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Naploitation: la Napoli globalista raccontata da Marco Demarco

Il saggio del giornalista Marco Demarco "Naploitation - Napoli, la tradizione e l’innovazione" analizza Napoli al di là dei suoi confini

Napoli (Immagine da Flicker/Rob Alter)

Ho iniziato il 2020 con un libro che a definire profetico o messianico non esagererei. Si tratta di Naploitation – Napoli, la tradizione e l’innovazione. Autore Marco Demarco, pubblicato da Guida Editore nella collana PrimaPagina creata dallo storico Giuseppe Galasso. Il volume è dedicato a due grandi napoletani, da poco scomparsi, Giuseppe Galasso e Francesco Durante. Galasso, storico di fama mondiale, già ministro dei Beni Culturali, da sempre ha posto Napoli al centro della sua ricerca storica globale. Francesco Durante che ha a lungo studiato e frequentato l’emigrazione meridionale nel mondo.

Demarco, giornalista navigato, già fondatore del Corriere del Mezzogiorno, direttore della Scuola di Giornalismo al Suor Orsola Benincasa ed autore di due pregiati lavori sul Meridione: Bassa Italia. L’antimeriodionalismo della sinistra meridionale (Napoli, 2009). Terronismo (Milano, 2011). Questa volta Demarco spinge Napoli oltre i suoi confini cittadini, se vogliamo chiusi, per aprirla ad un globalismo da sempre presente nel suo DNA. Un globalismo napoletano che Demarco prova da  cronista e da storico, costruendo la sua tesi su uomini che hanno anticipato trend globali partendo sempre da una forte identità localistica. Se vogliamo possiamo definirli glocal: da Renato Carosone, a Roberto Galasso, a Maradona (se vogliamo oriundo) a Achille Lauro. Non può mancare Roberto Saviano e la serie televisiva generata dalla sua narrazione.

Il volume non manca di confrontarsi con le tesi di autorevoli scrittori napoletani da La Capria,a  Ghirelli a Marotta che hanno esplorato la categoria di napoletanità non senza una deformata e socialmente alterata narrativa. Eppure questa narrativa ha quasi prevalso. Vengono poi i nuovi narratori di Napoli dal regista  Sorrentino, alla Ramondino, ai De Filippo a  Maradona a Luciano De Crescenzo a  Massimo Troisi a  Pino Daniele.

Demarco, forte di una ventennale presenza sul campo della cronaca sociale, culturale e politica di Napoli coglie bene i momenti di discontinuità. Coglie la dialettica -l’aspro confronto-tra innovazione e tradizione. Niente è fluido a Napoli, niente è fluido nel lavoro di Demarco. Chi corre troppo, chi vuole innovare, senza pagare il tributo alla tradizione finisce per arenarsi. Essere bloccato. Eppure la innovazione non arretra. E’ nel DNA genetico di Napoli. Ma il parlarsi addosso di Napoli e dei napoletani è forte. Non arretra. Sempre alla ricerca di una conferma, una precisazione, una nota di conferma.  Segno di una identità debole (secondo lo storico Paolo Macry). A differenza della milanesità ( c’è un capitolo sulla milanesità). Coincisa :  si è affermata -scrive  Demarco- non aderendo con emotiva partecipazione alla realtà.

Lo studio di Demarco narra una città frammentata che volendo rifuggire da una napoletanità astratta trova ancoraggio (o parzial sosta) nel neoborbonismo o in un tifo contro.. antagonista. Eppure c’è stato un momento in cui la città si teneva. E Demarco, coraggiosamente, ripropone la visione, la figura di un uomo ante litteram: Achille Lauro. Personaggio capace di gestire un impero navale, guidare una squadra di calcio: il Napoli, essere sindaco di Napoli -monarchico. Un personaggio controverso inviso alla sinistra ma di grande presa popolare. Capace di pensare all’innovazione della città tenendola nella sua tradizione storico culturale. Un personaggio capace di strappare Napoli da una immagine stracciona ed arcaica. Imprenditore, presidente di una squadra di calcio, possessore di una TV locale. Un Berlusconi ante litteram. A Lauro e agli anni laurini a Napoli, Francesco Rosi dedicò il famoso Le mani sulla città. Dimenticando che la speculazione edilizia su Napoli fu opera soprattutto dei democristiani e non di Lauro (un’altra svista storica!). Un personaggio capace di pensare ad una Napoli globale, magari vicino alla New York di Robert Moses. Ma senza pervenire ai contrastati successi di Robert Moses (la creazione del Lincoln Center fu voluta dal magnate newyorkese).

Ma tutto naufraga. Napoli non oltrepassa il guado. Colta e nobilissima ma con fatica moderna. Di certo globale, ma nelle individualità. Marco Demarco è un coraggioso. Un autore che non si arrende: incrocia la penna con il passato e non lesina a sognare il futuro a partire da una identità misinterpreted come direbbero gli americani. Lancia con coraggio un progetto di città. Forse una vision per una Napoli del XXI secolo. Città di frontiera: tra l’europa e la grande area MENA (Middle East North Africa). Forse è il destino di chi è al confine  dividersi tra una identità sognata ed una reale. Essere un po’ una cosa un po’ un’altra. Le scelte non si possono rimandare. E a Napoli vanno fatte senza ulteriori ritardi.

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