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“La diplomazia dell’arroganza”: la visione di Luigi Troiani sul mondo delle potenze

Intervista al Professore di Relazioni Internazionali dell'università Angelicum di Roma e nostro "columnist" sul libro che raccoglie studi e azioni sul campo

26 September 2018 United Nations, New York. Donald Trump, President of the United States of America and Security Council President for the month of September, chairs the Security Council meeting on the maintenance of international peace and security, with a focus on non-proliferation of weapons of mass destruction. At left is Secretary-General António Guterres, and at right is Rosemary A. DiCarlo, Under-Secretary-General for Political Affairs. Behind President Trump, Michael Richard Pompeo, U.S. Secretary of State, and at right is Nikki R. Haley, Permanent Representative of the United States to the UN. (Photo UN/Mark Carten

Crede che gli Stati, nel perseguire i propri interessi, tengano conto dell’etica delle loro azioni? "È importante distinguere tra come le cose dovrebbero andare secondo me, secondo lei e secondo chiunque altro e come le cose vanno... La politica quando vuole vendere un prodotto usa quasi sempre principi etici, non principi di interesse, perché evidentemente sa che c’è bisogno di etica"

Luigi Troiani

Quando il Professor Luigi Troiani, docente di Relazioni Internazionali e Storia e Politiche UE all’Angelicum di Roma e nostro columnist, ha iniziato a scrivere La diplomazia dell’arroganza. Potenze e sistema internazionale nel XXI secolo (L’Ornitorinco edizione, 2020), forse non si aspettava di riuscire a racchiudere in un solo libro decenni di studi sulle relazioni internazionali e di attività sul campo. Invece, in cinque macro-capitoli, è riuscito a condensare le più rilevanti questioni del sistema internazionale attraverso una vasta e documentata analisi, tracciando lo scenario di quello che potrà essere il mondo dei prossimi anni, senza sottrarsi all’obbligo di indicare modelli per la sopravvivenza dell’umanismo etico e della civiltà liberalriformista.

“La diplomazia dell’arroganza”. Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

“Arrivato alla mia verde età ho pensato che fosse il momento di cominciare a tirare un po’ le fila di decenni di lavoro e di studio. Io ho fatto anche molte attività sul campo di relazioni internazionali e ho tentato di organizzare questa ricerca e questa esperienza suddividendo in capitoli una materia abbastanza complessa. Sono stato stimolato dall’inconcludenza del sistema internazionale a trovare un nuovo assetto dopo la fine del sistema bipolare”.

Nel suo libro lei sostiene: “il nostro è un sistema in preda al disordine, pur essendo colmo di strumenti d’ordine, lascito della società multilaterale voluta, al termine della seconda guerra mondiale, dai democratici americani allora al potere”. Ma cosa si intende, allora, per ordine mondiale?

“Nel corso di una guerra piuttosto dura come la Seconda guerra mondiale, i dirigenti della Gran Bretagna e degli Stati Uniti pensavano già al mondo del dopoguerra. Questa gente aveva la capacità di vedere il mondo del futuro. Ora, lei mi chiedeva dell’ordine. Non credo sia così importante circoscrivere esattamente l’ordine, ne esistono tante definizioni differenti. L’ordine può essere di diversi tipi: può essere imposto, può essere consensuale, può essere giusto o ingiusto”.

Crede che l’ordine mondiale sia raggiungibile nel mondo e nell’epoca in cui viviamo oggi?

“Il volume di Henry Kissinger “Diplomacy”, racconta di sistemi d’ordine che, in passato, duravano nel tempo. Poi, da Napoleone in poi, i tempi dei sistemi d’ordine si accorciano. Allora la domanda è, perché i sistemi internazionali durano sempre meno? Nel momento in cui si crea un sistema d’ordine, questo è quasi il congelamento di una situazione. Ma noi sappiamo che la realtà non è mai immobile, quindi congelare qualcosa è una fatica inutile, perché la realtà è talmente rapida da cambiare sotto le mani mentre la stai scrivendo”

Luigi Troiani durante l’intervista

Quali pensa che siano state, a livello storico, le funzioni dell’equilibrio di potenza nell’ambito delle relazioni internazionali?

“Il mio libro non casualmente si intitola La diplomazia dell’arroganza e la parola potenza significa disporre di potere. Il problema è come si utilizza il potere. Noi abbiamo avuto per anni un sistema bipolare, nel quale due grandi poteri e due grandi potenze controllavano e gestivano il mondo. Entrambe davano ordine e tendevano a creare equilibrio all’interno della zona che controllavano. Facevano lo stesso mestiere, ma lo facevano in modo diverso. Da una parte c’era la democrazia e dall’altra no allora, ma la durata dell’ordine sta nella capacità di ascolto di resistenza del sistema dell’equilibrio interno”.

Quando parla delle guerre, scrive che “due sono le componenti che contribuiscono a formare la psicologia e i comportamenti violenti della specie umana: l’una ancestrale, l’altra culturale.” Lei pensa che, se mancassero le norme di diritto internazionale, la guerra sarebbe ancora la prima scelta degli Stati per risolvere le controversie internazionali?

“Guardi, che la violenza e l’aggressività siano ancestrali lo scrive la Bibbia. Caino uccide Abele, e Roma stessa nasce di nuovo da una vicenda di fratelli. Rita Levi Montalcini in uno studio afferma che noi abbiamo sostanzialmente due cervelli o due emisferi: uno che ragiona come l’uomo preistorico e l’altro come l’uomo addolcito dalla storia, l’uomo della poesia. La risposta a questa domanda è sostanzialmente no. Gli Stati non si fermano davanti ad alcune righe di inchiostro sulla carta, i trattati sono stati bellamente stracciati nel corso della storia e le guerre sono fatte. Oggi, però, abbiamo uno splendido esempio come l’Unione Europea che dimostra come popoli bellicosi da sempre riescano ad evitare anche solo un colpo di fucile. I trattati internazionali, in questo caso, hanno insegnato agli Stati a sedersi attorno a un tavolo e discutere anche notte e giorno per raggiungere un accordo e far regnare la pace”.

Un sottocapitolo del suo libro si intitola “comportarsi in modo etico”. Crede che gli Stati, nel perseguire i propri interessi, tengano conto dell’etica delle loro azioni?

È importante distinguere tra come le cose dovrebbero andare secondo me, secondo lei e secondo chiunque altro e come le cose vanno. Il grande politologo internazionalista Luigi Bonanate ha scritto quel che una volta si chiamava libretto aureo dedicato all’etica delle relazioni internazionali. Dopo decenni di sano realismo era arrivato a capire una cosa banalmente ovvia e cioè che, la questione dell’etica, la politica se la deve sempre porre. Anche in questi giorni, in Libano, c’è una rivolta etica, non politica e la politica ha dovuto abbandonare il campo. Il problema sta negli interessi e nel chiedersi se gli interessi possano essere accompagnati dall’etica. Gli Stati che hanno una visione di lungo periodo fanno dei ragionamenti etici, perché parlare di giustizia, di giusto salario e di Stato sociale equivale a parlare secondo etica. Quando Truman e tutto lo Stato maggiore che ha deciso l’uso delle due bombe nucleari, per giustificarsi, dice ‘lo abbiamo fatto perché così sono morte centinaia di migliaia di persone, ma sono comunque meno di quelle che sarebbero morte se avessimo avuto altri due anni di guerra, fa un ragionamento etico.
La politica quando vuole vendere un prodotto usa quasi sempre principi etici, non principi di interesse, perché evidentemente sa che c’è bisogno di etica”.

Cosa ne pensa dell’Onu? È davvero l’organizzazione capace di mantenere la pace e la sicurezza globale?

“Certamente no, ma dobbiamo stare attenti a sparare sull’ambulanza, perchè quando quell’ambulanza ci servirà, se continueremo così, non ci sarà più e quindi moriremo dissanguati. Cosa vuol dire Onu? Vuol dire il Consiglio di Sicurezza, composto da cinque personalità essenziali, quindi per capire il funzionamento dell’Onu dovremmo capire come la pensano loro. Ho parlato prima dell’ambulanza. Dell’ambulanza ho bisogno anche se cammina due marce con le gomme rotte e con il medico ubriaco di turno.
Gli Stati Uniti, ultimamente, si stanno ritraendo dai loro obblighi internazionali e questa a me sembra un’espressione di quella che chiamo appunto diplomazia dell’arroganza, in un momento in cui avremmo invece bisogno della diplomazia del dialogo”.

President Donald J. Trump and First Lady Melania Trump in China | November 8, 2017 (Official White House Photo by Shealah Craighead)

È attualissimo lo scontro politico ed economico tra USA e Cina. Come ultimo episodio, Trump ha firmato un decreto che vieta le transazioni con i proprietari cinesi delle app TikTok e WeChat e che spinge così la cinese ByteDance a vendere la partecipazione nelle operazioni di TikTok negli Usa. Come pensa finirà lo scontro tra le due potenze? Ci saranno, prima o poi, un vincitore e un perdente?

“Guardi, si faccia una risata. Ieri sera avevo preparato qualche battuta per l’intervista e tra queste ce n’era una che diceva ‘tra quando lei mi farà la domanda e la mia risposta, già ci sarà un’altra azione di questo tipo da parte americana’. Beh, lei ci crede che da ieri sera a stamattina Trump ha deciso di attaccare l’applicazione Wechat. Lei mi chiede se si avrà un vincitore e un perdente e io spero di no, perché questo potrebbe significare anche ribaltare proprio la l’impalcatura delle relazioni internazionali.
Io spero che non vinca e non perda nessuno, perché si tratterebbe sicuramente di qualcosa di molto diverso da ciò che sta accadendo adesso. Parliamo di competizione, non di guerra e uno dei tanti modi di giocare è quello di rispettare le regole.
Ma gli Stati Uniti preferiscono affermare il loro hard power rispetto al soft power, di cui pure sono incredibilmente ricchi. Cosa succede agli Stati Uniti quando vincono la guerra fredda? cessano immediatamente di offrire l’immagine carina di se stessi e offrono quella di una potenza armata forte e invincibile. Ora la Cina sta crescendo e sta aumentando a sua volta il proprio soft power, aprendo ad esempio istituti in giro per il mondo o facendo la ‘via della seta’, oltre ovviamente alle sue micro azioni militari.
C’è grande tensione tra le due potenze e, come ha scritto Kipling, ‘est is est and west is west’. Ma nessuno cita mai i due versi che seguono subito dopo, dove Kipling sostiene che le due parti del mondo possano mettersi di fronte, capirsi, intendersi e andare avanti mano nella mano”.

Migranti afghani in un centro accoglienza in Grecia (Foto Onu www.ohchr.org)

L’immigrazione è un tema sempre più centrale all’interno del dibattito pubblico. Ma effettivamente quanta importanza ha, ad oggi, nella vita di uno Stato?

“È importante perché gli stati di immigrazione, senza gli immigrati, salterebbero in aria sotto il profilo sociale ed economico della sera alla mattina.
I lavori che fanno gli immigrati rimarrebbero scoperti, perché le popolazioni autoctone non vorrebbero farli. Parlando d’Italia, noi siamo un paese non solo di immigrazione, ma anche di emigrazione. Come possiamo ragionare sui migranti che entrano in casa nostra in modo diverso da come ragioniamo sui nostri figli, nipoti o fratelli che sono essi stessi emigranti? Noi sappiamo bene che, in Italia, gli immigrati danno all’erario più di quanto prendono, perché dai calcoli che vengono fatti l’Italia si arricchisce dal loro lavoro.
Il problema è un problema che si vuole avere, perché la politica può usarlo da una parte e dall’altra. Le cosiddette sinistre e il mondo cattolico lo utilizzano per ragioni idealistiche, le destre per ragioni del realismo. È un tema che non viene più visto in termini sociali ed economici, ma solo come ideologia”.

Secondo lei, quale sarà il problema più grande che le democrazie occidentali dovranno affrontare in futuro?

“Voglio essere provocatorio. Occidente ed oriente sono concetti totalmente politici e, essendo tali, sono imbevuti di valori ed interessi. La democrazia, oggi, è in grande crisi, ce lo dicono i dati e quindi credo che la sfida più grande, in futuro, sarà proprio questa: tenersi stretta la democrazia, renderla un po’ più giusta e ricercare il più possibile il multilateralismo. È su queste fondamenta che abbiamo costruito la nostra società, il nostro benessere e la nostra libertà ed è dunque su queste che dobbiamo concentrarci”.

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