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Grace Paley, la scrittrice scintillante e ribelle, la Cechov di New York City

Femminista ed idealista, una delle voci più originali della narrativa americana, ma l’FBI la dichiarò comunista, pericolosa ed emotivamente instabile

Grace Paley (Illustrazione di Pia Taccone)

1986, West Village, New York. Una sessantenne alta un metro e mezzo con i capelli bianchi e arruffati, scarpe da ginnastica ai piedi e la gomma da masticare in bocca, sta distribuendo volantini contro l’apartheid lungo la Sesta Avenue. Quella donna si chiama Grace Paley ed è un’attivista politica, ma è soprattutto una scrittrice che ha da poco ricevuto dal governatore di New York un’onorificenza inventata apposta per lei: «Scrittore ufficiale dello stato di New York». Grace Paley aveva un rapporto strettissimo con la sua città, non a caso è stata chiamata “la Cechov di New York City”, “The bard of Jewish New York” e “The consummate New York writer”.  Nel 1985, l’editore del New Yorker David Remnick scrisse sul Washington Post: “I suoi racconti sono una sorta di musica da camera di New York in cui gli strumenti sono le voci della città – più specificamente Greenwich Village, più precisamente 11th Street tra la sesta e la settima”.

Grace Paley (wikipedia)

Grace Paley è riuscita a raccontare questa città in modo nuovo, con un linguaggio schietto e ironico, con storie sulla classe operaia talvolta anche senza trama perché piuttosto che l’azione, l’autrice si concentrava sui dialoghi per stabilire il carattere, riproducendo l’ebraico, l’afroamericano, l’irlandese e altri dialetti con sorprendente accuratezza. Michael Wood, critico della New York Review of Books, ha definito le sue storie “un intero piccolo paese di cittadini danneggiati, fragili e infestati”. Il critico americano William Novak la considerava “una scrittrice di scrittori” che “osserva le regole classiche della scrittura: scrive quello che sa, non si sforza troppo, si allontana da ogni accenno di cliché e racconta una storia semplice e onesta”.

È nata nel Bronx nel dicembre 1922, diciassette anni dopo che i suoi genitori erano immigrati a New York e un anno dopo l’invenzione dell’assorbente (come nota nella sua poesia “Song Stanzas of Private Luck” la trovate qui letta proprio da lei). Suo padre, Isaac, era un medico russo che imparava l’inglese leggendo Dickens ed era, come sua madre, Mary, un socialista impegnato.

La scrittura è stata solo occasionalmente l’occupazione principale dell’autrice.  “Lavoravo part-time come dattilografa alla Columbia”. – racconta l’autrice al Paris Review nel 1992 – “ho avuto i miei figli quando avevo circa ventisei, ventisette anni. Li portavo al parco nel pomeriggio. Grazie a Dio ero abbastanza pigra da trascorrere tutto quel tempo a Washington Square Park. Dico pigra ma ovviamente è stato un po’ estenuante correre dietro a due bambini. Se non avessi trascorso però quel tempo nel parco giochi, non avrei scritto molte di quelle storie”.

La copertina di “The Little Disturbances of Man” di Grace Paley

Con la pubblicazione della sua prima raccolta di racconti The Little Disturbances of Man (1959) Paley iniziò ad attirare l’attenzione della critica. Le vendite iniziali sono state modeste, ma il libro ha attirato buone recensioni, ad esempio il New Yorker ha valutato la scrittura di Paley come “fresca e vigorosa”. Le dieci storie che compongono il volume si concentrano sugli abitanti di un chiassoso quartiere cittadino dove, per usare le parole di Paley, “rimbombano i montacarichi, sbattono le porte, rompono i piatti; ogni finestra è la bocca di una madre che chiede alla strada di tacere: vai a pattinare da qualche altra parte. Vieni a casa”.

Nel 1974 – dopo circa sei anni – Grace Paley pubblicò la sua seconda raccolta di racconti “Enormous Changes at the Last Minute” (Enormi cambiamenti all’ultimo momento, traduzione di Marisa Caramella, La Tartaruga). In questi anni, oltre al ruolo di moglie e madre, l’autrice si è immersa in diverse attività politiche: è entrata nel movimento delle donne, ha distribuito opuscoli contro la guerra, ha marciato sul Campidoglio e ha viaggiato all’estero per protestare contro il coinvolgimento americano in Vietnam. “Penso che avrei potuto fare di più per la pace”, ha detto a People, “se avessi scritto sulla guerra, però mi è capitato di amare troppo protestare per strada”.

Enormous Changes at the Last Minute presenta la stessa ambientazione del primo libro e molti degli stessi personaggi, ad esempio Faith (l’alter ego dell’autrice) riappare con i suoi ragazzi Richard e Tonto. William Novak ha indicato che questa seconda raccolta è “più ampia… più americana e meno campanilistica”, per Burton Bendow è ” ovvio scoprire dove risiede il suo talento” ha detto in The Nation, “è una voce. Sicuramente non una trama che la terrebbe sulla retta via e ostacolerebbe le sue divagazioni, o una situazione o un punto di vista o anche un personaggio, ma una voce con un suono particolare e particolari giochi di parole”.  I racconti sono frammentari, talvolta privi di azione e hanno tutti dei finali aperti. Nel racconto “Una conversazione con mio padre” (presente in questa seconda raccolta) Paley dà la sua risposta definitiva (e bellissima) su chi le critica proprio i suoi racconti senza finali: non lo faccio per ragioni letterarie, ma perché toglie ogni speranza. Ogni persona reale o inventata merita un finale aperto della vita.

La copertina di “Later the Same Day” di GracePaley

Diversi personaggi delle sue prime due raccolte, in particolare Faith, ricompaiono anche nella terza: Later the Same Day, pubblicata nel 1985, dove la sua tecnica venne definita “irregolare” da Vivian Gornick nel Village Voice: “I suoi racconti sono intermittenti, imprevedibili, spesso infelici e senza completezza; non c’è progressione di rivelazione ma creano un’unità emotiva unica”. Le sue storie, drammi intimi in cucina, riguardavano principalmente la vita delle donne: le loro relazioni, i matrimoni, i figli e la riconciliazione con l’inevitabile delusione della fallibilità umana.

Un altro decennio dopo viene pubblicata la raccolta di tutti i racconti “The Collected Stories” (Tutti i racconti, traduzione di I. Zani, Sur, 2018) che ha ricevuto una nomination per il National Book Award. Sebbene tutti i racconti di Paley ammontassero a soli quarantacinque nel 1994, quando Collected Stories è stato pubblicato, l’autrice è stata comunque considerata una delle scrittrici americane fondamentali del ventesimo secolo. George Saunders, nell’introduzione all’edizione italiana, l’ha definita un’autrice capace di “costruire una superficie verbale scintillante che non punta tanto a rappresentare il mondo in maniera lineare, quanto a ricordarci del suo scintillio”. La scrittrice A.M. Homes che l’ha avuta come insegnate, sul The Guardian ha detto di lei che non era una semplice scrittrice di scrittori, o scrittrice di donne, ma più una forza della natura. “Mi ha insegnato non solo come essere un genitore, un cittadino e una scrittrice – mi ha insegnato a vivere”.

L’autrice ha anche pubblicato diversi volumi di poesie dove è stata più apertamente politica rispetto alla narrativa. Nel 2000 viene pubblicato Begin Again che raccoglie il lavoro di tutte le poesie di Paley creando una sorta di autobiografia in poesia, segnando i suoi giorni come attivista per la pace, attivista femminista, i suoi anni di maternità e la sua esperienza di nonna, del vivere a New York City.

La copertina di “Begin Again” di Grace Paley

La gente ha chiesto spesso a Grace Paley perché ha scritto così poco: tre raccolte di racconti e tre libri di poesia in settant’anni. L’autrice ammette al Paris Review di essere pigra e che questo è il suo principale difetto come scrittrice. Di tanto in tanto ammetterà che, sebbene “non sia carino” da parte sua dirlo, crede di poter ottenere tanto in poche storie quanto i suoi colleghi più prolissi fanno in un romanzo. E sottolinea che ha avuto molte altre cose importanti da fare con il suo tempo, come crescere i figli e partecipare alla politica. “L’arte”, spiega, “è troppo lunga e la vita è troppo breve”.

Grace Paley è stata prima di tutto un’attivista femminista antinucleare, contro la guerra, antirazzista che è riuscita, nel suo tempo libero, a diventare una delle voci veramente originali della narrativa americana del secondo Novecento.

Lei si definiva una “pacifista un po’ combattiva e un po’ anarchica” mentre l’F.B.I. l’ha dichiarata comunista, pericolosa ed emotivamente instabile. Il suo fascicolo è stato tenuto aperto per trent’anni. La sua passione politica può sembrare in linea con quei tempi, ma una volta che il flusso degli anni Sessanta è svanito Grace Paley non ha mollato la presa. Negli anni ottanta, si è recata in El Salvador e in Nicaragua per incontrare le madri degli scomparsi, è stata arrestata durante un sit-in in una centrale nucleare del New Hampshire e ha co-fondato il Comitato delle donne ebraiche per porre fine all’occupazione della Cisgiordania e Gaza. Nel maggio 2007, è andata a Burlington per protestare contro il sostegno del loro membro del Congresso all’aumento dell’Iraq. In questa ultima protesta la Paley aveva ottantaquattro anni ed era sottoposta a chemio per cancro al seno. Tre mesi dopo, è morta. “Il mio dissenso è allegria / una disposizione ingrata”, scrisse nella sua raccolta di poesie “Fidelity” (Fedeltà traduzione di L. Brambilla e P. Cognetti, Minimum Fax, 2011) pubblicata l’anno successivo. Quell’incorreggibile allegria fu con lei fino alla fine. Nessuno al mondo è stata più testardamente convinta che il mondo fosse in pericolo mortale e si è divertita così tanto a cercare di salvarlo da sé stesso.

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