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Le sfumature umane della religione, nel “Vangelo secondo Bruce Springsteen”

Il nuovo libro di Luca Miele, giornalista di "Avvenire", affronta il tema del rapporto fra il Boss della musica americana e le Scritture

Bruce Springsteen, "The Boss", in concerto

Ma l libro di Miele, "Il Vangelo secondo Bruce Springsteen", aiuta a scendere un po’ più in profondità nella poetica di Springsteen. La figura del padre, il tunnel dell’amore, il dolore. Il bisogno di una salvezza che – almeno da un certo punto in poi - si realizza solo “stando assieme”, condividendo una narrazione, un’eredità che passa da una generazione all’altra.

La copertina del libro “Il Vangelo secondo Bruce Springsteen”

Bruce Springsteen non cessa di essere fonte di ispirazione per gli scrittori italiani, nonostante il suo primo album, Greetings from Asbury Park, N.J., sia datato 1973. Segno di una incontenibile vitalità, che dal palcoscenico si trasferisce sulla carta, ma prima ancora nelle menti e nei cuori dei fan. Questo Il vangelo secondo Bruce Springsteen di Luca Miele, giornalista di Avvenire, uscito nell’ultimo scorcio del 2017, è almeno il terzo libro di un autore del Belpaese dedicato al Boss che recensisco qui sulla Voce. E, di nuovo, piuttosto che la musica, al centro ci sono le  parole, le liriche di canzoni che hanno segnato la storia del rock e hanno cantato l’altra faccia del sogno americano di più e meglio di tante altre. Il punto è semmai: solo americano? Si direbbe di no, se il tema affrontato qui è il rapporto fra il Boss e le Scritture (che sono, per definizione, di portata universale).

Molti altri cantanti americani hanno intrattenuto un rapporto molto stretto con la religione. Pensiamo a Johnny Cash, al Prince dell’ultimo periodo, a Ben Harper, pensiamo soprattutto al premio Nobel Bob Dylan, prima e dopo la sua celebre conversione al cristianesimo del 1978. Springsteen potrebbe essere più facilmente accostato ad una religiosità “laica”, che a volte si esprime nella celebrazione di alcune icone dell’identità americana –  la strada, la classe operaia, l’automobile – e a volte dà voce ad una contemplazione dell’esistenza più intima e dolente, che riporta a Steinbeck, al Woody  Guthrie che dopo aver cantano i sindacati e ucciso metaforicamente i fascisti muore nell’ospedale psichiatrico di Greystone Park, devastato dal morbo di Huntington.

Questo ad un esame superficiale. Il libro di Miele (già autore di Oltre il confine – miti e visioni d’America nelle canzoni di Bruce Springsteen, pubblicato nel 2006) ci aiuta a scendere un po’ più in profondità. Al di là di quelli appena nominati, ci sono altri temi che ritornano, nella poetica di Springsteen. La figura del padre, il tunnel dell’amore, il dolore. Il bisogno di una salvezza che – almeno da un certo punto in poi – si realizza solo “stando assieme”, condividendo una narrazione, un’eredità che passa da una generazione all’altra. Di tutti questi temi è possibile dare una lettura – anche – religiosa, pur con la consapevolezza che cercare a tutti i costi una coerenza in un corpus artistico fatto di centinaia di canzoni, scritte nel corso di 40 anni, “significa rischiare di ‘tradire’ l’intenzione del rocker americano” (come avverte Azzan Yadin-Israel, docente di Jewish studies alla Rutgers University, citato da Mieli in apertura).

La prima fonte di ispirazione è quella del gospel, dello spiritual, quindi della religiosità “nera”. Potrebbe sembrare un paradosso, in un artista di origini in parte italiane ed in parte irlandesi (due dei popoli più religiosi in assoluto). Non solo: se il gospel nasce in seno ad una comunità fatta schiava, quanto della sua religiosità è espressione “autentica” è quanto è un calco del cristianesimo degli oppressori? Miele non si sottrae a queste domande scomode, che valgono per gli afroamericani di tutto il continente, non solo per quelli Usa. “Nella pratica della conversione e del battesimo cristiano, del canto comunitario – scrive – gli afroamericani costruirono spazi di autentica libertà. Di creazione. Di ricostruzione identitaria”.  Sia come sia, a me sembra in primo luogo una conferma che non esistono culture “pure”, e questo a prescindere delle tante parole che si fanno oggi sulla globalizzazione. Esistono mescolanze, riletture, lasciti, furti. Esiste il sincretismo.

I neri si impossessarono di una tradizione religiosa “bianca” (a sua volta di matrice mediorientale), reinterpretandola, reinventandola, con la musica e non solo con la musica (pensiamo anche al Candomblé brasiliano). Più tardi, tanti cantanti bianchi risciacquarono i loro panni nella cultura afroamericana e ne trassero modalità espressive ancora nuove. Springsteen si pone su questa scia. Soprattutto il tardo Springsteen, quello che al posto della strada mette la ferrovia, quindi il treno, un veicolo-metafora di salvezza collettiva, comunitaria (anche in Dylan, a ben guardare, la conversione si annunciava con un treno che arrivava lentamente, Slow train coming).

Ma le piste possibili possono essere altre. Ad esempio, nel raccontare il rapporto padri-figli, che è anche il rapporto con un padre reale, biografico, l’autore di Born to Run utilizza le figure bibliche per eccellenza, Adamo, Abramo e il figlio Isacco, Abele e Caino. Mentre per cantare il lutto successivo all’11 settembre ricorre all’immagine religiosa dell’Ascensione, alla Resurrezione. Siamo oltre la cronaca, oltre la descrizione delle esistenze piagate di tanti suoi antieroi (dalla coppia di The River in avanti), oltre persino a quello che potrebbe essere un esercizio lodevole ma forse un po’ scolastico, la descrizione delle vite o dei destini di alcuni protagonisti di quella giornata fatale (i pompieri, ad esempio). Qui la morte è sacrificio, compimento, ascesi. E’ passaggio, verso la luce. Come in Magic and Loss di Lou Reed. Se si passa attraverso il cerchio di fuoco, le cose non possono rimanere  le stesse.

Infine, ineludibile, il bisogno di giustizia. Springsteen lo canta e lo incarna in tutta la sua produzione. Lo fa come un novello Giona, nel ventre della balena, l’America degli 8 anni della presidenza Bush, l’America della crisi, l’America di nuovo in guerra, e più in generale in mondo dominato dall’ingiustizia, quell’ingiustizia a cui non si può scappare, non individualmente, almeno. Qui forse i rimandi alla religiosità sono meno evidenti. Miele però è molto bravo ad illuminare i cambiamenti conosciuti nel corso del tempo dalla poetica del Boss. Il lavoro, ad esempio, nell’ultima produzione non è più alienazione o stigma, è strumento di emancipazione, possibilità di riscatto. E’, anche, un modo per mettersi al servizio degli altri, per entrare nella comunità “dei Santi e dei Giusti”, quella cui è destinato il regno dei Cieli.  Che sono spesso, poi, i perdenti, gli ultimi della terra cantati dal suo vate Guthrie. Oppure, fra gli altri, da De André, che guarda caso dedicò ai Vangeli (apocrifi) un intero disco.

Luca Miele, Il vangelo secondo Bruce Springsteen, Claudiana, 2017

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