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Leonardo Sciascia: il coraggio della solitudine e della memoria

Per aver saputo dire tante indicibili verità è stato (ed è) tanto amato e detestato. Nel centenario dalla nascita, lo ricordiamo attraverso chi gli ha voluto bene

Leonardo Sciascia (Illustrazione di Antonella Martino)

L’uomo, l’artista: cercheremo di vedere l’uno e l’altro (ammesso che si possa scindere l’uno dall’altro) con gli occhi di chi ha conosciuto e amato Leonardo Sciascia: la figlia Annamaria; i nipoti Fabrizio e Vito; gli amici di una vita: il pittore Maurilio Catalano; il giornalista e scrittore, suo biografo Matteo Collura; Emanuele Macaluso, padre nobile della sinistra e suo amico fin dalla gioventù;  Giampiero Mughini, giornalista e scrittore; Stefano Villardo, suo fraterno amico fin dai tempi dell’adolescenza

MARATONA SCIASCIA: Venerdì 8 gennaio, dalle 10 di mattina ora italiana (5 del mattino a New York) e per tre giorni, sulle pagine Facebook e Youtube della Fondazione  “La Strada degli Scrittori”, sarà trasmessa una “#Maratona Sciascia” che coinvolgerà dalle ore 10 di venerdì su Facebook, Youtube, e sul sito www.stradadegliscrittori.it più di cento personalità fra scrittori, giornalisti, registi, attori, uomini politici, artisti, docenti universitari, giuristi e filosofi.

Di Leonardo Sciascia parlano in tanti. Troppi. In passato, quand’era in vita (ma anche dopo, da morto), in tanti lo hanno insultato; c’è chi gli ha perfino dato del mafioso, per le sue coraggiose posizioni, rigorose e radicali, per la difesa del diritto e la giustizia giusta. Gli hanno dato del quaquaraquà, una delle cinque categorie, la più infame, con cui il mafioso de Il giorno della civetta, Mariano Arena, suddivide l’umanità … Schivo, discreto, Sciascia incarna quel decoro e quell’eduzione che sono la cifra di un’Italia che si vorrebbe e che spesso non è. E’ nato cent’anni fa, a Racalmuto, un paese siciliano arroccato vicino ad Agrigento. Per tutta la vita la Sicilia, e quel paese in particolare, gli sono rimasti nel cuore. Sciascia diceva che “incredibile è l’Italia; e bisogna andare in Sicilia, per constatare quanto lo sia”.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921; Palermo, 20 novembre 1989).
Foto © Giuseppe Leone

Quella che segue è una parziale selezione degli insulti e delle infamie che ha dovuto patire. “Codardo”; ”Sprazzi di autentica balordaggine”; “Aspetto profondamente reazionario”; ”Amara e inutile vecchiaia”; ”Lancia avvertimenti mafiosi”; ”Precipitato al livello di un terrorismo piccolo-borghese”; ”Penoso”; “Travolto dagli anni e da antichi livori”; ”Gravissimi furono i suoi silenzi”; ”Stregato dalla mafia”; ”La sua funzione è esaurita”; ”Non ci serve più”: ”Fa l’apologia della mafia”; ”Non è più capace di immaginare un uomo vero”; ”Il suo credo: vendo, ergo sum”; ”Sta finendo piuttosto male”; ”Disfattista”; ”Arrogante”; ”Si riduce in misere polemiche sulle Brigate Rosse e l’antimafia”; “Nei suoi romanzi, qualunquismo e codardia civile”; “Trozkista”; “Iena dattilografa”…

Sciascia: uno degli scrittori più colti e raffinati del secolo che ci siamo lasciati alle spalle… Con i suoi romanzi, e racconti, con i suoi interventi ha saputo raccontare l’Italia e gli italiani; quello che seppero fare autori giustamente considerati “classici”, come Alessandro Manzoni, Luigi Pirandello, Federico De Roberto. Per aver saputo dire tante indicibili verità è stato (ed è) tanto amato e detestato.

Sciascia ora riposa in una semplice tomba accanto a quella della moglie Maria Andronico, alle porte del cimitero di Racalmuto, il paese dove è nato l’8 gennaio del 1921. “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”, è l’epigrafe che lui ha voluto. Una frase dello scrittore francese Auguste de Villiers de l’Isle-Adam. 

Il razionalista, l’illuminista, accetta così di partecipare alla scommessa di Blaise Pascal; al tempo stesso avverte che una certa attenzione questo mondo, questa vita, la meritano: in definitiva, un’ipotesi, una possibilità di sopravvivenza dopo la morte. Un “qualcosa” – è l’amico Gesualdo Bufalino a notarlo – legata a una insopprimibile volontà di memoria: finché saremo, in qualunque forma e natura, noi ricorderemo; e solo se ricorderemo, saremo. Noi siamo la capacità di ricordare, siamo memoria.  

Già in questa sola frase c’è molto, c’è tanto – e dell’essenziale – di Sciascia.

L’uomo, l’artista: cercheremo di vedere l’uno e l’altro (ammesso che si possa scindere l’uno dall’altro) con gli occhi di chi lo ha conosciuto e gli ha voluto bene: la figlia Annamaria; i nipoti Fabrizio e Vito; gli amici di una vita: il pittore Maurilio Catalano; il giornalista e scrittore, suo biografo Matteo Collura; Emanuele Macaluso, padre nobile della sinistra e suo amico fin dalla gioventù;  Giampiero Mughini, giornalista e scrittore; Stefano Villardo, suo fraterno amico fin dai tempi dell’adolescenza.

Annamaria Sciascia: “Era un uomo nel senso più alto del termine. Un esempio da seguire. Dettava le regole senza parlare, non aveva bisogno di rimproverare. Bastava uno sguardo. L’uomo coincideva con lo scrittore. Era una persona allegra. Partecipava a tutte le cose della famiglia. Un costante punto di riferimento. Lo hanno dipinto come taciturno, ombroso, silenzioso; ma a casa mio padre parlava molto, raccontava fatti, aneddoti. Andava al circolo di Racalmuto, seguiva tutte le vicende, poi ce le raccontava; e anche a Caltanissetta e poi Palermo…lui è cresciuto tra donne: unico uomo con tre zie e sei donne. Un universo femminile, e dunque amava i racconti, i pettegolezzi, tutto questo gli piaceva…”. 

Fabrizio e Vito Catalano: comparite in molte fotografie; dallo sguardo, dai piccoli gesti si indovina che con voi aveva un rapporto speciale, vi voleva molto bene… Per voi chi era quest’uomo? Vorrei approfondire questo vostro legame

Fabrizio: Può sembrare banale, per me era un uomo come tanti altri, anche se al tempo stesso era palesemente diverso. Ecco: forse questa tipologia di intellettuale, oggi è molto difficile da trovare: persone capaci di estrapolare dagli eventi della società idee e concetti illuminanti; e al tempo stesso si comportavano come le persone normali. Mi veniva a prendere all’uscita della scuola, giocava con me… Le cose, insomma che fa un nonno con suo nipote. Al tempo stesso, vivendo in quella casa respiravo un’aria diversa; capitava di sentire discorsi con le persone che venivano a trovarlo, che certamente a 10-12 anni si capiscono e non si capiscono; ma in qualche modo, comunque, ti restano impressi, come se si appiccicassero alla pelle… Quanto al rendermi conto che mio nonno era Leonardo Sciascia: chissà, forse ne sono stato sempre cosciente. Sulla sua scrivania, per esempio, un posto d’ore l’aveva la fotografia di Luigi Pirandello. Mio nonno lo considerava una specie di padre. Già questa era una cosa fuori dal comune; che però io ho vissuto come normale. Tra noi si parlava anche in dialetto; e non solo il nostro, anche in altri dialetti. Lui mi leggeva le poesie di Trilussa, in romanesco: poesie, per inciso, che sono la perfetta metafora dello sfacelo di questo paese, di questo continente. Ho dei bei ricordi. I primi anni, li ho passati dai nonni, mamma e papà lavoravano, per un certo periodo mio padre a Catania; gran parte della settimana si stava con i nonni… c’erano due case, la grande e la piccola, e ogni tanto mi confondevo. Mio nonno aveva una collezione di sigilli, custoditi in una vetrina stretta e lunga, me li faceva toccare. Una passione che avevamo in comune. Nella lettera-testamento che ha lasciato, dispone che siano dati a me; non ho mai avuto il coraggio di toglierli da quella bacheca…”. 

Leonardo Sciascia con gli amici a Racalmuto (Wikimedia)

Vito:Ai miei occhi appariva come una persona che conduceva una vita molto semplice. Nelle campagne di Racalmuto dove lui trascorreva le vacanze estive: si facevano le passeggiate nei campi, si raccoglievano fichi ed asparagi. Era una vita scandita da ritmi molto normali. Mio nonno era molto nonno: amava stare con noi nipoti; ci raccontava storie al focolare. Io chiedevo quelle con i briganti, dove c’era azione, avventura; e lui mi raccontava dei briganti del luogo. Nella vita domestica aveva fissato delle regole chiare, precise: nel primo pomeriggio, per esempio, non si dovevano fare schiamazzi. In generale, non amava la confusione. Però non aveva esigenze particolari. Per esempio, quando lavorava non ci imponeva il silenzio, la vita della casa procedeva normalmente. Capitava che andassi a vederlo mentre scriveva, nella sua stanza; lui non ci faceva particolarmente caso. Però non gli piaceva il disordine, il caos, lo schiamazzo”. 

Maurilio Catalano; Un giorno Sciascia viene nella mia galleria d’arte a Palermo; non lo conosco, e lui non conosce me. Si presenta: ‘Sono Leonardo Sciascia, vivo a Racalmuto, sono qui a Palermo per caso, e sono venuto a trovarvi…’. Mi dice che è a conoscenza della nostra passione per la grafica che lui condivideva… Cominciò da quel giorno a venirci a trovare: guardava curioso, discuteva con noi… E’ cominciata così: un’amicizia vera, che ogni giorno si suggellava grazie a una colla particolare, che non è in vendita: io lo ascoltavo e lui mi ascoltava, ci si studiava…ci siamo trovati…Quand’era a Palermo ci si vedeva ogni pomeriggio; veniva alla Galleria, si prendeva un caffè, e si parlava…Era sempre molto cordiale e disponibile. Non dico che desse confidenza, ma ascoltava, era curioso di tutto. A volte noi ci chiedevamo: ‘Ma perché perde tempo con quella persona?’. Poi, ci spiegava: primo perché era una persona che mi interessava come uomo; poi per quello che raccontava…’”.

L’edizione Einaudi de Il giorno della Civetta di Leonardo Sciascia con sulla copertina un dipinto di Renato Guttusu

Matteo Collura: “Sciascia è stato uno scrittore anomalo nella storia della letteratura italiana, soprattutto quella del secondo ‘900. Per dare un’idea: in uno dei suoi ultimi libri ha utilizzato un’epigrafe che pochissimi scrittori possono usare, ricavata da un libro di Georges Bernanos: ‘Preferisco perdere lettori anziché ingannarli’. Ecco, in questa frase c’è tutto Sciascia. Appartiene a una tradizione più francese che italiana: un’idea di letteratura che di cui fanno parte Emile Zola e prima ancora Voltaire. Mi riferisco al famoso “J’accuse…!” di Zola, il titolo dell’editoriale su “L’Aurore”, per denunciare i persecutori del capitano ebreo Aldred Dreyfus, e le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo-montatura che lo vide condannato per alto tradimento, uno dei più famosi “affaires” della storia francese; e anche il “Caso Calas”, una vicenda giudiziaria del XVIII secolo a Tolosa, diventato famoso per l’intervento di Voltaire… Questo tipo di “J’accuse…!”, e di interventi non appartengono alla tradizione italiana. Sciascia è stato protagonista di uno di questi casi, con “L’Affaire Moro”, e si iscrive in questa categoria letteraria.  Ecco: Sciascia forse andrebbe ricordato in una sorta di appendice della letteratura francese: un’appendice che ha dei nomi che brillano, ma che francesi non sono: Alessandro Manzoni e Sciascia…Non era uno scrittore cattolico, ma era animato da spirito autenticamente cristiano. L’epigrafe che vedrei sulla sua tomba è: cristiano senza chiesa, socialista senza partito…Nel privato era esattamente il contrario di quello che si può pensare: non era né cupo, né ombroso. Semmai era timido. Una timidezza patologica, che lo rendeva perfino sordomuto nei confronti degli interlocutori che non conosceva. Questo era un problema vero. Però, quando si trovava tra amici con i quali aveva frequentazione e dimestichezza, o quand’era in famiglia, veniva fuori uno Sciascia divertentissimo, allegro, sorridente. Non subiva per nulla la lusinga del guadagno; teorizzava: non solo bisogna essere liberi dal bisogno, ma bisogna essere liberi dalla voracità del guadagno; e lui era davvero. Le racconto un aneddoto che dà la cifra della persona, un episodio che ho visto con i miei occhi; era venuto a Milano, mi aspettava nella hall dell’albergo. Quel pomeriggio, prima di me, erano arrivai i rappresentanti di una grande casa editrice, ormai si può anche fare il nome, la Mondadori: erano disposti a dargli cinque miliardi di lire (ancora non c’era l’euro), per avere i diritti di tutta l’opera completa. Lui rifiutò. Schiacciando l’ennesima sigaretta fumata sul posacenere, me ne spiegò la ragione: ‘Ma cosa vogliono da me, per offrirmi tanti soldi?’. Ecco: quanti pensi che siano gli scrittori che avrebbero rifiutato tutti quei soldi, pur di restare uomini e scrittori liberi?”.

La statua di Leonardo Sciascia a Racalmuto

Emanuele Macaluso: “Ho conosciuto Leonardo nel 1941, in pieno fascismo. Ero un po’ più giovane di lui, avevo già aderito alla cellula comunista di Caltanissetta. Leonardo studiava all’istituto magistrale, era molto amico di un altro ragazzo, si chiamava Gino Cortese. Era un giovane comunista molto spiritoso, Leonardo con lui ha avuto un rapporto che è proseguito nel tempo. Lo stesso Leonardo racconta che proprio Gino lo introduce non solo all’antifascismo militante, ma nell’ambiente comunista, anche se Leonardo si è mai iscritto al PCI. In estrema sintesi, Gino dice a Leonardo che per fare una lotta antifascista coerente, doveva stare in questo nostro circolo… Leonardo questo rapporto lo racconta in alcune pagine delle “Parrocchie di Regalpetra”, e sono episodi anche divertenti, perché Gino era molto spiritoso. Leonardo, per esempio, racconta che Cortese andava al GUF, il Gruppo Universitario Fascista, e lì declamava i discorsi di Stalin, ma dicendo che si trattava dei discorsi che aveva fatto un gerarca fascista; e quelli se la bevevano…C’è una cosa che mi preme, e la voglio dire soprattutto ai giovani, a chi certi giorni non li ha vissuti perché è nato dopo: Leonardo con i libri che ha scritto, con la sua anche giornalistica, penso ai suoi scritti sul “Corriere della Sera”, su “La Stampa”, o “L’Ora” di Palermo, ci manca. Ora che non ci sono più, lui e Pier Paolo Pasolini, si avverte un grande vuoto. Sciascia e Pasolini hanno animato le battaglie politico-culturali nel nostro Paese, come nessun altro ha saputo fare. Non ci sono più “firme” come quella di Sciascia o Pasolini…  Leonardo, in particolare, protagonista con i suoi libri e i suoi articoli di ‘polemiche’ su un terreno che ancora oggi considero fondamentale, quello della giustizia. Aveva l’autorità, il coraggio di sostenere queste battaglie garantiste sulla giustizia, la sua è stata una voce fondamentale. E ha avuto un valore fondamentale nella formazione politico-culturale del nostro Paese: in cui quegli anni, quei dibattiti sulla giustizia hanno avuto un carattere e un senso che oggi purtroppo non vedo più. Da questo punto di vista Leonardo non è stato solo un grande scrittore, ma anche un grande italiano; al tempo stesso un uomo dell’Europa, ha incarnato con i suoi scritti e le sue battaglie politico-culturali, il meglio che questo Paese poteva esprimere”.

Giampiero Mughini: Ero un ragazzo siciliano, di Catania, degli anni ’60. Un ragazzo che naturalmente aspirava a conoscere e sapere; che si sentiva siciliano fino a un certo punto; e guardava all’Italia, all’Europa…Leonardo Sciascia era allora, ed è ancora, la figura migliore per rispondere a questa esigenza di conoscenza e di identità: era talmente siciliano, e talmente italiano, ma anche innamorato di Parigi, che per me era la capitale del mondo intero…Credo che più siciliano di Sciascia non si possa immaginare. Lo dico con grande ammirazione: una parola siciliana nella sua bocca diventava grande quanto l’universo: risuonava in tutte le sfumature, tutte le sue particelle. Le cose scritte da lui, su personaggi, segmenti, particolari assolutamente siciliani, sono semplicemente straordinarie. Come scolpite nel marmo. Senza dubbio un Maestro. In una serata i suoi silenzi erano la cosa più importante e incisiva. Lui diceva si e no dieci parole, ma ognuna rimbombava”.

Stefano Villardo:Tutto nasce da una bocciatura…Una fortunatissima bocciatura, grazie alla quale diventai compagno di scuola, di banco prima, e per il resto della vita poi, di Leonardo Sciascia. Era un ragazzo timidissimo che non sapeva rispondere; forse non voleva rispondere alle domande dei professori. Però i suoi temi erano stupendi. Il professore, Giulio Granata, si incaponì, e sprecò la nottata intera per capire dove Leonardo poteva aver copiato il tema. La mattina dopo le parlò con il preside Luigi Monaco, era davvero un ottimo preside. Lo ascoltò paziente, e poi gli disse: è inutile che cerchi, è Leonardo che scrive così. Granata non se ne capacitava: ma se quando lo interrogo non risponde mai alle domande… E Monaco: non risponde per timidezza. Leonardo è la timidezza in persona. Poi si è sbloccato… Ci incontravamo ogni giorno, sempre. Io dalla strada fischiavo, lui si affacciava dalla finestra, scendeva e ce ne andavamo o al cinema… lui voleva andare ogni sera al cinema, non si lasciava sfuggire un film, gli piacevano tanto. Si fantasticava. Diceva: io farò il regista, tu devi fare l’attore. Ci pensavamo per davvero. Poi la guerra ha guastato tutto… E’ rimasta intatta l’amicizia. Anzi: col tempo si è rafforzata. Stiamo parlando di uno dei più grandi scrittori del Novecento, non solo italiani. La sua prosa mi ha sempre affascinato, uno stile limpido, chiaro, diretto, preciso, profondo. Chi legge i suoi libri non può non riflettere sulle cose essenziali della vita. Leonardo era una persona di grande cuore. uomo di cuore. Per me è stato un amico. Un amico fraterno. Era un vero uomo: di fede di ingegno, di rispetto…”.

Ho poco altro da aggiungere, che non sia già stato detto, e meglio. Posso solo far cenno al “mio” Leonardo Sciascia: lo scrittore che un giorno si trova tra le mani la lettera di un ragazzetto che gli propone di collaborare a una rivistina messa su alla bell’e meglio; e risponde che lo farà volentieri: perché è giunto il tempo di fare quello che Seneca diceva dovessero fare gli schiavi: cominciare a “contarsi”; e a onta del preteso pessimismo che gli si vuole incollare, si dice sicuro che si scoprirà, con nostra sorpresa, “d’essere più di quanti si crede”; isolati forse, ma non soli, e comunque sufficienti a opporre un’“opinione” alle “opinioni”. Lo scrittore che mi onora della sua amicizia, e con pazienza mi insegna – letteralmente – come leggere e capire “I promessi sposi” di Manzoni e William Shakespeare; che interrompe il suo lavoro, quando irrompo nella sua casa palermitana per chiedergli un paio di cartellette da usare per prefazione a un libro, “Storie di ordinaria ingiustizia”, che con molto anticipo raccontava le sventure di tanti signor “nessuno” che hanno patito calvari analoghi a quello di Enzo Tortora; e sono un paio di cartelle scritte in mezz’ora dense e sapide come solo lui sa;  un uomo “buono” nel senso più ampio e autentico del termine, scrittore immerso consapevolmente e totalmente nella realtà: ha sempre voluto fare politica in senso etico: un cosciente mescolare politica ed etica, nel tentativo di perseguire conoscenza e verità. “Segna” come pochi altri (Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Vittorini, Ignazio Silone, Mario La Cava, Mario Soldati, Piero Chiara, Alberto Moravia, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo), il secondo Novecento letterario italiano.

Un ministro dell’Istruzione davvero dell’Istruzione ministro, inviterebbe tutte le scuole a dedicare qualche ora di lezione per leggere un paio di pagine tra i tanti libri che ci ha lasciato. Leggerle a voce alta, commentarle, discuterle, criticarle, magari. Per Sciascia un efficace impegno anti-mafia, era magari una marcia in meno, ma leggere un libro di più. Antidoto simile a quello suggerito dal grande amico Bufalino: “Per combattere Cosa Nostra più maestri di scuola”. La cultura, insomma. Contro la mafia, l’ignoranza, il cretino. Non sorprende che né il ministro né qualcuno dei suoi consiglieri abbia questo riflesso. Il contrario, sì, quello avrebbe sorpreso.

    

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