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Seguire i consigli di Leonardo Sciascia e godersi la rilettura dei suoi libri

A cento anni dalla nascita del grande scrittore siciliano, un modo per rileggere i suoi grandi romanzi scritti come saggi che diventano racconti restando saggi

Le copertine con i romanzi e i saggi di Leonardo Sciascia

MARATONA SCIASCIA: Venerdì 8 gennaio, dalle 10 di mattina ora italiana (5 del mattino a New York) e per tre giorni, sulle pagine Facebook e Youtube della Fondazione  “La Strada degli Scrittori”, sarà trasmessa una “#Maratona Sciascia” che coinvolgerà dalle ore 10 di venerdì su Facebook, Youtube, e sul sito www.stradadegliscrittori.it più di cento personalità fra scrittori, giornalisti, registi, attori, uomini politici, artisti, docenti universitari, giuristi e filosofi.

Ho messo sottosopra una mia libreria per cercare fra le centinaia di opere della sezione italiana Il giorno della civetta. L’ho preso fra le mani, ho girato e accarezzato la copertina, vi ho rievocato l’omaggio di Renato Guttuso con il dipinto Paese del latifondo siciliano, l’ho annusato, il n. 122 della Collana “I coralli” di Einaudi. Quel particolare odore dei libri invecchiati in uno scaffale chiuso, odore antico che richiama per sinestesia profumi di giornate, visioni di stanze, ricordi a margine e confliggenti. Per me quel 1961 il mio ventitreesimo compleanno.

Una copia de “Il giorno della Civetta” di Leonardo Sciascia con sulla copertina un dipinto di Rentato Guttusu

Da lì a due anni l’altro libro che mi turbò e avviò ad altre letture L’età del malessere di Dacia Maraini. Due tappe che in quel passaggio formativo dalla letteratura della Resistenza e dell’idillio, per dire Il partigiano Johnny di Fenoglio o Metello di Pratolini o Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini o i Dialoghi con Leucò di Pavese o El Aleph di Borges. Tanto per esemplificare alla rinfusa. Poi venne Gadda con La cognizione del dolore e Màrquez con Cent’anni di solitudine.

Nella raccolta di saggi Cruciverba in margine a una riflessione sul suo maestro Borges, Sciascia scriveva:

«Un libro non esiste in sé, e non soltanto per l’ovvio fatto che la sua esistenza,  al di là della sua fisicità, consiste nell’esser letto, ma soprattutto perché è diverso per ogni generazione di lettori, per ogni singolo lettore e per lo stesso singolo lettore che torna a leggerlo. “Ogni volta è diverso”.  Un libro, dunque, è come riscritto in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge. E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l’altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi. Ed è perciò che la gioia del rileggere è più intensa e luminosa di quella del leggere».

Con questo spirito ho ripreso il romanzo, rilettura che ha rievocato un mondo irrimediabilmente perduto, il mio Paradise lost, ma ha anche ricollocato l’opera, sedimentando passioni e devianze di quegli anni di ardenti furori. Fu allora questo romanzo a lanciare Sciascia sulla ribalta della cultura italiana fra un raggio più ampio di lettori. Almeno per quanto mi riguarda vennero dopo la raccolta dei tre racconti Gli zii di Sicilia, (Torino, Einaudi, 1958), o il romanzo, passato come saggio storico, Le parrocchie di Regalpetra (Bari, Laterza,1956). Lui stesso dichiarerà «quando mi viene un’idea di qualcosa da scrivere, breve o lunga che sia, non so in prima se mi prenderà la forma del saggio o del racconto» in un «gioco costante di correlazione» per cui è «saggista nel racconto e narratore nel saggio». Dei successivi racconti mi suscitò interesse ed emozioni la raccolta Il mare colore del vino (Einaudi 1973), forse per l’allusione omerica (assai abusata in questa traduzione, oinopa ponton, οἴνοπα πόντον).

Il successo fu infiammato dal film omonimo di Damiano Damiani, girato nel 1968 tra Partinico e Palermo con le magistrali interpretazioni di Franco Nero, l’avvenente Claudia Cardinale, Serge Reggiani. Nel 1970 giunse negli States come The day of the Owl.

E quelle cinque categorie umane:

«Ci sono gli uomini veri, i mezzi uomini, gli ominicchi, poi mi scusi i ruffiani e in ultimo, come se non ci fossero, i quacquaracquà. Sono pochissimi gli uomini, i mezzi uomini pochi, già molti di più gli ominicchi. Sono come bambini, che si credono grandi. Quanto ai ruffiani, stanno diventando un vero esercito. E infine, i quacquaracquà: il branco di oche».

E ancora l’altra frase memorabile:

«Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su per l’Italia, ed è già, oltre Roma…».

Questo il mio battesimo del pensiero di Sciascia. Non ci fu scritto che sfuggisse nel ritmo intenso delle sue pubblicazioni, proseguendo con la serie Einaudi dei cosiddetti romanzi gialli o polizieschi, Il consiglio d’Egitto (1963), A ciascuno il suo (1966), Il contesto, una parodia, (1971); Todo modo (1974). Poi mi si rivelò il suo spirito illuministico e più segnatamente volterriano con l’amabile Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia, l’ultimo Einaudi (1977). Saltai il passaggio a Bompiani di La strega e il capitano del 1986, ma ripresi le ultime edizioni Adelphi di Porte aperte (1987) e infine Una storia semplice del 1989. La chiusura di una intensa attività narrativa che tuttavia non si può circoscrivere in quella colossale di scrittore. E una soglia ancora resa celebre fra la massa dall’eccelso interprete geniale Gian Maria Volonté accanto a Massimo Dapporto, diretto da Emilio Greco, musiche di Bacalov. Un altro giallo tra mafia e droga come epitaffio che parte da quell’enigmatico pizzino, «Ho trovato» e si chiude forse con un addio al genere: «Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: “E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?” Riprese cantando la strada verso casa.» Oggi alla luce dei fatti diventa quasi emblematico l’epilogo, sarebbe morto il 20 novembre di quel 1989.

Leonardo Sciascia (Illustration by Antonella Martino)

E per concludere questa analisi, certo limitata, dato lo spazio e la caduta di attenzione, vorrei lanciare un sasso nel mare magnum degli scritti su Sciascia, che riempiono scaffali intere di biblioteche. La questione era stata posta dal lui stesso nei 23 articoli raccolti da Paolo Squillacioti Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo (Adelphi, Milano, 2018). Dal risvolto di copertina, precisata l’effimera fama della école du regard, si ricava che elogiava il Maigret di Simenon, « è l’elemento cui la realtà reagisce: una specie di elemento chimico che rivela una città, un mondo, una poetica» e partendo dal modulo dal quale tutto ebbe origine, Poe, Sciascia «quasi volesse chiarire a se stesso le ragioni della sua passione e costruire una sorta di mappa, una genealogia degli autori più amati – Chesterton, Agatha Christie, Erle Stanley Gardner, Rex Stout, Simenon, Geoffrey Holiday Hall e altri ancora». Eppure cosa hanno a che vedere i suoi romanzi con la serialità dei gialli citati? Sì, la tecnica è quella, diciamo con lui il “modulo”, ma il contesto è sempre diverso, su uno sfondo che muta, anche se in molti casi la protagonista è la mafia e la questione sociale.

Ogni caso è a se stante in una esigenza di scavare nella realtà e rivelarne il misterioso agire umano. E poi la scrittura, esemplare nello stile, ma soprattutto nella semplicità espressiva che non è sciatteria, ma ritmo ed armonia. E la profondità pensiero che circola nella  semplicità dei casi umani e ci ammalia. Perciò non può in alcun modo ritenersi suo prosecutore Andrea Camilleri con il serial del Commissario Montalbano, con il suo improbabile personale dialetto, anche se l’antagonista ricorrente è un mafioso tra Cùffaro e Cuffàro. Questi si rifà al tema di Simenon con i tic del personaggio e i richiami al costume. Forse l’altro Camilleri narratore, ma con polso diverso. Così pure nel piattume tra poliziesco, noir ed horror, della canea di scrittori italiani che ormai occupano in modo uniforme e assoluto la nostra scena letteraria, con la variegata parlata di dialetti locali sempre più stretti e bisognosi di traduttori. Altro che il Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana del 1946.

Opera meritoria perciò quella del quotidiano “Repubblica” di pubblicare 20 titoli nella collana “Leonardo Sciascia 100 anni”, cominciando proprio dalla tetralogia che qualcuno definisce di “gialli”, altri addirittura “noir”, cioè A ciascuno il suo (unicuique suum del giurista romano Ulpiano), Il giorno della civetta, Todo modo, Il contesto.

Per una bibliografia completa che comprende romanzi, racconti, 22 saggi (due su Pirandello, altro suo maestro, ma anche molte inchieste, come Morte dell’Inquisitore, La scomparsa di Maiorana, I pugnalatori e L’affare Moro, La corda pazza, fino ad una Storia della mafia), tre raccolte di poesie (Favole della dittatura, ma anche La Sicilia, il suo cuore), due testi teatrali famosi (L’onorevole e la Recitazione della controversia liparitana), sceneggiature come Bronte: cronaca di un massacro per Florestano Vancini, articoli e varia letteratura, come il folklore di Feste religiose in Sicilia, con fotografie del bagherese Scianna, cf. Opere. 1956-1971, Bompiani, Milano, 1987; Opere. 1971-1983, Bompiani, Milano, 1989-2004; Opere. 1984-1989, Bompiani, Milano, 1991-2004; Opere. 1956-1989. cofanetto con 3 volumi, Bompiani, Milano, 2004, tutti a cura di Claude Ambroise.

E ultima edizione, Opere. Volume I: Narrativa Teatro Poesia, Adelphi, Milano, 2012; Opere. Volume II, Inquisizioni · Memorie  Saggi. Tomo I: Inquisizioni e Memorie, Adelphi, Milano, 2014; Opere. Volume II: Inquisizioni Memorie  Saggi. Tomo II: Saggi letterari, storici, d’arte, civili, tutti a cura di Paolo Squillacioti, Collana La Nave Argo n.18, Adelphi, Milano, 2019.

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