Federica Pittarello con la sua società di design solutions Three to Five reinventa la bellezza del custom made. Tra luxury retail e private residence high-end, si affida alla qualità del lavoro di maestri artigiani italiani. L'abbiamo intervistata per saperne di più sulla sua sfida infinita con New York e anche per capire come si continua lavorare nel suo campo al tempo del Covid-19

La passione e l’entusiasmo con cui Federica Pittarello parla della sua azienda Three to Five è un’emozione d’altri tempi. La sua attenzione alla bellezza, la costante ricerca della perfezione e di un’estetica sempre raffinata, hanno portato Federica a fondare Three to Five, società di design solutions nel cuore di Manhattan. Tradizione manifatturiera italiana, eleganza e contemporaneità si combinano con estrema delicatezza in ogni dettaglio, per sviluppare prodotti bespoke e trasformare i sogni del cliente in una sofisticata realtà: dalla selezione di materiali pregiati alla sperimentazione di sistemi innovativi alla creazione di elementi d’arredo. Dando vita a dimore esclusive tra cui una penthouse disegnata dallo studio Bonetti Kozersky e a retail esperenziali come Redemption, creative concept Luca Guadagnino, e Balmain in Soho; Carolina Herrera in Madison Av.; Kith e Acne Studio a Los Angeles e New York… Con uno sguardo al futuro, nel fascino dell’hand made.

Herrera

Federica, ci racconti come hai iniziato e com’è nata l’idea di fondare Three to five?

“Ho iniziato a venire a New York quando lavoravo come project manager e supervisor per i negozi de Il Gufo, marchio italiano di abbigliamento per bambino. Durante l’apertura del primo negozio su Madison Avenue sono entrata in contatto con il gruppo di costruzione Michilli che si stava occupando della ristrutturazione. Abituata a lavorare in Europa dove mi potevo avvalere facilmente di piccoli artigiani altamente specializzati, mi sono chiesta come avrei potuto soddisfare queste piccole, ma fondamentali esigenze di qualità, equilibrio e semplicità. In America non riuscivo a trovare risposte. Così qualche anno dopo ripensando a quel gap e ai tanti meravigliosi contatti costruiti negli anni con maestri dell’artigianato italiano mi sono detta che avrei dovuto trovare il modo di mettere insieme questi due mondi così diversi (quello americano e quello italiano) e farli comunicare per creare la bellezza. Ho così deciso di trasferirmi definitivamente in questa città, iniziando a lavorare con il gruppo Michilli per creare un’attività di design solutions legata alla manifattura italiana e al custom-made artigianale”.

Perché Three to Five?

“È un nome simbolico, riflette una parentesi spazio-temporale dove le cose succedono e si sviluppano, come accade, ad esempio, durante le open house. E i nostri progetti iniziano sempre da un incontro. La somma di 3 e 5 è 8. Ribaltato, è il simbolo dell’infinito”.

Com’è costituita l’azienda?

“A New York c’è la sede operativa e commerciale di Three to Five. Nel nostro ufficio a Soho incontriamo gli architetti, iniziamo a lavorare sui loro primi schizzi e cerchiamo di trovare soluzioni per dare forma alle loro idee. In Italia, invece, abbiamo due laboratori produttivi di circa 20 persone l’uno, in Veneto e fuori Milano. Con i nostri fornitori e artigiani esiste un rapporto esclusivo. Three to Five nasce come anello di congiunzione tra l’Italia e gli States, dando un supporto locale sia ai clienti sia a chi arriva dall’Italia per la messa in opera. Tutto dev’essere seguito con grande attenzione, rispettando le tempistiche, mantenendo alta la qualità e risolvendo le diverse problematiche: dall’installazione di una cucina all’ingegnerizzazione dei diversi manufatti”.

Federica Pittarello al lavoro nella sede di Three to Five di SoHO, New York

Quali gli artigiani coinvolti nei diversi progetti e dove sono dislocati?

“Abbiamo selezionato in questi anni una serie di fornitori fidati. Sono artigiani che fanno questo mestiere da generazioni. Le zone di produzione in Italia sono principalmente Veneto e Lombardia, mentre per quanto riguarda i pellami e le materie prime legate alle pietre e ai marmi ci affidiamo ad aziende toscane e del centro Italia. In base alle diverse richieste lavoriamo con falegnami, artisti del vetro, artigiani dei metalli e dei marmi, un materiale molto richiesto in questo periodo. La pietra da circa un paio d’anni è tornata come tendenza, da quando David Chiepperfield ha iniziato a utilizzarla negli store di Valentino”. 

Leroy, New York: penthouse. (Foto Tommaso Sacconi)

In che modo sei riuscita a inserirti nel mercato del luxury?

“Il primo progetto “luxury”  è stata l’intera realizzazione di una residenza privata sulla Fifth Avenue. Ci siamo occupati di tutto e, dopo le demolizioni, abbiamo assistito il cliente nella scelta e nell’acquisto dei pavimenti, delle finiture dei soffitti fino alla scelta degli accessori. Abbiamo ricreato gli spazi costruendo una grande master suite che è diventata il cuore della casa, integrando pareti in ottone, vetro e marmi, naturalmente importati dall’Italia. Nella zona living e kitchen abbiamo lavorato con diversi materiali dall’alabastro ai metalli. La cucina è stata interamente customizzata secondo le precise esigenze del cliente. Nel tempo penso che Three to Five, nonostante sia un’azienda giovane, sul mercato da soli 6 anni, abbia conquistato la fiducia dei suoi clienti grazie alle competenze e all’accuratezza con cui seguiamo i progetti, al nostro approccio attento al dettaglio. Clienti con cui si sono creati importanti relazioni e che ci chiamano anche al di fuori degli States per creare i loro flagship store in Medio Oriente e in Europa. Per noi è importante aiutare gli architetti a realizzare le loro idee, mettendo a disposizione le nostre conoscenze, competenze e le nostre maestranze”.

Redemption, New York (Foto Giulio Ghirardi)

Tra i progetti più importanti in corso?

“Il prossimo progetto su larga scala sarà il flagship di Kith a Parigi dove il marchio ha preso in gestione uno storico palazzo nel cuore della città, al cui interno verrà inaugurato anche un ristorante”.

In questo momento di emergenza legato al Covid-19 che cosa è cambiato nel modus operandi dell’azienda?

“Abbiamo riaperto da qualche settimana le produzioni in Italia, all’interno dei nostri stabilimenti ci siamo attrezzati con tutte le norme di sicurezza previste, ma stiamo ancora cercando di capire come sarà la nuova realtà nei cantieri. Sicuramente i tempi si allungheranno e dovremo accettare dei compromessi diversi rispetto a prima”.

In che modo vi state muovendo e che cosa è più richiesto dai vostri clienti riguardo ai sistemi di protezione?

“I clienti in questo momento non hanno particolari richieste e si fidano del nostro operato, ma ci chiedono di rispettare il più possibile i tempi, nonostante capiscano che per tutti si tratta di una fase nuova”.

Kith Kids Store

Quali sono le maggiori problematiche da affrontare oggi?

“Sicuramente la non certezza di ciò che accadrà nei prossimi mesi, come saranno i collegamenti tra l’Europa e gli Stati Uniti e se tutto questo causerà una possibile chiusura da parte degli USA alla produzione in Italia. Speriamo si trovi presto una cura e un vaccino, e che si riesca a tornare alla “normalità””.

Come vedi il futuro del retail dopo questa emergenza sanitaria?

“Sicuramente questo è un momento di grande crisi e paura, ma è anche il momento di cambiare le cose, di provare a dare un’altra forma alle nostre aziende. Abbiamo imparato a lavorare in maniera diversa, ma abbiamo anche capito quanto sia importante stare vicini e guardarsi negli occhi per rafforzare le sinergie e soddisfare le esigenze dei nostri clienti. Personalmente non credo molto nello smart working: non credo si possa fare a meno di incontrarsi. Questa situazione di emergenza ci ha tolto la libertà e ci ha ricordato quanto fosse prezioso tutto ciò che avevamo prima, rendendoci più consapevoli. Dobbiamo cercare di uscire dal prossimo semestre e a quel punto ci sarà voglia di ripresa e di nuovi progetti”.

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