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“Elbrus” un salto nel futuro: è il 2113 e la Terra è al collasso

L'intervista a Marco Capocasa, uno degli autori del romanzo di fantascienza che racconta la crisi climatica e l'umanità a rischio di estinzione

La distruzione del pianeta (pixabay)

"Il romanzo è ambientato nel futuro, tra il 2113 e il 2155. La terra è al collasso, stremata dai cambiamenti climatici e dal riscaldamento globale. Si sono creati nuovi assetti ed equilibri di potere, e nuove società. Per sfuggire alla devastazione la popolazione ha tentato la via della colonizzazione dello spazio, ma ha fallito. È migrata verso i poli, e cerca una soluzione per sopravvivere. All’improvviso succede qualcosa, la scienza si trova per le mani una possibile soluzione per salvarsi dall’estinzione, che però pattina sul filo dell’etica e della moralità…"

Elbrus è il nuovo romanzo di fantascienza, edito da Curcio Editore, scritto a quattro mani da Giuseppe Di Clemente e Marco Capocasa. Cultori del genere e grandi amanti della scrittura, i due hanno lavorato alla trama per anni prima di cominciare finalmente la stesura del romanzo, disponibile oggi in tutte le librerie. Abbiamo incontrato Marco Capocasa, per parlare di questo suo primo romanzo.

Buongiorno Marco! La ringrazio di avere accettato di fare due chiacchiere. Partiamo subito dalla cosa più importante: la trama. Non voglio rischiare di fare spoiler o dire cose che non dovrei, quindi la faccio descrivere a lei.

“Dunque, il romanzo è ambientato nel futuro, tra il 2113 e il 2155. La terra è al collasso, stremata dai cambiamenti climatici e dal riscaldamento globale. Si sono creati nuovi assetti ed equilibri di potere, e nuove società. Per sfuggire alla devastazione la popolazione ha tentato la via della colonizzazione dello spazio, ma ha fallito. È migrata verso i poli, e cerca una soluzione per sopravvivere. All’improvviso succede qualcosa, la scienza si trova per le mani una possibile soluzione per salvarsi dall’estinzione, che però pattina sul filo dell’etica e della moralità…”.

Basta basta fermiamoci qui, altrimenti mi racconta tutto. Una bella trama, mi ricorda un po’ Orwell. Anche il suo 1984 è un romanzo distopico ambientato in un futuro a lui non lontanissimo… Quali ispirazioni ci sono dietro alla vostra trama?

“Sia io che Giuseppe Di Clemente siamo dei grandi amanti del genere fantascientifico, dei cultori. Nel nostro immaginario ci sono Asimov, Arthur Clarke, Frank Herbert… Insomma i grandi maestri. Quando abbiamo iniziato a lavorare ad “Elbrus”, avevamo in mente un racconto breve, e non eravamo partiti nemmeno con l’idea che fosse di genere fantascientifico! Ma entrambi eravamo attratti da questo mondo, da questo modo di fare narrativa e così, a poco a poco, la storia breve è diventata un romanzo, e il genere è diventato la fantascienza”.

Se ho ben capito è stato un procedimento bello lungo, insomma questo romanzo ve lo siete sudato?

“Assolutamente, ci abbiamo messo quasi tre volte di più ad articolare la trama che a scriverlo. Meglio così però, non c’è niente di peggio che una trama di fantascienza mal strutturata”.

Marco Capocasa

Lei e Giuseppe siete un duo particolare, venite da background differenti, giusto?

“Esatto. Giuseppe è uno scrittore, ha già pubblicato un romanzo. In quella occasione, io ero il revisore scientifico del suo lavoro. Siamo entrati in contatto così, e ci è balenata questa idea di scrivere qualcosa insieme. Entrambi abbiamo dato un contributo personale alla trama. Giuseppe, oltre che un vero e proprio esperto del genere, è un grande consumatore di serie televisive, sa come raccontare una storia in modo che sia appassionante e avvincente. Io invece mi sono dedicato soprattutto agli aspetti “scientifici” del romanzo”.

Esatto, perché lei nella vita si occupa di scienza.

“Sì, sono antropologo molecolare presso l’Istituto Italiano di Antropologia. Mi occupo di diversità genetica delle popolazioni umane e della sua relazione con la diversità culturale”.

Mi racconti meglio, in cosa consiste il suo ambito di lavoro?

“L’antropologia è una scienza relativamente recente, che studia l’essere umano sotto tutti i suoi punti di vista. Io in particolare mi occupo di antropologia molecolare, vale a dire che mi occupo dello studio del DNA, del corredo genetico, per ricostruire le dinamiche che caratterizzano le diverse popolazioni umane. Per esempio, mi sono interessato a lungo della diversità genetica della popolazione italiana”.

Un ambito molto affascinante. E come mai la decisione di passare dalla scrittura scientifica alla narrativa?

“Sono sempre stato un avido lettore, e un amante della scrittura; l’idea di scrivere mi accompagna da tanti anni, mi ha sempre attratto. Una pubblicazione scientifica è molto diversa da qualsiasi altro tipo di scrittura, ha una struttura molto precisa. Il passaggio alla narrativa non è affatto facile! Scrivere un romanzo è tutto un altro mondo, il canovaccio è completamente libero. Forse, prima di questo momento e di “Elbrus”, non mi ero mai sentito pronto a fare questo grande salto e a buttarmi”.

Però mi diceva che in questo grande salto nel mondo della narrativa si è portato con sé la sua esperienza di antropologo e di scienziato.

“Certo, la genetica è una di quelle declinazioni della scienza che riescono ad essere al contempo complicatissime e profondamente umane, un soggetto perfetto per la letteratura. Parte della trama ruota attorno anche al grande tema dell’ingegneria genetica, dell’etica e della moralità”.

Un’ultima cosa. Ma il titolo? Che vuol dire Elbrus?

“Diciamo che è un titolo misterioso solo per chi non sa già che cos’è”.

 

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