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Ai box di partenza la prima mostra biennale di arte contemporanea dell’Arabia Saudita

Per il Regno saudita, un’occasione storica per aprirsi al mondo, parlando al senso per la real politik della comunità internazionale

Un'immagine di Riyad la capitale dell'Arabia Saudita (pixabay)

Ma che effetto avrà sulle proprie contraddizioni interne riguardo ai diritti umani?

L’Arabia Saudita avrà la prima mostra biennale di arte contemporanea della sua storia. Dal prossimo 7 dicembre fino al 22 marzo 2022, saranno 70 gli artisti locali e internazionali che esporranno le loro opere. Il sito scelto per l’evento si trova nel distretto di Jax, nella città di Diriyah. Da cui il nome dell’esposizione: Ad-Diriyah Biennale.

Più di 20mila metri quadrati ospiteranno esposizioni organizzate in 6 sezioni tematiche che affronteranno argomenti quali memoria e conservazione, trasmissione culturale, impegno sociale, impatto dell’Uomo sul pianeta e infine l’ambito spirituale. “Speriamo che questa mostra metta le nuove generazioni di spettatori davanti all’arte contemporanea globale. Non solo intesa come modalità di espressione visiva ma anche come spazio per il pensiero critico”. Così Philip Tinari, direttore e amministratore delegato dell’UCCA Center for Contemporary Art di Pechino e curatore della Biennale.

Il titolo dell’evento è Feeling the stones. Si rifà al motto “cross the river by feeling the stones” (attraversare il fiume sentendo le pietre), che mette in rilievo l’idea del passaggio da una riva all’altra, di un cambiamento di posizione, “sentendo” pragmaticamente, volta per volta, qual è il percorso che deve essere compiuto per riuscire nell’impresa. Già nella scelta di questo titolo c’è tutta la strategia del Regno, tanto di politica interna quanto di politica internazionale ad ampio raggio. L’Arabia Saudita, paese che nel complesso mantiene ottimi e proficui rapporti soprattutto con l’Occidente, per questa sua importante “prima volta” in ambito artistico sceglie un motto tradizionalmente attribuito a Deng Xiaoping, e legato al concetto di trasformazione economica e sociale. Deng Xiaoping è infatti considerato l’architetto dell’impianto di riforme che hanno creato la Cina contemporanea. Dunque, uno sguardo rivolto sia verso l’ovest liberale e capitalista, sia verso un est che da decenni si sta trasformando profondamente, assumendo molti degli aspetti dinamici e propulsivi del mondo occidentale.

E a dimostrare quanto sia forte la sensazione di essere davanti a una svolta epocale per il paese, ecco le parole di Aya Albakree, CEO of Ad-Diriyah Biennale Foundation: “la prima Biennale d’arte dell’Arabia Saudita è una pietra miliare cruciale, e si basa su una trasformazione culturale in corso senza precedenti per il Regno”.

L’evento costituisce l’ennesimo tassello della frenetica costruzione di connessioni culturali che il Regno sta realizzando con i partner internazionali, occidentali e non. Il tutto funzionale alla promozione del grande progetto di sviluppo socio-economico denominato Vision 2030, incentrato su “riforme strutturali, privatizzazioni, sviluppo delle piccole e medie imprese, diversificazione dell’economia”. Progetto che, nonostante la pandemia e un persistente scetticismo degli investitori internazionali, ha favorito un incremento del 33% degli investimenti esteri nell’ultimo anno.

L’Arabia Saudita è un paese in crescita e sempre più orientato verso una dimensione globale. In tale ottica, l’arte è un efficace canale di flusso e scambio di idee, talenti ed esperienze. La famiglia reale e il suo entourage politico stanno in pratica applicando al mondo dell’arte la stessa politica di riduzione delle distanze col mondo esterno adottata in ambito sportivo.

Anche lo sport, infatti, vettore per eccellenza dell’intensificazione di rapporti tra mondi distanti, è stato oggetto di ingenti investimenti da parte del Regno. Il Principe Bin Salman ha investito circa 2 miliardi di dollari per organizzare e ospitare manifestazioni sportive. Alcune di queste sono ai massimi livelli del rispettivo ambito, come nel caso delle corse automobilistiche. L’Arabia Saudita si è infatti aggiudicata la penultima gara del Gran Premio 2021 di Formula 1. La gara si terrà nel circuito di Jeddah, il prossimo 5 dicembre. E anche in questo caso si tratta di una prima volta per il Regno.

Resta tuttavia aperto il capitolo scottante dei diritti umani. Al di là dell’omicido del giornalista Jamal Kashoggi, vicenda in cui alla violenza commessa si mescolano giochi e interessi geopolitici giganteschi, l’elenco delle macroscopiche contraddizioni con la politica di cambiamento e di apertura al mondo è lungo. Dalla pena di morte comminata con estrema scioltezza e per una vasta gamma di reati alle pene corporali, quali la fustigazione. Dalla condizione di discriminazione delle donne alla mancanza di libertà di espressione. I segnali di cambiamento che si hanno in questo senso sono giudicati ancora del tutto insufficienti dalla maggior parte degli osservatori internazionali. Ad esempio, ad aprile dello scorso anno è stato notevolmente diminuito il numero dei reati per i quali è possibile condannare a morte i minori di 18 anni. Sempre nel 2020, nel mese di luglio, è stata proposta una modifica alla legge sulla nazionalità saudita. In pratica, viene concessa la residenza permanente, senza alcuna tassa o lunghe procedure burocratiche, ai figli di donne saudite sposate ai cittadini stranieri. Una soluzione provvisoria al vuoto normativo in materia, che di fatto vietava alle donne saudite sposate con cittadini stranieri di trasmettere la cittadinanza ai propri figli.

Questi e altri provvedimenti rappresentano certamente degli importanti scricchiolii di un sistema normativo che fino a poco tempo fa appariva granitico, come se fosse destinato all’eternità. Tuttavia, la velocità è ancora insufficiente. E quello che inizia a essere visibile con gli occhi del pragmatismo e della real politik, resta ancora impercettibile per la stragrande maggioranza degli “sguardi”.

Utile quindi, a tale riguardo, fare tesoro di quanto scrive Max Hastings per Bloomberg, parlando appunto di real politik e pragmatismo nei rapporti dell’Occidente con stati illiberali come Arabia Saudita, Russia e Cina: “i nostri leader politici sono obbligati a confrontarsi con persone che uccidono le persone, o almeno ordinano che vengano uccise (pensate alle prove che coinvolgono il russo Vladimir Putin). Tutte le nazioni fanno compromessi quotidiani, patti col diavolo, nell’interesse del commercio.  Il sistema globale si fermerebbe se tutti coloro che acquistano cose da un certo stato, o vendono ad esso, richiedessero un certificato di probità morale”.

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