Cerca

LibriLibri

Commenti: Vai ai commenti

Come Dante inventò l’identità italiana, nata dalla bellezza della sua lingua

Aldo Cazzullo ha scritto "A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia" e sostiene che quando il poeta scrive non sta parlando di sé, ma di noi tutti

Dante e i tre regni (Domenico Di Michelino, duomo di Firenze)

“Io sono convinto” continua Aldo Cazzullo “che l’Ulisse dantesco sia Dante. Il primo uomo della modernità che vuole andare oltre. Che fine ha fatto Ulisse? E’ rimasto a Itaca? Dante immagina che Ulisse riprenda il mare. Cos’è la vita se non cercare di capire l’abisso dell’animo umano?” E menziona il sommo poeta: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Intraprende la ricerca chi è consapevole di essere ignorante... "Noi italiani” conclude Cazzullo “alla fine siamo sempre ripartiti, siamo sempre rinati. L’italiano dà il meglio di sé nei momenti difficili..."

Bisogna scendere nel proprio inferno per far sopravvivere l’anima. Altrimenti si vive da morti viventi. Senz’anima la vita non riconosce le volgarità perché è volgare. Non è in grado di discernere i limiti e diventa ignava, scialacquatrice, traditrice… l’elenco completo lo fa Dante nella Divina Commedia. E degli ultimi 700 anni di inferno italiano, dalla scomparsa del sommo poeta in poi, parla Aldo Cazzullo nel suo ultimo libro A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia (Mondadori).

“Inventò l’identità italiana” esordisce così l’autore ospite di Pordenonelegge. “L’Italia ha questo di straordinario: non è nata da un matrimonio dinastico, come la Spagna, né da una guerra, come la Francia, l’Italia è una nazione più recente, ma c’era già perché è nata dalla bellezza, dalla cultura, dalla lingua”.

Molti di noi non sanno che frasi fatte come: “Non mi tange – Senza infamia e senza lode – Cosa fatta, capo ha – Star solo soletto” sono frasi di Dante, mutuate dal linguaggio parlato nei mercati del ‘200. “Una lingua può essere tramandata da un libro, per noi quel libro è la Divina Commedia” spiega Cazzullo. “L’Italia è l’incontro tra l’umanesimo e la cristianità e il primo umanista è Dante”.

Ci racconta che il poeta è amico del pittore Giotto e va a trovarlo mentre scrive l’Inferno. Non si sa chi dei due abbia influenzato l’altro: l’Italia è il posto dove nascono gli stili, il modo di pensare e raffigurare il mondo. E Giotto fa sua quest’idea d’Italia come software del mondo.

Dante è molto severo con l’Italia e critica gli italiani, perché ci vorrebbe diversi: siamo corrotti, divisi, come Montecchi e Capuleti; ce l’ha con Roma dove si fa mercato tutto il giorno, a Bologna sono tutti ruffiani, si augura che a Pisa l’Arno straripi, e ne ha anche per Genova, Pistoia, Lucca… E scrive che a Firenze non sono i migliori che fanno politica, ma i mediocri e che una legge fatta ad ottobre non arriva a novembre. Insomma siamo sempre gli stessi. Però “l’amore per il proprio campanile è l’amore per la piccola patria. Il bello di essere italiani è anche l’essere diversi gli uni dagli altri”. Eppure molti italiani sono morti per la patria: “I nostri eroi sono donne e uomini che hanno saputo morire bene: senza una parola d’odio per i carnefici. Nel 1848 Ciro Menotti prima di morire scrisse una lettera alla moglie che le sarà recapitata solo diciassette anni dopo”. Il contenuto è pressappoco questo: “Ritrova il mio volto nel volto dei nostri figli e dì loro che ero uno che amò sempre il suo simile”.

Pur essendo profondamente cattolico, Dante mette tutti i papi del suo tempo all’inferno, perché il papa deve essere un leader spirituale, non temporale. Se la prende con gli usurai, i finanzieri, gli uomini dai facili guadagni. Aldo Cazzullo ricorda l’Italia della ricostruzione del ’48, quando il lavoro era durissimo ma la ricchezza era legata al lavoro, mentre adesso i soldi si fanno con altri soldi.

Per Cazzullo quando Dante scrive “Nel mezzo del cammin di nostra vita” non sta parlando di sé, ma di noi tutti. E quando leggiamo che il golfo del Quarnero divide l’Italia e bagna i sui termini, non possiamo non ricordare che oggi quel pezzo d’Italia ci manca. Poi menziona la poesia “Ulisse” di Saba: “Nella mia giovinezza ho navigato lungo le coste dalmate… oggi il mio regno è quella terra di nessuno…” E allora mi viene in mente mio padre e suo padre, italiani senza terra. E non so più se Ulisse sia quel Saba, come sostiene Cazzullo, che continua a navigare, andar oltre per cercare o se prendere il mare sia stata l’unica condizione possibile di tanti uomini dalmati per restare a galla, per resistere, sopravvivere al comunismo jugoslavo. Ulisse ha voluto o dovuto conoscere?

“Io sono convinto” continua lo scrittore “che l’Ulisse dantesco sia Dante. Il primo uomo della modernità che vuole andare oltre. Che fine ha fatto Ulisse? E’ rimasto a Itaca? Dante immagina che Ulisse riprenda il mare. Cos’è la vita se non cercare di capire l’abisso dell’animo umano?” E menziona il sommo poeta: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Intraprende la ricerca chi è consapevole di essere ignorante. Forse è proprio questo moto di individualità che salverà la civiltà occidentale: l’uomo musulmano deve attenersi al Corano, dove tutto è già scritto e previsto; il cinese deve attenersi al socialismo dittatoriale che gli delimita l’esistenza. Se l’anima è privata della libertà di andare oltre il sole, muore. “Colombo vuole esplorare, andare oltre le colonne di Ercole. Non avrà una fine gloriosa, come Dante sarà anch’egli perseguitato. Ma nessuno aveva potuto privarlo dell’emozione di avvistare la terra… L’era moderna può cominciare”.

“Noi italiani” conclude Cazzullo “alla fine siamo sempre ripartiti, siamo sempre rinati. L’italiano dà il meglio di sé nei momenti difficili. Essere italiani è un’opportunità e anche una responsabilità: siamo custodi di un patrimonio di bellezza che incomincia con Dante Alighieri”. 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter