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Lo scrittore autodidatta emigrato in Francia, che racconta i miti della sua Sciacca

Intervista a Giovanni Galleggianti, che presto dovette lasciare la scuola ma è autore di vari libri, tra cui "Sciacca e dintorni, miti e leggende"

Giovanni Gallegianti mostra il suo libro su Sciacca.

Giovanni Gallegianti mostra il suo libro su Sciacca.

"I libri che mi accompagnarono durante la mia vita di emigrante italiano all’estero, dai tredici ai venticinque anni. In Francia lavoravo di notte come operaio e questo mi impediva di seguire corsi di studi in qualsiasi scuola. Ero comunque allergico agli studi nella struttura scolastica e preferivo divorare libri nella grande biblioteca di Grenoble, dove trascorrevo tutto il mio tempo libero...", racconta Giovanni

“Prima di mettervi a scrivere, diventate ricco. I vostri soldi vi aiuteranno a sopportare le difficoltà riscontrate per farsi pubblicare”  (Voltaire)

Lo scrittore Giovanni Galleggianti è un italiano in Francia, emigrato dal 1972 da Sciacca, protagonista del suo ultimo libro “Sciacca e dintorni, miti e leggende”. La storia di Giovanni rispecchia quella di tanti altri italiani che dovettero abbandonare la scuola per aiutare a sfamare la famiglia, e ci dimostra come la sapienza non si acquista solamente con una collezione di lauree ma soprattutto con l’amore per la cultura e per la letteratura.

Giovanni frequentò la scuola fino alla seconda media, imparò da solo a leggere e scrivere in francese, senza frequentare la scuola in Francia e senza maestri privati. Ha sempre avuto la passione per la cultura e la letteratura, anche se non ha mai sentito l’esigenza di possedere una laurea. In Francia ha appreso la lingua dal vivo, nella vita quotidiana, e lavorando la notte per 35 anni, nell’industria di Grenoble, prima come operaio e poi come Caposquadra di produzione.

Ispirato dalla sua passione per la lettura e dai suoi autori preferiti come Machiavelli, Indro Montanelli, Voltaire, Jean-François Revel, Will Durant, e Bertrand Russell, incomincia scrivere. Le sue prime pubblicazioni iniziano nel 2014, l’anno in cui diventa libero da qualsiasi attività di lavoro e trova il tempo per dedicarsi alle pubblicazioni dei suoi libri scritti e tradotti dal 1973 in poi: quattro libri sono stati pubblicati nel 2014, tre nel 2015, e il suo ultimo libro “Sciacca e dintorni, miti e leggende nel 2018.

Giovanni, lei racconta che ha frequentato solo la seconda media a Sciacca, eppure ha pubblicato parecchi libri. Lei ha anche studiato in Francia dopo essere emigrato?
“Ho interrotto gli studi senza finire la terza media per due ragioni: il bisogno di lavorare per aiutare mio padre a sfamare la famiglia e il mio disinteresse verso per la scuola. Quindi, la mia conoscenza letteraria deriva praticamente dalla mia esperienza fatta di disperazione, di sogni e d’illusioni, di difficoltà e d’impotenza, di sfortuna e di riuscita. Avevo perso il mio interesse per la scuola per l’incapacità di seguire le lezioni, a tredici anni ero incapace di fare una divisione a due cifre o di capire la differenza fra la lingua francese e quella italiana, e così invece di andare a scuola incominciai a lavorare come aiutante elettricista. Ma nonostante non andassi a scuola ho sempre avuto sia la passione di imparare e di leggere, sia l’amore per la letteratura e la filosofia, e con i miei pochi guadagni compravo libri d’occasione che divoravo nei miei rari momenti liberi dal lavoro.

Furono libri che mi accompagnarono durante la mia vita di emigrante italiano all’estero, dai tredici ai venticinque anni. In Francia lavoravo di notte come operaio e questo mi impediva di seguire corsi di studi in qualsiasi scuola. Ero comunque allergico agli studi nella struttura scolastica e preferivo divorare libri nella grande biblioteca di Grenoble, dove trascorrevo tutto il mio tempo libero. Dopo tre mesi passati in Francia riuscivo a leggere facilmente libri senza avere mai studiato il francese. Però durante il primo anno ero incapace a scrivere una sola riga in francese. Passato un anno in Francia, e dopo aver letto un libro del filosofo Bertrand Russell, ebbi la rivelazione delle mie capacità analitiche della Storia che mi condussero a trascrivere tutti i miei pensieri in un libro scritto in italiano: “La Storia d’Israele vista dagli antichi popoli della Palestina”, che fu rifiutato dalla casa editrice Rizzoli perché troppo in anticipo sui tempi per questo soggetto”.

Nonostante lei viva in Francia da moltissimi anni, dedica un libro alla città di Sciacca. Qual è stata la motivazione di questo libro?
“Vivo all’estero da 53 anni e in Francia dal 1972, mentre ho vissuto in Italia e in Sicilia durante i primi 20 anni della mia vita, lavorando dalla mattina alla sera per guadagnare di che sopravvivere. Nel 1945, la città di Sciacca mi diede il primo mio respiro di ossigeno sviluppando il mio cervello, quindi merita il mio riconoscimento per avermi dato la vita e un pensiero da intellettuale. Ho voluto raccontare la storia di Sciacca con uno stile semplice e non accademico, affinché tutte le persone che come me non hanno avuto i mezzi e le possibilità di studiare possano leggere il libro e capire. Ho raccolto le storie passeggiando con i sciacchitani che espongono i segreti storici e sociali della città”.

Sono incluse storie personali da lei vissute da bambino nel libro? Oppure sono tutte storie basate su leggende e miti?
“Entrambe le cose sono incluse nel libro in tre periodi diversi. Il libro è storico, ma il contorno è fatto di miti e leggende per far amare meglio la storia di Sciacca. Nel capitolo 22, la leggenda mitica degli Ateniesi Dedalo e Icaro accompagna la vera storia sciacchitana della catastrofe del dirigibile francese “Dixmude”. Con un po’ d’ironia cerco di mantenere viva l’attenzione del lettore anche nella tragedia. Cosi, nel capitolo 6, il lettore scopre, sempre con un pizzico d’ironia, l’incontro del vero Cristoforo Colombo con i veri Fidel Castro e Barack Obama nel tempo pirandelliano dell’immaginario, e questo  permette al lettore di avere voglia di continuare a leggere un libro di storia sciacchitana”.

Quanto c’è di vero nella storia che racconta nel capitolo 19 “Sciacca, Garibaldi e la conquista del Regno di Napoli”? Storia o leggenda? Fu veramente una storia di “corna”?
“Assolutamente! Il bambino che nacque dopo il matrimonio di Garibaldi con la marchesina di diciannove anni fu poi riconosciuto dal vero padre. Senza queste “corna”, la storia d’Italia Unita non sarebbe forse mai esistita, poiché il 53enne Garibaldi avrebbe passato una lunghissima luna di miele in qualche parte dell’America Latina con la sua minorenne, e mai avrebbe preso il comando della spedizione dei “Mille”. È triste a dirsi, ma noi italiani siamo forse il prodotto di un paio di “corna””.

Nel capitolo 26 parla del film “In nome della legge”, girato a Sciacca nel 1948. Secondo lei perché il regista genovese Pietro Germi scelse Sciacca per girare il film?
“Secondo me, e ne parlo in un capitolo che sarà pubblicato nel volume secondo di “Sciacca e dintorni”, tutto era una questione di soldi. L’Italia era nuda e senza una lira. Si producevano film con mille lire, laddove le comparse costavano una lira. Germi, secondo me, girò “In Nome della Legge” per due ragioni: mostrare agli italiani il contrario dell’Italia del Nord, e dire all’Italia che la Sicilia faceva parte della Sicilia e nello stesso tempo della nuova Italia del dopoguerra. In breve, contribuire, con il Pretore Massimo Girotti, a trasformare i Siciliani in italiani. Cosa che secondo me, vista dal mio passato, riuscì: il periodo degli anni ’60 e ’70”.

Sono stati girati altri film a Sciacca?
“Tre film in tutto. “In nome della legge” e “Sedotta e abbandonata” sempre di Pietro Germi, e un piccolo film documentario di tre giorni, girato dal nipote di Luchino Visconti e del quale parlo nel capitolo 42. Il documentario trattava della partenza di un migrante italiano per l’America, e descriveva gli ultimi istanti passati accanto alla fidanzata. In questo periodo, per paragonare la relatività del tempo, si telefonava a New York prendendo un appuntamento telefonico tre mesi prima. Le trasmissioni telefoniche avvenivano attraverso cavi sottomarini. Ero io, piccolo fattorino, che portavo l’annuncio: tale giorno, tale ora, tale minuto. E i due, fratelli o sorelle, che non si vedevano da trent’anni, si parlavano piangendo, con lacrime che i cavi sottomarini accompagnavano, attraverso l’acqua dell’Oceano Atlantico, fino a New York”.

Il libro contiene 352 pagine divise in 50 capitoli: dove ha trovato le storie da lei scritte? Sono ricordi conservati da bambino, oppure ricerche fatte durante gli anni?
“Entrambe le cose. Devo riconoscere che da bambino ero un vero somaro a scuola, ma possedevo un’autentica curiosità analitica di tutto quello che succedeva attorno a me. Anche se non capivo quello che succedeva al momento, e la gente mi prendeva per un imbecille, con il tempo nella mia mente tutto ritornava chiaro. E così il giorno dopo passavo il tempo ad analizzare e a capire quello che era successo il giorno prima, mentre coloro che avevano subito compreso al momento il giorno dopo avevano dimenticato tutto e per sempre senza dare importanza ai fatti. Questo libro è stato scritto in tre mesi, ma è il frutto di migliaia di note conservate nel mio cervello durante decine di anni. Poi qualcuno, o qualcosa, accende la miccia, e tutto il contenuto di venti anni di pensiero esplode in lettere, e questo fuoco d’artificio di un istante si posa in due o tre mesi sulle pagine bianche di un libro”.

Ha altri progetti su Sciacca per il futuro?
“Attualmente lavoro alla traduzione di questo libro in francese, per presentarlo ai numerosi turisti francesi che ogni anno visitano Sciacca. Sarà un libro venduto esclusivamente negli alberghi. Nello stesso tempo sto scrivendo il secondo volume di “Sciacca e dintorni” con altri 50 capitoli. Sempre nello stesso stile di italiano semplice. Uno di questi capitoli, accolto positivamente dal 99% dei miei lettori sciacchitani, è stato aggredito ingiustamente da 1% di loro. Avevo, forse, ingiustamente, rotto il loro giocattolo: Pietro Germi”.

Io insegno italiano a New York e cerco di promuovere la nostra lingua e cultura all’estero. Ci può raccontare in che modo la Francia promuove la nostra lingua e cultura nelle scuole?
“La lingua italiana e la sua cultura sono state presenti sempre in Francia, grazie a diverse cose: l’arrivo dei migranti nelle miniere di carbone, dei boscaioli bergamaschi nelle foreste di Francia, dei manovali muratori dal Sud d’Italia, della presenza di 80 consolati italiani (uno per provincia), di decine di Istituti della Cultura italiana e degli aiuti sociali cattolici dell’A.C.L.I., il generosissimo sindacato cattolico che assiste gli italiani senza titoli di studio. Oggi, purtroppo, la crisi economica italiana ha fatto svanire tutto questo. Degli ottanta consolati ne restano solo cinque. Gli Istituti della Cultura Italiana piangono i felici anni in cui esistevano anche gli Istituti per la Cultura. A Grenoble, la Silicon Valley della Francia (500.000 abitanti), solo l’A.C.L.I. esiste ancora. E l’Ufficio italiano di Grenoble serve solo a dare il visto agli emigranti rifiutati dalla Francia e che desiderano tentare la loro fortuna in Italia. Come membro di un’associazione per promuovere la lingua italiana devo riconoscere che i francesi e i discendenti degli italiani preferiscono altre lingue a quella italiana: l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, e il cinese. Gli abitanti dell’Europa riconoscono tutti che l’Italia è il centro del mondo ma tuttavia non è il mondo di oggi, o al passo con i tempi”.

Cosa ne pensa della situazione degli sbarchi degli emigranti proprio nella costa siciliana e nei pressi di Sciacca?
“Non ho mai visto durante i miei viaggi annuali a Sciacca nessun naufrago e nessun emigrante, poiché questi emigranti preferiscono allontanarsi dai luoghi dove approdano, e quindi della Sicilia, per andare il più lontano possibile dove sarà più difficile rimandarli in Africa. Abbiamo invece molti emigranti degli ex Paesi sovietici, che vivono come possono, cercando di integrarsi con i siciliani e gli sciacchitani. Purtroppo, i primi migranti africani che vidi a Sciacca sono stati nel cimitero all’interno di numerose tombe, con il loro nome, sempre lo stesso: SCONOSCIUTO, SCONOSCIUTA, BAMBINO sconosciuto, BAMBINA sconosciuta. Erano i soli emigranti che il mare africano rigettava sulle coste dell’Europa e ai quali l’Italia esausta offriva infine una tomba e un tetto”.

Il governo italiano recentemente ha dato la colpa alle politiche ancora “colonialiste” della Francia. Lei pensa che siano fondate le accuse del governo italiano verso la Francia?
“Sette miliardi di esseri umani! E tutti devono mangiare ogni giorno, ogni anno, per tantissimi anni!  La Francia colonialista? C’è qualcosa di vero in queste accuse, ma non penso che sia di tale importanza. Oggi il colonialismo, vero o nascosto, non serve a nulla. L’Africa ha bisogno di eserciti coloniali europei, ma fatti di professori, d’ingegneri, di dottori e di specialisti agrari. Se questo si chiama colonialismo, allora viva questo tipo di colonialismo. Il problema sta altrove: nella mondializzazione dell’economia che non ha bisogno di eserciti per difendere la ricchezza ma di banche. Ho l’impressione che gli italiani pensano ancora alla vera epoca coloniale. Tutto questo è finito. Le baionette sono state rimpiazzate dall’influenza politica che si appoggia non sugli eserciti, ma sull’economia, sulle banche, sulle scuole e sulla ricerca scientifica. I paesi più ricchi sono oggi coloro che fabbricano telefonini e non cannoni. E non si difendono i telefonini con i cannoni. Ma al contrario. La Francia e l’Italia vivono diversamente: la prima, è divisa in dieci partiti al massimo, mentre i 65 milioni di italiani sono divisi in 65 milioni di partiti. In entrambi casi, nel patriottismo della Francia e nell’individualismo italiano, esistono naturalmente il buono, il brutto e il cattivo. Bisogna imparare a vivere, globalmente, con le proprie qualità e i propri difetti, e senza pensare ai difetti degli altri Paesi, ma del mondo intero”. 

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