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“Serotonina”, quando Houellebecq non è all’altezza di Houellebecq

Recensione dell'ultimo romanzo del grande scrittore francese, dopo le ottime prestazioni di "La carta e il territorio" e di "Sottomissione"

La copertina di Serotonina di Michel Houellebecq.

Serotonina si lascia leggere, ovviamente: si sente sotto il mestiere, e qui e là ci sono degli affondi che ancora scuotono, delle frasette che diventeranno ottime citazioni per i social. Chi non conosce la precedente bibliografia dell’autore sarà colpito dalla sua amarezza, dalla sua crudeltà, ci troverà magari persino qualcosa di elegiaco. Ma, nel complesso, è tutta roba rimasticata...

Penso che le stroncature debbano essere riservate soprattutto a chi si ama di più. Perché solo a chi ci ama dobbiamo concedere il privilegio di deluderci. Io ho sempre amato Houellebecq, e perciò mi sento in diritto di dire che Serotonina è deludente. Deludente perché superfluo.

Dopo le ottime prestazioni del terzultimo La carta e il territorio (tema: l’arte, la morte dell’artista) e del penultimo Sottomissione (tema: l’avvento in Francia di un governo islamico, ma in sostanza l’attrazione fatale delle società occidentali verso la “fuga dalla libertà” di cui scrisse Fromm, declinata alla luce della poetica di Huysmans, tra gli altri), Houellebecq ripropone qui per l’ennesima volta il suo personaggio preferito, il triste, disilluso, disperato Florent-Claude Labrouste. E ci starebbe, perché questo vogliamo da Houellebecq, vogliamo una voce “contro il mondo, contro la vita”, per parafrasare il titolo di un suo vecchio lavoro dedicato ad H.P. Lovecraft. Vogliamo una voce, cinica, amara, sferzante, ossessionata dal sesso, perché i suoi romanzi sono tutti costruiti su una voce così, un io narrante “enorme”, dalle cui labbra ci tocca pendere, fin dalla prima pagina. Come nelle opere di altri grandi francesi, dopotutto: Sarte, Camus, Céline, fra gli altri.

Però, poi deve succedere qualcosa. Non sto parlando di trama, anche se altre volte Houellebecq se l’è cavata bene, flirtando con la fantascienza, le distopie, persino il noir. Sto parlando di una nuova invettiva, di una nuova declinazione del disinganno. La cronaca ne offre a bizzeffe. Dopo l’ingegneria genetica de Le particelle elementari, il turismo sessuale di Piattaforma, il tema della fuga e dell’isolamento in La possibilità di un’isola, dopo i club per scambisti come ultima spiaggia della vita di coppia, dopo i terroristi, il disastro ambientale, la morte (dell’amore, in primis, sempre e prima di tutto), il lettore si chiede: cosa ci sarà stavolta?

Beh, purtroppo non un granché, in queste pagine stanche fin dagli inizi, in cui si propone una situazione già abbondantemente vista e digerita, il centro vacanze spagnolo pieno di turisti – naturisti – invecchiati, a cui fanno da contraltare le carni sode e appetibili di due ragazze che chiedono al protagonista se le aiuta a… gonfiare le gomme della macchina.

Un personaggio mistico, ascetico, un ambiente claustrale, ci farebbero più impressione di queste trovate da due soldi, come la scoperta, da parte del protagonista, dei video dell’amante giapponese ad alto mantenimento, Yuzu, alle prese con orge che coinvolgono uomini e anche cani. Mai questo e altri  personaggi femminili ci appaiono vivi, autentici, e non una semplice proiezione della misoginia e disperazione di Florent-Claude/Houellebecq. Che all’improvviso decide di sparire, come Mattia Pascal, ma senza andare poi troppo lontano. Cambia semplicemente le sue credenziali elettroniche, disdice l’affitto dell’appartamento di lusso in cui viveva con la giap e si sposta in un alberghetto dall’altra parte di Parigi.  Continuando nel frattempo a ripercorrere il proprio passato, fra flashback e ritorni di fiamma (che di fiammeggiante hanno pochissimo, dal momento che per Houellebecq ogni donna che abbia passato gli “anta” è inesorabilmente da buttare, inesorabilmente drogata o alcolizzata). Facciamo così la conoscenza dei suoi precedenti fallimenti sentimental-sessuali, tutto sommato abbastanza standard, come gli amori a termine resi possibili dall’Erasmus, insomma, come ogni relazione “liquida” (per dirla con Baumann).  Delle sue ambizioni lavorative, com’è logico presto spente. Della sua visione desolante della vecchiaia (anche se dopotutto questo tipo non ha nemmeno 50 anni e in vita non si è proprio spaccato la schiena). E così via.

Sì, qui e là compaiono le cose che ci aspettavamo dalle anticipazioni: la Normandia (il Nord è per la Francia quello che per gli italiani è il Sud, come ben sanno tutto coloro che hanno visto il film di Dany Boon), la crisi dell’agricoltura francese, a causa della globalizzazione (Florent-Claude viene da quel settore, quindi è un testimone credibile), le proteste, ma nell’economia generale del romanzo sono poca cosa. Non hanno un ruolo organico come, ad esempio, il mercato dell’arte ne La carta e il territorio. E poi c’è la serotonina, ovvero il Captorix, un farmaco che calma le ansie e ha come spiacevole effetto collaterale l’impotenza, da cui peraltro il povero Florent-Claude è già afflitto fin dal principio.

Serotonina si lascia leggere, ovviamente: si sente sotto il mestiere, e qui e là ci sono degli affondi che ancora scuotono, delle frasette che diventeranno ottime citazioni per i social. Chi non conosce la precedente bibliografia dell’autore sarà colpito dalla sua amarezza, dalla sua crudeltà, ci troverà magari persino qualcosa di elegiaco.

Ma, nel complesso, è tutta roba rimasticata.

Si narra che ad un certo punto della sua carriera Tom Waits si sia accorto (anche grazie alla moglie) che stava iniziando a fare il verso a se stesso. Che rischiava di riproporre in eterno il personaggio del cantautore disperato alle prese con l’ennesima esecuzione di Blue Valentine, con una voce sempre più roca. Decise di cambiare registro – pur senza rinnegare nulla del proprio passato – e nacquero nuovi capolavori.

Anche le rockstar (della letteratura) devono accettare le sfide del rinnovamento. Se non vogliono finire mummificate.

Forse, però, Houellebecq ne è perfettamente consapevole. Questo fa dire al suo personaggio, suggerendo, forse, una qualche parentela fra se stesso – non Florent-Claude, proprio Houellebecq, anche perché quale funzionario ministeriale potrebbe permettersi certe divagazioni letterarie? – Thomas Mann e Proust.

(…) Non meno di quel vecchio imbecille di Goethe (l’umanista tedesco tendenza mediterranea, uno dei più patetici rimbambiti della letteratura mondiale), non meno del suo eroe Aschenbach (comunque molto più simpatico), Thomas Mann, Thomas Mann stesso, e questo era estremamente grave, era stato incapace di sfuggire al fascino della giovinezza e della bellezza, che alla fin fine aveva messo sopra ogni cosa, sopra ogni qualità intellettuale e morale, e davanti alle quali anche lui, in fin dei conti, si era abiettamente piegato senza alcun ritegno. Così tutta la cultura del mondo non serviva a niente, tutta la cultura del mondo non apportava alcun beneficio morale e alcun vantaggio, giacché negli stessi anni, esattamente gli stessi anni, Marcel Proust, alla fine del Tempo ritrovato, concludeva con notevole franchezza che non erano solo i rapporti mondani ma anche i rapporti d’amicizia a non offrire niente di sostanziale, che erano molto semplicemente una perdita di tempo, e che non era affatto di conversazioni intellettuali, contrariamente a quanto credono le persone di mondo, che lo scrittore aveva bisogno, bensì di ‘leggeri amori con giovani donne in fiore’.
A questo punto dell’argomentazione tengo molto a sostituire ‘giovani donne in fiore’ con ‘giovani fiche umide’; credo che questo possa contribuire alla chiarezza del dibattito senza nuocere alla poesia.

Sipario.

Michel Houellebecq, Serotonina, La Nave di Teseo, 2019, trad. Vincenzo Vega.

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