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La tragica bellezza del romanzo di Rosa Maria Ponte sugli antenati emigrati a NYC

Il vibrante romanzo nasce dall'emozionate ricerca che la scrittrice siciliana sviluppa tra la Sicilia e Brooklyn, tra Calatafimi e Staten Island

di Ciro Spataro

Rosa Maria Ponte con il marito Carmelo Fucarino nella subway di New York (Foto Fucarino)

Chissà quante volte mi è capitato, mentre ero Sindaco, di vedere arrivare all’improvviso in Municipio degli italo-americani da New York o dal New Jersey alla ricerca delle loro radici. Nonostante la loro cittadinanza americana il richiamo della terra, dei nonni o dei bisnonni è stato così forte da leggere nei loro occhi una commozione particolare nel trovare fra i registri dello stato civile l’atto di nascita dei loro avi.

Ma, leggendo il romanzo La tragica bellezza di Rosa Maria Ponte, ho avuto modo di notare  “Il canone inverso”, quando la protagonista del libro, Maura, riponendo nella valigia, una vecchia fotografia che ritraeva una donna con i suoi due figli, parte per New York, per trovare le tracce dei suoi progenitori originari di Calatafimi. E l’autrice del romanzo, Rosa Ponte, tratteggia, in modo palpabile, il personaggio di Maura, una scrittrice che vuole ritrovare a tutti i costi le origini della sua famiglia negli States, affidandosi all’aiuto di un vecchio cugino che vive negli Stati Uniti, con il quale ha avuto dei contatti via mail. Ripercorrere le tracce dei propri avi, è un’avventura carica di sorprese per Maura, soprattutto al suo arrivo nella “Grande Mela”. “Era la prima volta che incontrava Francis Paul Maddlone”, il cugino con cui aveva intessuto uno scambio di notizie e di opinioni da circa un anno, ma già all’approccio, comprese dalle sue parole, il senso delle loro radici: “ora che ci siamo conosciuti, mi pento di non aver imparato la lingua dei miei avi”.

Un’ immagine degli antenati della scrittrice a Brooklyn

Ed è bello notare nel romanzo, come la 58°enne Maura, rimanga affascinata, sia dai grattacieli di Manhattan, “che le apparivano incredibili simili a torreggianti pedine di cristallo di una scacchiera immaginaria”; sia da uno dei “borough” di New York, Staten Island, “con le case contornate da giardini, i vialetti cosparsi di ghiaia bianca e fontanelle zampillanti” e poi la visita, a sorpresa, al Garibaldi Meucci, dove era conservata una collezione di cimeli riguardanti sia l’inventore del telefono, che Giuseppe Garibaldi.

In questo contesto il cugino senatore, presidente del museo, rivela il suo rapporto con la Sicilia e soprattutto con il paese natale dei suoi avi: da una vecchia lanterna presente nel museo, lo stesso, fa notare come il bisnonno l’avesse trovata sul colle del “Pianto Romano”, luogo per antonomasia della battaglia di Calatafimi, proprio l’indomani dello scontro fra borbonici e garibaldini, il 16 maggio del 1860.

Ecco che allora, quella lanterna diventa la cartina di tornasole di un rapporto ancestrale, la metafora di una identità ritrovata in cui i racconti della prozia Giuseppina servivano solo a documentare la colleganza fra la terra di Sicilia e l’America.

Senza alcun dubbio, il romanzo vive proprio l’odissea travagliata delle origini, ove si pensi che i suoi parenti, si erano insediati nel popolare quartiere di Brooklyn.

Inoltre, l’incontro con la sorella di Frank, Lisa, fa comprendere,  l’intenzione di Maura di scrivere un romanzo storico ambientato proprio su Calatafimi, dove erano nati i propri avi.

Calatafimi: un paese così emblematico nella storia d’Italia da essere testualmente annoverato da Giuseppe Garibaldi nelle sue “Memorie”: “Palermo, Milazzo, il Volturno videro molti più feriti e cadaveri, ma secondo me, la pugna più decisiva fu quella di Calatafimi”. Ed in effetti, fu proprio quella vittoria che tramutò l’impresa garibaldina da sogno in realtà concreta.

La bravura narrativa di Rosa Maria Ponte, si tocca con mano proprio nell’accostare questi due luoghi, New York e Calatafimi, che diventano simbolo della memoria di una famiglia siciliana. Ed il suo è un libro da leggere tutto d’un fiato, non solo per il fatto di essere un romanzo avvincente, ma per la caratterizzazione dei personaggi e la loro ambientazione. Basti pensare alla descrizione accurata della miseria del mondo contadino e delle sue superstizioni, con il pecoraio Luca che, da povero in canna qual era, definisce stupidate le promesse sulla terra di Garibaldi e, successivamente, non riesce a ritrovarsi nella nuova veste del “Don” arricchito.

Garibaldi e la battaglia di Calatafimi

E poi Franzisca, sposa infelice, traumatizzata dallo stupro di due fuggiaschi garibaldini, ma che si sa trasformare in abile curatrice della roba.

Un caleidoscopio di personaggi di stampo quasi verghiano: “za Crocifissa” la maga, pronta a curare qualsiasi male, il parroco “Don Lino”, così vorace di fronte ad un piatto di maccheroni, il vecchio maestro “Don Lazzaro”, studioso delle religioni e soprattutto di quella dei greci, che pensava sempre, come un chiodo fisso, al sentimento della morte.

Tuttavia, devo ammettere come il personaggio di Maura sia il più controverso, perché non riesce a dare compiutezza alla sua ricerca, e l’illusione della verità si trasforma, ad ogni piè sospinto, in continua delusione per via dei continui colpi di scena e dei misteri da dipanare.

Alla fine, emerge in modo chiaro, come l’autrice della “Tragica bellezza”, sia una scoperta davvero interessante sul piano letterario, con un suo stile originale, per aver costruito, con notevole maestria, il sogno malinconico di una saga familiare, protesa alla ricerca di un passato perduto.

Il Garibaldi-Meucci Museum a Staten Island

Nonostante tutto, sembra suggerirci la scrittrice Rosa Maria Ponte, la tragica bellezza è proprio questa incessante ricerca verso l’identità, anche se resta inappagato l’anelito di ogni sogno.

Personalmente il libro mi ha toccato a livello emotivo, e mai mi sono sentito così vicino al desiderio di Maura, per il fatto che mia madre è nata a New York, nel 1926, e in America ci sono stato diverse volte. Ho sempre vissuto profondamente la sintonia che mi lega a New York, e la prima tappa del mio tour era sempre Little Italy, anzi, il percorrere a piedi Elizabeth Street, la strada dove sono nati  tantissimi emigrati siciliani, mi sembrava quasi un pellegrinaggio, un atto di amore nei confronti di tutti coloro che non solo hanno coltivato il sogno americano, ma che, superando ostacoli e pregiudizi, si sono affermati per i loro meriti in terra d’oltreoceano, senza mai dimenticare le vere radici.  

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