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Care ragazze del XXI secolo, trovate la chiave che apre la vostra cella e combattete

Dall'ABC della brava moglie e mamma a quella spinta ribelle che mi ha fatto lottare per la mia libertà: la lettera di una boomer che studiava da casalinga

Tiziana Ferrario

Alla vigilia dell'8 marzo, riflettiamo su questo: la parità non esiste in Italia e la sfida non è finita. Incontrerete sempre un uomo che vi vuole fare lo sgambetto, in casa e fuori casa, a qualunque livello siate arrivate. Non si è mai al sicuro, al lavoro e neanche in famiglia... Non rinunciate alla vostra indipendenza, non affidate il vostro futuro ad un uomo. Siate autonome, anche se vi costa fatica...

Erano gli anni ‘60. Ero una bambina e a scuola mi veniva insegnata l’economia domestica e questo era il libro che avevo in dotazione. Si chiamava Le voci della casa, manuale di applicazioni tecniche femminili. Ne ho ritrovata una vecchia copia in vendita online ed è stato un tuffo al cuore. Allora esisteva davvero, mi sono detta, non era un incubo appannato che galleggiava nella mia mente! Era diviso per capitoli e spiegava come si diventava brave massaie. Lo stiro, la pulizia, la cucina, i fiori sul balcone, il giardinaggio, gli elettrodomestici. Un manuale per imparare a cucinare e a pulire, a riconoscere le macchie e toglierle con i prodotti giusti, a come rendere la casa graziosa ed eliminare gli odori dal frigorifero. Era in pratica L’ABC della brava moglie accudente e della brava mamma pronta a fare manicaretti a tutte le ore del giorno. Per fortuna l’età mi ha fatto dimenticare altre parti del libro. Sono certa però che non ci fosse alcuna parte su come difendersi da un marito violento, che come sappiamo è sempre esistito. Date un’occhio alle copertine scioccanti che ho ritrovato dei libri di applicazioni tecniche per ragazze. Il mio domani mostra una donna sorridente e sognante con in mano un mazzo di fiori accanto ad un salottino anni 60 che sarà il suo regno, come massima aspirazione di vita.

I maschi, nelle loro ore di applicazioni tecniche maschili, facevano invece cose più tecniche e imparavano a collegare spine e fili elettrici, a cambiare una lampadina, a usare cacciaviti e montare pezzi di metallo o di compensato con il traforo. Li invidiavo molto, mentre ero costretta a ricamare e a raccogliere le sfide del punto croce, del punto erba e del punto pieno. In quegli anni credo di avere imparato anche ad usare i ferri per la maglia, ma andavo sicuramente meglio con l’uncinetto. Compito di ogni trimestre era finire un “lavoretto” cosi si chiamavano: bisognava completare il ricamo di un centrino o di una tovaglietta per avere un buon voto.

Si chiamavano applicazioni tecniche femminili e maschili. Erano state introdotte dalla riforma che istituì le scuole medie nel 1962 voluta dal governo monocolore Dc presieduto da Amintore Fanfani, ministro all’istruzione Luigi Gui che firmò la legge 1859//62. Tre ore settimanale obbligatorie per il primo anno, facoltative il secondo e il terzo. Nel 1979 diventarono obbligatorie, ma venne cancellata la differenza tra maschili e femminili. Io però ormai ero già diventata una giornalista praticante, con ben altre ambizioni nella testa, ma nel subcosncio ancora in grado di ricamare e fare la maglia. Come era potuto accadere in soli 15 anni un salto di ruoli così netto per le donne, al punto che una bambina programmata per diventare una brava massaia fosse approdata addirittura in una redazione giornalistica? In mezzo c’era stata la rivoluzione e aveva spazzato via tutto. La dimostrazione che cambiare si può, eccome!

Da bambina alle scuole medie non mi facevo molte domande e non avevo intorno quelle che oggi vengono chiamate “role models.” Donne di successo a cui ispirarsi”. Le annunciatrici sorridenti in tv spopolavano nel paese e rappresentavano il massimo a cui una donna potesse aspirare. Erano belle, eleganti, parlavano a milioni di italiani, finivano sui giornali, apparivano l’immagine della indipendenza. Carosello mostrava donne accanto alle loro lavatrici, entusiaste del bianco del loro bucato. Chi non era casalinga poteva aspirare di far parte dell’ esercito di dattilografe segretarie e maestre. Le donne laureate professioniste erano eccezioni e provenivano da famiglie benestanti che decidevano di far studiare anche le figlie sino all’Università. Quello era il modello culturale nel quale noi bambine, e di conseguenza anche i bambini, erano immersi in pieno boom economico a Milano, non nel profondo Sud. Non c’era il divorzio, c’era ancora il delitto d’onore e sui giornali si scriveva che la donna era una adultera, poco di buono, se tradiva il consorte. I figli dei separati erano guardati con sospetto. Quando ha cominciato a tirare un’aria diversa, il mio ricamo è finito nei vecchi bauli insieme a Le voci della Casa.

Sarà forse perché ho avuto a che fare con un modello femminile come quello raccontato in quel libro scolastico che ho iniziato a correre veloce lontano da tutto ciò che era rassicurante, a cercare la mia indipendenza e a scappare via da compagni asfissianti. Ed è sicuramente perché ho visto in quali prigioni erano costrette a vivere le donne, in anni considerati di rinascita per il paese dopo la guerra, che ho sentito il bisogno di fare qualcosa di diverso che mi portasse a scoprire il mondo. L’insoddisfazione di mia madre, la sua infelicità di non sentirsi libera di seguire le sue passioni è stata la spinta a vivere e combattere per la mia libertà. Ho toccato con mano la fregatura che veniva data alle donne degli anni ’50 e alle bambine degli anni ’60 e mi sono ribellata, senza saperlo. Sono una boomer, di quelle mal sopportate dalle giovani generazioni, che ci vedono come delle usurpatrici dei loro spazi. Ho combattuto per non farmi fregare e non ho mai smesso. Non ci sono sempre riuscita.

Ecco perché Care ragazze del XXI secolo, vi invito a farlo anche voi, a darvi una mossa per andare oltre quello che altre donne prima di voi hanno ottenuto. E’ il vostro tempo di trovare la chiave che apre la vostra cella, perché ancora c’è una cella dalla quale uscire. La parità non esiste in Italia e la sfida non è finita. Incontrerete sempre un uomo che vi vuole fare lo sgambetto, in casa e fuori casa, a qualunque livello siate arrivate. Non si è mai al sicuro, al lavoro e neanche in famiglia. Già 13 donne sono state uccise dall’inizio dell’anno da compagni che dicevano di amarle. Non fidatevi e state attente a non fare passi indietro, come temo stia accadendo per tante ragioni, tra le quali anche la pandemia.

Non rinunciate alla vostra indipendenza, non affidate il vostro futuro ad un uomo. Siate autonome, anche se vi costa fatica. E scappate al primo segnale di gelosia, al primo schiaffo, perché altri ne arriveranno. Non li guarirete. Ed è la ragione per la quale ho scritto Uomini è ora di giocare senza falli. Un libro sul maschilismo che rappresenta un salto interstellare per quella bambina degli anni ’60, con Le voci della casa sotto il braccio. La mia speranza è di dialogare con quegli uomini che hanno voglia di impegnarsi per porre fine a un modello patriarcale che ha portato tanta sofferenza disuguaglianza e spargimento di sangue in Italia. È giunta l’ora che proprio gli uomini non maschilisti, non violenti e non molestatori si facciano avanti e dicano a gran voce agli uomini che violano le donne: “Così non si fa. IO NON CI STO”.

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