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Si chiama Gabriela, viene dal Guatemala, è una Designer per disabili…

Col progetto “UrbanDis” si dedica alla consulenza per aziende e istituzioni perché operino trasformazioni che consentano inclusività e accessibilità per tutti

Gabriela Matus

Quello che si dice: “Un viso pulito”, capelli castani, ricadono liberi sulle spalle, un impercettibile filo di trucco. Maglietta, pantaloni comodi, al collo una collanina.  “Mi chiamo Gabriela. Gabriela Matus. Ho trent’anni. Sono guatemalteca”.

La sua professione, racconta, è designer industriale, specializzazione in progetti per persone con disabilità; i progetti a cui lavora e che le stanno a cuore riguardano l’accessibilità allo spazio fisico, prodotti, sistemi, servizi.

 “Reduced inequalities, questo è il mio obiettivo”.

Significa?

Alla fine dell’università ho capito che volevo saperne di più sull’Universital Design”.

Per un profano quale sono, cosa significa? E’ la metodologia di design, spiega, che ha come obiettivo la progettazione di edifici, prodotti e ambienti accessibili a ogni persona, anche in condizione di disabilità.

Ho deciso”, spiega Gabriela, “che avrei approfondito la materia; ho iniziato a lavorare ad un progetto per un ospedale in Guatemala. All’inizio c’erano difficoltà: la mia tesi doveva fare i conti con molte resistenze: non presentava un ‘prodotto’, ma si concentrava ‘solo’ sul miglioramento delle infrastrutture come servizio ai malati e alle loro famiglie”.

Momenti di frustrazione, sconforto, scoraggiamento: “Percepivo che in facoltà il mio studio non era valorizzato…ma è stata anche questa un’esperienza: mi ha insegnato da subito che mi stavo addentrando in un ambito che non sempre è ben accolto; al tempo stesso ho sentito che ero dentro una sfida, e l’ho raccolta. Ho deciso di continuare ad approfondire”.

Gabriela di tutta evidenza nasconde dietro un aspetto mite un carattere tosto: frequenta un corso post-laurea in “Accessibility and Design for All”, all’università della Catalogna, in Spagna. Non bastava. Mette in cantiere anche un bambino: “Mi ha aiutato a capire che il mio studio non riguardava solo persone diversamente abili, ma anche donne incinte, persone a mobilità ridotta, con lesioni temporanee o in fasi post-operatorie”.

Grazie a un progetto chiamato “UrbanDis” si dedica alla consulenza per aziende e istituzioni perché operino trasformazioni che consentano inclusività e accessibilità per tutti: “Credo che sia molto importante aumentare il grado di consapevolezza del mondo delle aziende riguardo la disabilità. In paesi come il Guatemala c’è ancora molta ignoranza su come affrontare queste situazioni; in alcune regioni la disabilità è vista come sventura e maledizione. E’ necessario lavorare sull’educazione e il cambiamento culturale. Sono sempre più convinta che non possiamo continuare a generare economie e culture che escludono: nessuno deve essere lasciato indietro…”.

E’ una storia appena iniziata, nessuno può dire al momento se avrà un seguito, e quale. Sembra cogliere la perplessità, prima di congedarsi la frase che è la chiave del tutto: “La cosa importante è tentare. Provarci. Qualcuno lo deve fare”. Buena suerte, Gabriela.

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