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Il partigiano americano: una storia vera di resistenza, eroismo e vendetta

Lo storico Marco Patricelli racconta la breve vita dell'italoamericano Renato Berardinucci, tornato da Filadelfia in Abruzzo e infine tradito e fucilato

di Giorgio C. Morelli

La copertina del libro

Cultura americana (era nato a Filadelfia nel 1921), ma sangue italiano (anzi abruzzese), educato alla libertà e diventato subito fervente antifascista grazie all’incontro con un ebreo austriaco, con il quale frequenterà il Liceo classico di Pescara e ne diventerà il suo miglior amico.

L’Oceano non era solo un elemento fisico che divideva in due l’anima del giovane Renato Berardinucci, figlio di emigranti di Picciano (un desolato paesino di campagna del pescarese), i quali inseguivano il sogno americano e un futuro migliore per i propri figli che non fosse la fame, la miseria e una scuola fatiscente che al massimo si poteva frequentare fino alla terza elementare.

Il giovanissimo Berardinucci fu proiettato nella bufera della Seconda guerra mondiale secondo un disegno e una sorte avversa che pare tratto da una tragedia greca ambientata in epoca contemporanea. 

Questa vicenda rimasta totalmente sconosciuta per tre quarti di secolo riemerge con tutta la sua incredibile forza di perfetta sceneggiatura scritta dalla Storia, grazie a una lunga ricerca dello storico pescarese.

La copertina del libro

Marco Patricelli – uno dei maggiori studiosi italiani della Seconda guerra mondiale*- , il quale l’ha raccontato per la prima volta nel saggio Il partigiano americano, edito da Ianieri (304 pagine, 17,00 euro), che uscito alcune settimane fa ha già fatto parlare di sé in Italia, sulla stampa e sulle tv nazionali, perché assomiglia più alla trama romanzata di un film hollywoodiano che a una vita vissuta pericolosamente e brevissimamente da un giovane italoamericano. E purtroppo terminata eroicamente di fronte a un plotone di esecuzione di soldati nazisti. Come in un film: buttandosi con tutta la sua lucida disperazione contro i fucili nazisti per salvare due compagni i quali ne approfittano per fuggire e si salveranno miracolosamente dalle pallottole dei carnefici della Wehrmacht.

Renato Berardinucci era nato a Philadelphia nel ’21 ed era cresciuto in un ambiente neanche lontanamente assimilabile a quello di un piccolo paese degli Abruzzi, da dove erano originari i genitori Vincenzo e Antonietta, i quali per raggiungere gli USA si erano imbarcati l’anno prima a Le Havre con altri due figli piccoli. Il giovane si era distinto subito negli studi e al College non era passato inosservato. L’Italia era un luogo lontano per lui e il fascismo aveva portato con la propaganda nella comunità italoamericana un motivo di orgoglio per emigranti come i Berardinucci, i quali avevano conosciuto i punti più alti con le imprese dei trasvolatori di Italo Balbo, le vittorie di Primo Carnera e dell’Italia ai mondiali di calcio: avevano un’idea che il regime di Mussolini dava di un Paese da cui erano andati via più per il pane che per la libertà.

Un giorno del 1939 la madre Antonietta aveva convinto il marito che per loro era il momento di rivedere la loro terra e per il giovanissimo Renato di vederla per la prima volta. Lei ha pensato che stando in Italia il figlio non sarebbe stato chiamato a fare il soldato nell’esercito americano e di conseguenza gli USA non avrebbero potuto mandarlo in guerra proprio grazie alla doppia cittadinanza. Sul mondo si stavano addensando le nubi di una guerra che esploderà proprio a settembre. Renato, per impratichirsi con la cultura d’origine, frequenta a Pescara il Liceo classico “d’Annunzio”. E tutto è diverso per lui, lo choc culturale e sociale è forte. 

A Pescara trova anche l’amore, Sofia, e qui comprende veramente il regime fascista grazie a un amico, l’ebreo viennese Hans Lichtner, il più bravo studente dell’istituto, la cui famiglia fuggita dopo l’Anschluss dell’Austria gode di un occhio benevolo delle autorità fasciste abruzzesi, pare per interessamento di Balbo**. Hans gli fa comprendere cosa sia veramente il nazismo, di cosa è capace, perché il suo popolo è perseguitato, perché c’è quel conflitto nel cuore della civilissima Europa.

Due mesi prima dell’ingresso in guerra dell’Italia, ad aprile 1940, il papà Vincenzo Berardinucci è tornato negli USA, mentre Renato e la madre rimangono a Pescara confidando che non accadrà nulla. Poi tutto precipita. E l’11 dicembre 1941 Mussolini dichiara guerra anche agli Stati Uniti, quattro giorni dopo l’aggressione vigliacca giapponese a Pearl Harbor. Il giovane italoamericano sente la lacerazione della doppia appartenenza, pensa con angoscia al fratello Luigi che forse sarà soldato, al padre che non sa quando potrà rivedere. Il 31 agosto 1943 la guerra arriva  anche nella piccola cittadina di Pescara, bombardata da 44 quadrimotori Liberator alleati. Sugli aerei ci sono ragazzi americani come lui, sotto ci sono ragazzi italiani come lui: carnefici e vittime è solo questione di prospettiva. 

Il bombardamento alleato in pieno giorno sulla città di Pescara provoca migliaia di morti: tutti civili. I pescaresi si allontanano subito dalla città che sarà nuovamente bombardata il 14 settembre, sei giorni dopo l’armistizio, e stavolta tutta la popolazione sarà fatta evacuare. 

Renato e la madre vanno a Picciano, dove ci sono i parenti, e qui il giovane crea una piccola banda partigiana. Lui tiene i contatti con gli agenti alleati del SOE e dell’OSS paracadutati dietro le linee per far passare il fronte agli ex prigionieri liberati dagli italiani. Negli Abruzzi passa la Linea Gustav, dove Kesslring e Montgomery si affronteranno da novembre e fino alla fine di dicembre, senza cogliere una vittoria risolutiva ma con migliaia di morti tra inglesi, tedeschi e soprattutto civili italiani. Renato in un conflitto a fuoco uccide un ufficiale tedesco, poco dopo aver portato via le armi in un deposito della Wehrmacht a Penne.

Sulla sua testa viene messa una taglia, ma lui, che già a Philadelphia frequentava un corso di teatro e lo stesso ha fatto a Pescara, è abile nei travestimenti e riesce sempre a sfuggire ai tedeschi. Un giorno sfugge per miracolo ai colpi di pistola di un sottufficiale insospettito dal fatto che un contadino e mal vestito potesse leggere un bando affisso al muro della chiesa di paese. A giugno 1944 la Linea Gustav viene infranta. Con in polacchi arriva la libertà, ma Renato ha ancora una missione da compiere: vuole raggiungere la zona dell’Aquila e arruolarsi nella Brigata Maiella, una formazione di patrioti volontari abruzzesi che combattono da dicembre nella VIII Armata britannica. 

Un gruppo di partigiani della Brigata Maiellla

Scioglie la sua banda e con lui rimangono solo tre compagni. La madre ha un presentimento e vuole per forza seguirlo: e lo seguirà, un errore tragico per entrambi. Un giovanissimo partigiano, coraggioso e intelligente, che scala le montagne e i passi degli Appennini abruzzesi con la mamma al seguito! Sembra più la trama di un film che una storia vera di un giovane partigiano. Arrivati a San Pio delle Camere, i cinque vengono traditi da una spia fascista e consegnati ai tedeschi. Un tribunale militare nazista condanna i quattro partigiani a morte e l’indomani vengono condotti al cimitero di Arischia per essere fucilati. 

Qui Renato si inventa l’ultimo piano, tragico ma da vero eroe: si getta contro il plotone di esecuzione, perché è formato da pochi soldati che non si aspettano quel gesto disperato, in modo tale che forse i due compagni possano fuggire e salvarsi la vita miracolosamente. Lui e Vermondo Di Federico sono crivellati di proiettili; la madre Antonietta, impazzita dal dolore, viene selvaggiamente percossa al volto e sfigurata dai militari con i calci dei fucili. 

Antonietta ha visto morire il figlio nel giorno del compleanno del marito Vincenzo. La nuova Italia celebrerà i due eroi decorandoli di medaglia d’oro al valor militare alla memoria e due vie a loro intitolate nella città’ di Pescara.

Ma il libro di Patricelli non finisce qui, anzi inizia dal 1957, quando il papà Vincenzo Berardinucci torna in Italia da Filadelfia per ricevere la medaglia d’oro, ma ha anche in animo la vendetta contro la spia che ha tradito il figlio Renato per 5 chili di sale e 5 mila lire già fuori corso. Il libro di Patricelli parte proprio da questo episodio, ricostruito con molta pazienza tessendo la rete della memoria orale degli amici e parenti dei Berardinucci a Picciano, prima che le testimonianze fossero perdute per sempre. «Il partigiano americano» ha come sottotitolo «Una storia antieroica della Resistenza» ed è un originale e riuscito tentativo di fare saggistica documentata e rigorosa con uno stile e una scrittura quasi da romanzo, tale da attrarre qualunque tipologia di lettore e da gustare pagina dopo pagina. 

 

Marco Patricelli

* Marco Patricelli è uno dei maggiori storici italiani della Seconda Guerra Mondiale, al riguardo ha pubblicato diversi libri di successo e di rigore storico-storiografico da cui sono stati tratti docufilm e docufiction per la Rai, Mediaset, ZDF e la tv polacca: “Operazione Quercia”, Solfanelli, 1993;  “Liberate il Duce”, Mondadori, 2001; “La Stalingrado d’Italia”, Utet, 2002; “Le lance di cartone”, Utet, 2004; “I Banditi della Libertà’, Utet, 2005; “Il Volontario”, Laterza, 2010: “L’Italia delle sconfitte”, Laterza, 2016

** Hans e il fratello Robert, così come i due genitori, si erano convertiti al cattolicesimo, si battezzarono nel dicembre 1938 nella Cattedrale San Cetteo di Pescara. Più tardi la madre Frieda fu anche cresimata personalmente dal Vescovo di Chieti, Giuseppe Venturi. La famiglia Lichtner, sin dal loro arrivo a Pescara, godevano della protezione del prefetto fascista Renzo Chierici, protezione che doveva derivare direttamente da Italo Balbo, di cui Chierici era un fedelissimo. Quando prefetto di Pescara divenne Alberto Varano, la protezione della famiglia Lichtner rimase solida fino alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, quando Mussolini venne esautorato dal voto della seduta del Gran Consiglio. Come è noto, Balbo assieme a Emilio De Bono e Luigi Federzoli furono gli unici tre membri del Gran Consiglio che si opposero apertamente nella seduta del 6 ottobre 1938 contro la ‘Dichiarazione della Razza’. In quella seduta Balbo fece di più, senza tanti giri di parole attaccò le farneticazioni contenute nella ‘Difesa della Razza’…

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