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L’Alighieri di Cazzullo: “Dante è eterno, un grande italiano che appartiene all’umanità”

A 700 anni dalla morte del poeta, intervista al giornalista scrittore per il best seller "A riveder le stelle", in cui l'Italia è paradigma di cultura e bellezza

Dante e i tre regni (Domenico Di Michelino, duomo di Firenze)

Aldo Cazzullo nel suo ultimo libro analizza l’Inferno, la prima cantica della Divina Commedia. Dante come Trump, il primo sovranista? “Non schiacciamo Dante sul presente. Anche se dubito fortemente che Trump gli sarebbe piaciuto… Inoltre, per lui l’Italia non era uno Stato; era un’idea. Un patrimonio di valori e di bellezza. Per Dante l’Italia aveva conquistato il mondo due volte, con l’impero romano e con la fede cristiana. E per Dante l’Italia aveva una missione: conciliare la classicità con la cristianità”

Aldo Cazzullo, giornalista, editorialista di punta del Corriere della Sera, con il suo  A Riveder le stelle uscito a settembre per Mondadori, mantiene saldamente la sua posizione nella classifica dei dieci libri più venduti in Italia. Con uno stile e un linguaggio fruibile a tutti, Cazzullo ci porta in viaggio con sé e con Dante attraverso quella storia d’Italia che ha fatto gli Italiani e del sommo poeta il fondatore dell’Italia e della sua lingua; quell’Italia che è sogno, ma anche paradigma di cultura e bellezza, entità viva e mai astratta, fatta di carne e sangue e terra. Quello che il proprio paese dovrebbe essere per ognuno. E forse proprio in questo sta il successo e di Dante e di Cazzullo, in quel loro volerci ricordare “in mezzo al cammin di questa nostra vita”, chi siamo stati, chi siamo, e soprattutto chi abbiamo il dovere di continuare ad essere.  Per andare più a fondo e capire qualcosa in più, noi lo abbiamo intervistato.

Aldo Cazzullo e la copertina del suo libro “A riveder le stelle”

Dott. Cazzullo, A riveder le stelle, il suo libro su Dante che inventò l’Italia, quel Dante che lei stesso definisce il primo degli italiani, il primo umanista, arriva puntuale in un momento in cui a divedere gli italiani più di quello cinese, è il virus dell’europeismo e del globalismo: in questa lotta fra nazionalisti e mondialisti, come guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, Dante è anche il primo sovranista? 

“No. Eviterei categorie politiche del presente per raccontare Dante. Inoltre, per lui l’Italia non era uno Stato; era un’idea. Un patrimonio di valori e di bellezza. Per Dante l’Italia aveva conquistato il mondo due volte, con l’impero romano e con la fede cristiana. E per Dante l’Italia aveva una missione: conciliare la classicità con la cristianità. In questo senso Fernando Pessoa, il grande poeta portoghese, diceva che Dante, uomo del Medioevo, è stato anche il primo umanista. Detto questo, Dante è molto critico con gli italiani. Dice che sono troppo divisi, che non sono all’altezza di se stessi”.

Dante aveva il coraggio dell’invettiva civile, si schierava, difendeva la sua idea di libertà e di giustizia, idea che andava a cozzare con il modo in cui la classe politica gestiva il potere; ci viene da pensare che oggi come allora avrebbe fatto lo stesso, non sarebbe rimasto nel limbo per inseguire quell’interesse personale che tanto duramente condannava: quanto c’è di Dante in Aldo Cazzullo? 

“Dante è un padre per tutti gli italiani, visto che ci ha dato una lingua e un’idea di noi stessi, ed è un modello per chiunque scriva. Ovviamente è un modello inarrivabile. Tra le altre cose, è pure un grande reporter. Quando all’Inferno Guido da Montefeltro gli chiede notizie della sua terra, la Romagna – che allora designava anche la parte settentrionale delle Marche -, Dante fa una rassegna città per città che ha un incipit straordinario: “Ravenna sta come stata è molt’anni”. Potrebbe essere l’attacco di un reportage alla Giorgio Bocca, per citare un giornalista che stimo molto. E comunque sì, l’indignazione di Dante mi piace molto, rappresenta un riferimento. Mi piace il suo coraggio civile, l’indipendenza di giudizio con cui mette quattro Papi all’Inferno e raffigura i tiranni del suo tempo affogati nel sangue che hanno sparso”.

Illustrazione di Antonella Martino

Il Dante che a scuola ci sembrava lontano, oggi grazie anche al suo libro, lo riscopriamo nel nostro linguaggio comune. Ci appare quasi un’“icona pop”: Dante infatti usa il linguaggio del popolo, dei mercati di Firenze, eppure molti suoi colleghi, intellettuali, scrittori, addirittura una parte stessa del popolo, oggi dà un’accezione negativa a tutto quello che è popolare, innalzando di diversi gradini quello che è di nicchia scatenando così un’altra lotta quella tra populisti e radical chic, lei cosa ne pensa? 

“Ma già Dante denuncia la volgarità dei “subiti guadagni”, dei guadagni troppo facili. Dante sa essere alto e basso, scrivere di amore e di odio, usare suoni duri, aspri, parole terribili, a volte scurrili. Machiavelli ad esempio non amava Dante, gli rimproverava di aver usato la parola “merda”, oltre che di aver denigrato, a suo dire, la patria fiorentina. Ma poi lo stesso Dante, nella stessa opera, scrive la più alta preghiera mai scritta, indirizzata alla Madonna: ‘Vergine madre, figlia del tuo figlio’ … Mi dia retta: lasci perdere populisti e radical-chic. Dante è eterno, non contingente. È un grande italiano, ma appartiene all’umanità”.

A riveder le stelle analizza solo L’Inferno, la cantica che tutti ricordiamo, lo stesso Voltaire auspicava di ritrovarsi lì perché trovandoci più società vi si sarebbe annoiato di meno, una società dove ad ognuno Dante dà la giusta punizione, secondo la legge del contrappasso e del taglione; cosa scriverebbe secondo lei oggi il sommo poeta constatando la lassità della giustizia italiana? 

“Di sicuro sarebbe scandalizzato. Del pensiero medievale, dell’idea di giustizia del tempo fa parte anche la punizione del reo. Dante ha però parole di pietà anche per i colpevoli. Si pone il problema del male, il mistero del male. I suoi diavoli non sono davvero spaventosi; sono piuttosto buffi, grotteschi. Il male per Dante è dentro di noi. Siamo noi l’Inferno. E il suo viaggio ultraterreno è anche una discesa negli abissi dell’animo umano”.

E della giustizia americana? Dante conservatore, repubblicano, nazionalista come Trump e a favore della pena di morte? 

“Ripeto: non schiacciamo Dante sul presente. Anche se dubito fortemente che Trump gli sarebbe piaciuto… Forse non gli dispiacerebbe papa Francesco, visto che per Dante il Papa non doveva essere un sovrano assoluto, ma un’autorità spirituale universale”.

Pope Francesco. (Illustration Antonella Martino)

A settecento anni dalla morte Dante descrive perfettamente la nostra società, la mediocrità della classe politica ed il suo malfunzionamento, perché il mondo cambia per rimanere sempre lo stesso secondo lei? 

“In effetti alcuni versi di Dante sembrano scritti ieri; ad esempio, dove dice che solo i mediocri fanno politica, che i governi e i capi cambiano troppo spesso, e che una legge fatta a ottobre non arriva a metà novembre. Nello stesso tempo, Dante ha visioni quasi profetiche. Ad esempio, ha un’idea molto moderna della donna. In un tempo in cui si discuteva se la donna avesse o no l’anima, lui scrive che la specie umana supera tutto ciò che è sulla Terra grazie alla donna. È Beatrice che salva Dante, è la donna che salva l’uomo. Per Dante le donne erediteranno la terra. La donna è il capolavoro di Dio, la meraviglia del creato; e Beatrice, che rappresenta tutte le donne amate – non solo le spose e le fidanzate, ma anche le mamme, le sorelle, le nonne, le figlie – è la meraviglia delle meraviglie”.

Nel “cammin di nostra vita” rivedremo mai le stelle? 

“’A riveder le stelle’ è il verso con cui Dante conclude l’Inferno. Dopo non viene subito il Paradiso; prima c’è la montagna del Purgatorio da scalare. Il 2021 sarà l’anno del nostro Purgatorio”.

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