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Casa Cappellini a New York, per mettere in mostra una casa vissuta all’italiana

Intervista con Giulio Cappellini, anima e alfiere del design nel mondo: "Quando pensi di sperimentare qualcosa per forza di cose pensi a New York"

L'interno dello showroom milanese di Cappellini con vari pezzi della sua collezione

“Occorre continuamente lavorare sulla ricerca, sull’innovazione, cercando nuove menti nel mondo. Magari in zone del mondo meno contaminate”.

Giulio Cappellini con Elena Salmistraro che ha progettato Axo, un bambolotto di pezza realizzato dalle carcerate

Così guarda al futuro Giulio Cappellini, che è imprenditore, designer, talent scout, direttore artistico, anima e alfiere del design italiano nel mondo. Anni fa pubblicò un libro, Il Metodo Cappellini, il sogno declinato, che serviva a mettere giù il suo modo di scovare grandi designer, da Marcel Wanders ai fratelli Bouroullec, da Marc Newson a Jasper Morrison, che poi sono entrati nella collezione Cappellini, legati da un fil rouge di diversità che solo la sua visione sa tenere insieme. Una sensibilità e un fiuto, il suo, che hanno cominciato ad affinarsi nella seconda metà degli anni Settanta dopo che Cappellini, studente al Politecnico, lavora per un anno con Gio Ponti e poi entra in relazione con Achille Castiglioni, Ettore Sottsass, Vico Magistretti, Alessandro Mendini.

“E’ facile trovare giovani menti, indubbiamente interessanti, in aree che meno hanno avuto a che fare con il design perché quando parliamo dell’Italia o dell’Europa essere figli dei grandi maestri non è facile. Alcune generazioni sono state penalizzate. Oggi però c’è una giovanissima generazione di designer molto interessante, parlo di ragazzi che hanno poco più di vent’anni…”.

La Tube chair di Joe Colombo, icona del design italiano, da anni rieditata da Cappellini

Sta guardando a Est?

“Un bacino è sicuramente l’Europa dell’Est, che soprattutto a livello di manifattura e di grafica negli anni Cinquanta ha fatto cose straordinarie che per ragioni politiche il mondo non ha potuto conoscere. Ha usato una maestria straordinaria”.

E l’America?

“Anche il Nord America è interessante, anche se dopo il design degli anni Cinquanta e Sessanta si è finiti un po’ tutti nello stile country. Ora ci sono nuove generazioni davvero interessanti, io sostengo da anni Wanted Design, manifestazione che quest’anno si tiene a novembre a Manhattan e a Brooklyn, con esposizione di aziende e una parte di design competion: ci sono varie scuole del mondo del progetto e giovani designer newyorchesi, che in molti casi sono anche editori…”.

Il divano Basket dei fratelli Ronan & Erwan Bouroullec

Cosa vuol dire essere editori di design?

“Vuol dire che realizzano i loro prodotti in scala ridotta o custom made, e soprattutto nell’area di Brooklyn c’è un’attività molto forte in questo senso. Poi alcuni di questi negli anni diventano anche progettisti e hanno fatto progetti per Cappellini. Ad esempio Todd Bracher, Stephen Burks, Jeffrey Bernett, esponenti di una generazione davvero interessante in Nord America”.

Il divano Daybed di Jasper Morrison

E come non parlare di New York…

“New York è una città che ti stimola molto, una città molto veloce, lì le cose cambiano davvero velocemente e devi essere molto bravo a captare le nuove situazioni. Quando pensi di sperimentare qualcosa per forza di cose pensi a New York. Faccio un esempio del cambiamento in atto. Come Cappellini noi siamo andati tantissimi anni fa ad aprire lo showroom a Soho e con noi altri marchi del settore. Bene, poi dopo di noi sono arrivati i giganti della moda, che hanno tolto quello spirito particolare e interessante a tutto il quartiere, hanno fatto andare i prezzi alle stelle e ora un po’ tutte le aziende del design si stanno allontanando da lì. Poi abbiamo un altro spazio a Central Station con Haworth dove lavoriamo per il contract, settore che è molto importante per noi con marchi molto rinomati, diffusi in tutto il mondo, di cui non possiamo dire niente (sorride). Ma tornando al concetto di showroom le cose stanno cambiando molto rapidamente…”.

La Thinking Man’s chair di Jasper Morrison, un best seller di Cappellini

Qual è la tendenza ora?

“Io penso che il negozio di arredamento così com’è, monomarca, rischia di essere una cattedrale nel deserto. Ecco che allora ci stiamo ponendo il problema di come proporci al pubblico e abbiamo elaborato una formula nuova, che è quella di una casa vissuta così come la vediamo noi, interpretata da noi. Casa Cappellini, appunto. E la sperimenteremo a breve proprio a New York”.

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