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Il nuovo Museo del Compasso d’Oro dove gli oggetti raccontano la Storia degli Italiani

Inaugurato il 25 maggio, il museo e i suoi "vincitori" vanno rivisti e goduti: la giusta celebrazione del genio italiano nel design

Foto Greta Gandini

Cos’hanno a che fare uno scarpone, una lampada, un telefono e un paio di cuffie messi insieme in un’unica vetrina? Sembra l’inizio di una di quelle barzellette nonsense che andavano di moda anni fa. E invece questi oggetti, così diversi tra loro, hanno un denominatore comune. Sono tutti vincitori del Compasso d’Oro, il premio più famoso al mondo nel settore del design, quello che dal 1954 assegna gli Oscar del progetto.

Ora, finalmente, dopo gli inevitabili pandemici rinvii, tutti i progetti che hanno meritato l’ambitissimo riconoscimento, il premio o la menzione d’onore, sono esposti al neonato Museo dell’ADI, l’Associazione per il Design Industriale. Oggetti e progetti, una mole impressionante di materiali originali, di disegni e studi tecnici, per quello che è il più bel museo del design al mondo nella capitale del design mondiale.

La facciata del Museo dell’ADI (Foto M. Bonetti)

Vi sembra che io stia esagerando? Credetemi: no. Non esagero. Qui c’è la storia mondiale del design raccontata in centinaia di pezzi. E insieme, spesso e volentieri, si trova la sua genesi, il concetto abbozzato a matita di chi un certo oggetto lo ha pensato, lo studio di ingegnerizzazione di chi lo ha messo in produzione, a volte anche la pubblicità del lancio che poteva anche avere la firma di grandi graphic designer come Milton Glaser o Bob Noorda.

Foto di Greta Gandini

Una lunga avventura che appartiene a tutti noi. Perché diciamo la verità: non c’è uno dei visitatori dell’ADI Design Museum che non abbia avuto un contatto con almeno uno di quegli oggetti, che non si ricordi di averlo visto, di averlo magari anche posseduto. Uno a uno vuol dire rapporto diretto, quasi intimo, a tu per tu. Così questo museo recupera deja vu e ricordi, solleva i classici veli di malinconia degli anni passati e strappa sorrisi. Parla a tutti, non solo agli addetti ai lavori, per i quali è come sfogliare un libro pop up con le favole preferite di quando eravamo bambini: qui salta su il telefono Grillo, lì la poltrona Sacco, guarda c’è la scimmietta Zizì. Un’apoteosi. E quindi vedere tutte queste meraviglie ora esposte è il racconto della nostra vita per oggetti, di come eravamo ma anche di come siamo ora. Perché oltre alla collezione storica ci sono le mostre temporanee.

Foto Martina Bonetti

Quella su Renata Bonfanti, compasso d’Oro nel 1962, è davvero interessante; troppo piccola quella su Giulio Castelli, patron della Kartell; Uno a Uno, nella hall centrale, come spiega il titolo, affascina per la comparazione di oggetti progettati a distanza di anni. In una zona a parte i prodotti selezionati dall’ADI Design Index, la prima grande scrematura fatta da una megacommissione che poi conduce al Compasso d’Oro, che si tiene ogni due anni.

foto di Martina Bonetti

Nota di merito va a Beppe Finessi, una garanzia, ha curato la mostra della Collezione storica intitolata “il Cucchiaio e la città”. Il progetto grafico e l’allestimento sono tutti di Italo Lupi e di Migliore+Servetto.

Il museo è stato inaugurato il 25 maggio ma io l’ho visto solo tre giorni fa, prima di scrivere le cose vanno viste e quindi eccoci qui. Avevo sentito dire che Italo Lupi Migliore + Servetto erano stati bravi, molto bravi, a dare ordine e cura, attenti a essere chiari e semplici ma non banali, a far entrare tanta roba in poco spazio, a legare tutte le storie che questi oggetti si portano dietro, ognuno con il suo linguaggio, infilati uno ad uno come una collana di perle. Bravi perché l’allestimento è una cosa fondamentale, l’effetto mercatino è sempre dietro l’angolo in questi casi. Invece c’è tanto valore, operazione riuscita. Prendere nota, please.

Foto Martina Bonetti

Ora metto qualcosa che pesco dalla comunicazione ufficiale, numeri storie citazioni. Ad esempio che riguardano il luogo dove ora c’è il museo, che è vecchio come i tram di Milano che qui erano depositati a fine corsa quando a trainarli erano i cavalli, negli anni Trenta. Un posto che ha una sua dimensione d’uso oggi ritrovata, molto grande e alto, molto tutto per oltre cinquemila metri quadrati, diviso per i 2300 oggetti della collezione storica che dal 2004 è divenuta “di eccezionale interesse artistico e storico”.

Foto Martina Bonetti

“Il nostro è un museo autogenerativo – ha affermato Luciano Galimberti, Presidente ADI – che si rinnoverà costantemente, ma soprattutto che propone il superamento del percorso temporale lineare, affiancandolo a percorsi che pongono temi, storie, personalità, in una dialettica attorno alla contemporaneità”. Un posto che si presta a mille letture, dalla semplice curiosità all’approfondimento. Io ho deciso: ci torno con moglie e figli. Perché questo museo non racconta la storia d’Italia ma quella degli italiani.

  

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