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Helena Janeczek, dopo 15 anni il Premio Strega a una donna

"La ragazza con la Leica" ricostruisce la storia di Gerda Taro, fotografa di guerra tedesca morta nel 1937 documentando la guerra civile spagnola

La vincitrice del Premio Strega Helena Janeczek (credits: premiostrega.it)

“La ragazza con la Leica" non è una semplice biografia. Helena Janeczek, sceglie una strada più difficile, dando la parola ad alcuni di coloro che ebbero modo di conoscere Gerda Taro Pohorylle in tempi e circostanze diverse, in Germania ma anche in Francia, in Italia, e poi sul fronte spagnolo

Il Premio Strega quest’anno è andato a “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek (Guanda), che con 196 voti ha battuto Marco Balzano con “Resto qui” (Einaudi), Sandra Petrignani con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” (Neri Pozza), Carlo D’Amicis con “Il gioco” (Mondadori) e  Lia Levi con “Questa sera è già domani” (Edizioni E/O). A presiedere il seggio era Paolo Cognetti, vincitore della scorsa edizione del Premio.

Il libro di Janeczek racconta la storia di Gerda Taro, fotografa di guerra tedesca (di origini ebreo-polacche), antifascista, spirito libero, morta nel 1937, a soli 27 anni, in Spagna, dov’era andata assieme al compagno Robert Capa a documentare l’evolversi di quel tragico conflitto, ovviamente sul versante repubblicano. “La ragazza con la Leica”, però, non è una semplice biografia. Janeczek, sceglie una strada più difficile, dando la parola ad alcuni di coloro che ebbero modo di conoscere Gerda Taro Pohorylle in tempi e circostanze diverse, in Germania ma anche in Francia, in Italia, e poi sul fronte spagnolo, a volte amandola, a volte anche subendo loro malgrado la sua trascinante, contagiosa voglia di vivere. A parlare sono dei “sopravvissuti”, che vivono a Buffalo, USA, Parigi e Roma: nei loro ricordi ritornano gli anni ’20-’30 dell’Europa, ovvero quella stagione  fatale, sulfurea, imprevedibile in cui la breve vita di Gerda Taro e quella appena un po’ più lunga di Robert Capa – ovvero di Endre Ernő Friedmann (lo pseudonimo lo inventò Gerda)  – presero forma, tramutandosi, via via, in leggenda. Una stagione di conflitti e scelte definitive, ma anche di creatività e di entusiasmo, quando essere ebrei, comunisti, apolidi, e persino reporter – cioè essere Gerda Taro –  rappresentava al tempo stesso un rischio mortale ed una sfida irresistibile.

Romanzo volutamente ostico, quello di Janeczek, che sacrifica qualcosa sul piano dell’immediatezza spezzando – programmaticamente – una lancia in favore della complessità, quella complessità che tutti oggi temono e pochissimi indagano. Del resto, l’autrice ci aveva già abituato a questo tipo di narrazione obliqua, polifonica, capace di andare avanti e indietro nel tempo con naturalezza, già nel suo splendido “Le rondini di Montecassino” (che a suo tempo abbiamo recensito in questa rubrica).

Ancora due cose: innanzitutto, occorre segnalare che lo Strega non era assegnato ad una scrittrice dal lontano 2003 (allora era andato a Melania Mazzucco). Seconda e più importante considerazione: Janeczeck, di origini ebraico-polacche, come la protagonista del suo libro, è nata in Germania nel 1964, e vive in Italia, a Gallarate, dal 1983. È, in altre parole (mi pare di poter dire, e spero che l’autrice condivida questa espressione) una “cittadina del mondo”. In epoca di riscoperta dei nazionalismi, dei confini, dei censimenti, delle identità che non lasciano scampo, mi pare cosa tutt’altro che trascurabile.

Infine, una parola su “Resto qui”, il romanzo di Marco Balzano arrivato secondo, con 144 voti, che  avevamo presentato solo alcune settimane fa. Diversissimo da quello di Janeczek, il libro di Balzano prende anch’esso spunto da una vicenda storica, anche se stavolta parliamo di storia “minore”, quella di un paesino sudtirolese, Curon, sepolto dalle acque di una diga, ovvero sacrificato sull’altare dello sviluppo. Una vicenda raccontata da una voce femminile, in cui si mescolano tante cose: la vita in un piccolo borgo rurale nel cuore delle Alpi, il fascismo, il nazismo, il tentativo di sottrarsi agli imperativi della politica e poi a quelli del progresso, la ribellione, il composto fatalismo delle genti di montagna. Anche in questo libro, è racchiusa una lezione, che possiamo sintetizzare così: la storia d’Italia è, di nuovo, una storia complessa, sfaccettata, che racchiude ad esempio le alterne fortune e vicissitudini delle minoranze (linguistiche, come quella sudtirolese, ma non solo, pensiamo agli ebrei all’epoca delle leggi razziali, pensiamo ai popoli colonizzati di cui racconta Francesca Melandri in “Sangue giusto” ). Di nuovo: impariamo ad affrontare questa complessità, anche se rifugge dalle semplificazioni, dai proclami roboanti. Impariamo a riconoscerla nella nostra vita. Perché le storie che si raccontano nei romanzi, anche in romanzi a sfondo storico come questi, sono quelle che poi ci sfiorano ogni giorno in metropolitana, oppure quando guardiamo una rivista, un film in tv, e magari non riconosciamo la citazione. Quell’immagine, quel segno, quel gesto, sono una foto di Gerda Taro, qualcosa che lei ha catturato con la sua Leica e per la quale ha pagato con la vita. Mentre quella cartolina turistica, quel campanile che spunta dalle acque come una grande matita di pietra, sono le vite degli abitanti di Curon Venosta, che parlano un italiano strano, con una forte inflessione tedesca. A cui dovremmo almeno dire “scusateci”.

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