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Quel libro sull’amore di un bambino per “la maggica” Roma in cui ci specchiamo tutti

Intervista con Sandro Bonvissuto, autore del romanzo autobiografico "La gioia fa parecchio rumore", una storia d'amore molto di più che per una squadra di calcio

di Sebastiano Catte

Falcao nella copertina del libro di Sandro Bonvissuto

“Ero un bambino e ricordo bene quei momenti come una sorta di rito di iniziazione. Pensavo che avrei voluto essere per sempre parte di questa tribù... C'è un fortissimo attaccamento a quegli anni e a quell'epoca che ancora ci fa molto male. Ancora oggi ho gli incubi legati a certe partite che ci hanno fatto soffrire"

“Io sono nato davvero quando ho cominciato ad amare, perché quello è l’evento che ha tagliato in due la mia vita. L’unico che oggi sia in grado di riconoscere per vero. Cominciare ad amare è come rompere qualcosa che prima funzionava, è disobbedire all’ordine precedente, smettere di subire l’amore per esercitarlo”.

Sono parole molto ispirate quelle che lo scrittore romano Sandro Bonvissuto fa dire al ragazzino protagonista nel suo secondo romanzo, La gioia fa parecchio rumore (Einaudi), uscito lo scorso mese di febbraio, poco prima dell’inizio della pandemia da coronavirus e accolto subito con grande favore dalla critica.  Bonvissuto è nato nel 1970, fa il cameriere in un’osteria romana ed è laureato in filosofia. Per Einaudi aveva già pubblicato Dentro (2012) ed è fra gli autori di Scena padre (2013).

Un libro che è anzitutto una storia d’amore ma che presenta al tempo stesso svariate chiavi di lettura: dal romanzo di formazione al trattato antropologico, dal racconto come spaccato di vita nel solco della commedia all’italiana al romanzo sul calcio (e sulla Roma in particolare), come testimonia la bella immagine stilizzata in copertina di Paulo Roberto Falcao, ripreso di spalla con il numero 5 ben evidenziato sulla casacca giallorossa.

Sandro Bonvissuto

Sono tutti aspetti che permeano il romanzo sin dall’inizio e che si possono individuare man mano che scivolano via le pagine in cui Sandro Bonvissuto, grazie a un talento narrativo unico e a una scrittura magnetica, prende per mano il lettore fino a farlo immergere in un mondo quasi magico, lontano nello spazio e nel tempo. Pagine che scorrono veloci accompagnate da dosi copiose di autoironia, capaci di catturare ed ammaliare il lettore al punto da far scattare in lui, sin dalla lettura dei primi capitoli, un forte processo di identificazione verso quelle atmosfere e quei simboli che lo proiettano non senza un briciolo di nostalgia nell’epoca in cui è ambientata la storia, tra fine anni ’70 e inizio anni ’80. Un mondo dove troviamo il calcio, certo, ma anche la radio Grundig, i giochi di strada, le figurine Panini, la mitica microguida Conti nei sottoscala dei bar di periferia, le grandi tavolate della domenica con le famiglie allargate e tanto altro ancora. Pagine che si possono leggere tutte d’un fiato ma su cui si ha voglia di soffermarsi, per riflettere o per ridere a crepapelle. E poi magari tornare indietro e riassaporare con calma i brani già letti con una consapevolezza sempre diversa.

È un libro composto di tante storie ma che ha l’amore come filo conduttore, come “una cosa da grandi che bussa all’ingresso della nostra vita nell’ultimo giorno in cui siamo ancora piccoli. E lo fa in quel momento perché sa che il giorno dopo in molti non lo farebbero più entrare”. E poiché stiamo parlando di un ragazzino di 8-9 anni ancora troppo giovane per pensare alle ragazze, l’amore al centro del racconto non può che essere quello per la propria squadra del cuore, la Roma. Una storia che però l’autore vorrebbe riguardasse tutti: la “maggica” è l’oggetto del sentimento in cui anche i tifosi di altre squadre e persino i lettori che non amano per niente il calcio possono riconoscersi. Un sentimento folle, assoluto che non ammette discussioni ma che nasce come una sorta di matrimonio combinato da una tribù allegra e rumorosa popolata da padri, nonni, zii e fratelli di fede giallorossa. “È questo che protegge l’amore, sottolinea Bonvissuto. “Entra nella nostra vita mentre siamo una cosa, ci trasforma in un’altra, e poi, se vogliamo cacciarlo via, non ritroviamo più la porta da cui è entrato. Eppure quella porta l’abbiamo aperta noi”.

La storia si svolge nel quartiere del Portuense, sorto lungo la via omonima che anticamente collegava il centro di Roma con il porto di Fiumicino costeggiando parallelamente il Tevere. È il quartiere dove l’autore ha vissuto da ragazzo e dove è cresciuto a contatto con numerose famiglie di origine ebraica che si sono stabilite lì provenienti dalla Libia in seguito al colpo di stato del colonnello Gheddafi del 1969.

Un ambiente in cui mi sono trovato sempre a mio agio: stiamo parlando di famiglie straordinarie con cui ho legato subito e da cui ho appreso tanto, soprattutto dalle persone più anziane. Persone genuine che sapevano essere comunità nel vero senso del termine”, ci tiene a sottolineare Sandro Bonvissuto, che incontriamo al termine del suo turno di lavoro, in una trattoria romana.

Con lui iniziamo subito a parlare del libro a partire dalla sua genesi, da cosa lo ha spinto a scrivere un romanzo come questo.

Alla base di qualunque opera c’è sempre un demone, qualcosa di oscuro e di sommerso che poi deve per forza venire alla luce e che ha bisogno di un gesto creativo per metterlo in pagina. Ora se uno ha la fortuna di avere il talento per metterlo in forma di racconto è in qualche senso facilitato in questa impresa. Poi chi ha talento quel quadro di cui si sentiva l’esigenza lo fa, lo crea: scrive una canzone, un libro, fa il giro del mondo in barca a vela o qualcos’altro ancora. Certe cose non si possono tenere dentro troppo a lungo: mi reputo fortunato perché ho scoperto di possedere il talento della scrittura e quindi ho potuto dare libero sfogo alla mia immaginazione. Grazie anche alla mia editor dell’Einaudi Dalia Oggero, che mi ha seguito fin dall’inizio in questa avventura, così come aveva fatto per il mio precedente romanzo, Dentro”.

Hai parlato di talento, ma in che misura conta a tuo avviso rispetto al lavoro, all’impegno?

Sono convinto che il talento venga prima e che vada comunque coltivato con il lavoro. Se non ce l’hai puoi lavorare in maniera indefessa tutto il giorno ma non verrà fuori niente. Se invece ce l’hai poi inizi subito a comporre l’affresco: puoi realizzare un dipinto, un libro, ecc, a seconda del talento che hai”.

La storia è ambientata in un arco temporale di 5 anni che va dal 1979, quando la Roma allenata da Ferruccio Valcareggi si salva dalla serie B all’ultima giornata, fino a quello sciagurato 30 maggio 1984 della finale contro il Liverpool persa ai rigori, quando al Circo Massimo tutto era pronto per festeggiare la Roma campione d’Europa. Lasci chiaramente intendere che quel periodo ha segnato profondamente la tua vita. Cosa ti è rimasto oggi di quelle stagioni forse irripetibili?

C’è un fortissimo attaccamento a quegli anni e a quell’epoca che ancora ci fa molto male. Ancora oggi ho gli incubi legati a certe partite che ci hanno fatto soffrire. Mi capita ancora di svegliarmi dopo un sogno legato a situazioni critiche per la Roma, morte e sepolte da anni ma che hanno lasciato il segno: ad esempio il gol di Neal nella finale di Coppa con il fallo di Tancredi quella serata assurda con la Roma in maglia bianca. Hai citato quell’ultima giornata in cui ci giocammo in casa la permanenza in A contro l’Atalanta e che rappresentò per me e per il ragazzino del libro una sorta di rodaggio del cuore. Ecco di quella partita mi ricordo quasi tutto: il gol di Prandelli che porta in vantaggio la sua squadra e ovviamente quello di Pruzzo di testa nei minuti finali che ci salva dall’inferno della B. Poi l’anno successivo la svolta quando Viola prende la squadra da Anzalone, affida la panchina al grande Liedholm e il senso della storia inizia a capovolgersi. E così cambia anche la prospettiva per il ragazzino che si innamora di un amore fallimentare ma poi improvvisamente intorno a lui lo scenario cambia decisamente”.

Cambia soprattutto grazie all’arrivo dell’eroe brasiliano con la maglia numero 5 che avrà un ruolo centrale nel libro. A partire dal suo arrivo nella capitale, accolto come un messia all’aeroporto benché nessuno avesse mai visto il suo volto. E tra le migliaia di persone ad accoglierlo c’è anche lui, il ragazzino protagonista del libro che rievoca con tratti a dir poco esilaranti quei momenti entrati nella storia, mischiato alla folla che gli impediva di scorgerlo da vicino:

[…] poi quell’inviato del cielo, il salvatore, il liberatore, arrivò davvero, proprio come aveva annunciato lui stesso in quel messaggio scritto sulla maglia: la profezia sacra si era fatta storia. Quelli davanti lo videro pure, dicevano che aveva il cappello e la sciarpa giallorossi. E tutti cantarono il suo nome, con la r al posto della l. Chiedemmo com’era e quelli davanti ci risposero che era bello come il sole; stavamo assistendo a un miracolo senza poterlo vedere. Poi si presentò un altro, in evidente stato di shock, disse di averlo visto in faccia appena sbarcato dall’aereo, e che era talmente sicuro di sé che pareva lui er pilota”.

Ero un bambino e ricordo bene quei momenti come una sorta di rito di iniziazione. Pensavo che avrei voluto essere per sempre parte di questa tribù. C’era chi nell’attesa tagliava il cocomero e qualcuno aprì gli ombrelloni da spiaggia nel piazzale dell’aeroporto. Certo, Falcao era la figura centrale, come simbolo del riscatto della Roma. Lui cambiò decisamente la nostra mentalità, venne con l’intenzione di vincere. L’esatto opposto del classico romano cazzaro che promette di realizzare cose che non farà mai. Al contrario lui pronunciò apertamente quella parola che nessuno di noi osava pronunciare ma non lo faceva tanto per dire ma perché voleva raggiungere davvero quell’obiettivo. Quando gli chiesero: ‘vinceremo il derby?’ Lui rispose: ‘no, vinceremo lo scudetto!’ (lo scrittore lo dice imitando la voce di Falcao, cadenza brasiliana compresa). Era chiaro già da questa risposta il cambio di paradigma. In un certo senso lui si dimostrerà più coatto dei romani: io qui non sono venuto a perdere tempo. Ricordiamo che noi eravamo reduci dalla vittoria in campionato della Lazio (non la nomina, la chiama ‘la squadra con gli altri colori’, ndr). Poi improvvisamente arriva Napoleone e forse di scudetti potevamo vincerne 3: quello del 1981 (rubato dalla Juve) e nel 1984 con una grande squadra però falcidiata dagli infortuni. Senza contare quello del 1986 con Erickson. Comunque la storia della Roma cambia: c’è un prima e un dopo Falcao. E la Roma dei tanti secondi posti delle coppe Italia è figlia di quell’era, da allora non abbiamo visto più la rometta di un tempo”.

Colpisce nel libro il fatto che né il protagonista assoluto Falcao e nemmeno gli altri calciatori di quella Roma vengano mai citati per nome. Tu stesso hai chiarito in altre interviste che il motivo è ascrivibile all’ambizione di volersi rivolgere un po’ a tutti, non solo ai tifosi della Roma. Ma il tifo per la Roma ha qualcosa di unico rispetto a quello per le altre squadre, del nord in particolare?

Il libro si rivolge a tutti ma io so cosa ha in più il tifoso della Roma, quel ‘qualcosa che ci fa sentire uniti anche se non ci conosciamo’ (Venditti) e che è difficile che possa essere compreso dai non romanisti. Ma queste cose possiamo dircele solo tra di noi, tra ‘noantri’ che sappiamo cosa vuol dire amare questi colori e che conosciamo bene quell’antico adagio che recita: ‘chi tifa Roma non perde mai’. Ricordo che noi con i grandi non potevamo nemmeno permetterci di contestare un giocatore della Roma, nemmeno criticare qualcuno che magari non era visto di buon occhio. Ma i tifosi veri delle altre squadre sono certo che potranno capire. Io li ho capiti i tifosi delle altre squadre leggendo altri libri sul calcio: ti parlo di Soriano, Hornby, Galeano, ecc.“

Sandro Bonvissuto

Ecco, autori come Nick Hornby e Osvaldo Soriano sono dei punti di riferimento fondamentali per chi scrive di calcio. Lo sono stati anche per te nella stesura del romanzo?

Chi scrive un libro di calcio o un racconto in cui il calcio è protagonista deve confrontarsi necessariamente con questi autori. Quello a cui mi sento più vicino è senz’altro Soriano: credo che un lettore attento possa ritrovare in modo subliminale nelle mie pagine un certo colore, una certa atmosfera che è tipica dei suoi scritti. I suoi sono racconti di una malinconia, di una tristezza che mi esalta, sono sentimenti che mi hanno sempre affascinato. Pensare con i piedi e Futbol sono due compilation formidabili che fanno parte a pieno titolo della bibliografia non scritta di questo libro. Lo amo da morire Soriano e credo che avrebbe meritato anche da noi una migliore accoglienza, la gloria che merita. Era un grande scrittore che scriveva di persone umili e semplici, come in fondo era lui stesso. Ma non bisogna confondere l’umiltà con la banalità, lui era davvero molto profondo”.

Era un autore sottovalutato forse perché scriveva di calcio, considerato da molti intellettuali una materia di serie B. In Italia nemmeno scrittori come Pasolini e Arpino sono riusciti a sdoganarlo del tutto sotto questo profilo…

Autori come lui hanno avuto per anni questa scarsa considerazione proprio per via di una visione miope di un certo progressismo italiano catto-comunista che considerava il calcio lo sport dei deficienti. Senza interrogarsi sul fatto che forse ci sarà pure un motivo a spingere ben 4 miliardi di persone nel mondo ad assistere alla finale dei mondiali. Lo considero un po’ una via di mezzo tra il teatro greco antico e il circo dei gladiatori, uno spettacolo fortemente catartico. È un luogo dove tu puoi liberarti di tutte le pulsioni negative, urlare di tutto all’avversario e all’arbitro e poi tornare a casa ed essere dolce con tua moglie, ritornare la persona che eri prima. Una funzione primitiva. È un qualcosa che fa parte dell’umano sentire e che non si può reprimere. Mi voglio riallacciare su questo punto proprio a Pasolini che hai citato. Lui amava moltissimo il calcio, che descriveva come ‘l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo’. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. ‘Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro’, scriveva. Lui rafforza le mie convinzioni perché è sempre stato un antiborghese. Poteva avere delle posizioni aristocratiche su tanto altro ma vorrei ricordare – forse è un paradosso – che gli aristocratici sono alla base dell’invenzione del calcio”.

Forse è per questo motivo che in Inghilterra un libro come ‘Febbre a 90’ di Nick Hornby, in cui si racconta l’amore per la propria squadra (l’Arsenal) e a cui il tuo romanzo è stato spesso accostato, ha potuto avere un successo strepitoso (con milioni di copie vendute nel mondo) che qui da noi sarebbe impensabile.

Vero, anche se quello descritto da Hornby è un calcio figlio di un’altra società e parlava di una stagione di un certo tifo inglese che di lì a poco sarebbe stato travolto dal fenomeno degli hooligans. Io mi reputo un figlio della grande famiglia italiana: sono cresciuto in quel matriarcato, in quella grande famiglia allargata, che comprendeva anche mia nonna, morta all’età di 100 anni. Questa è la differenza con Nick Hornby: loro hanno dovuto fare i conti con il ministero dell’interno e con la Thatcher, noi la Margareth Thatcher ce l’avevamo in casa, era nostra madre e nostra nonna. Una famiglia forse un po’ ridicola, che ha fatto ridere tanto gli americani che guardavano i film del neorealismo italiano, ma noi siamo figli di quel mondo lì. Le pasterelle la domenica, il babbo che si affaccia con la canottiera al balcone…”

Nonostante contenga tanti momenti di riflessione alta, vedi le pagine iniziali che potrebbero essere lette come un mini trattato filosofico sull’amore, si può considerare il tuo libro come un romanzo popolare? Ti dispiace se qualcuno lo etichetta in questo modo?

No, affatto. Anzi, sono il primo a definire il mio un libro popolare: lo avvicinerei in un certo senso alla tradizione della commedia cinematografica italiana. Vuole essere un affresco di una città e di un Italia che oggi non ci sono più, prima dell’avvento della rivoluzione berlusconiana che ha cambiato il costume. Non ho una nostalgia di quel mondo: non dico che si stava meglio, mi considero un progressista, però posso dire di aver vissuto in anni molto belli, in un’Italia molto bella, molto buona e con meno differenze sociali rispetto a quelle di oggi”.

Sandro Bonvissuto

Per finire non può mancare un riferimento a un personaggio chiave e curioso del tuo libro che è Barabba, che vive in una roulotte vicino alla ferrovia. Uno strano individuo apparentemente un po’ fuori dagli schemi nell’economia del romanzo, ai margini della società ma che si rivelerà fondamentale nell’educazione del ragazzino…

Barabba lo devi considerare come uno straniero ante litteram, un po’ come Falcao ma con un ruolo parallelo rispetto al campione brasiliano: offre al ragazzino una diversa comprensione della realtà. È una persona colta che gli spiega che non bisogna fermarsi alle apparenze e che l’aspetto razionale è solo una parte della realtà. Viene anche lui da un altro mondo e aiuta il ragazzino a liberarsi da certi retaggi del passato che gli impedivano di crescere in maniera più equilibrata. Il ragazzino ha un rapporto esclusivo con lui, grazie al quale si nutre di qualcosa che gli altri non possono avere, e questo lo fa sentire importante e lo fa crescere nella propria autostima”.

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