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Keith Gessen l’intellettuale che protesta raccontando la Russia da New York

Da Brooklyn corregge le bozze degli articoli della rivista N+1 e con la scrittura combatte battaglie sociali: i suoi sono romanzi amari, ma allo stesso tempo leggeri

Keith Gessen e il ritratto di Pia Taccone

New York City, oggi. È giorno, pomeriggio, la luce del sole viene da occidente, ed è forte. I raggi colorano di amaranto il Manhattan Bridge, gli alti edifici di mattoni rossi e le strade acciottolate di DUMBO. Tingono tutta Brooklyn di colori violacei e bluastri e sembrano frantumarsi in polvere dorata tra le acque nere e agitate dell’East River. Keith Gessen – capelli arruffati e occhi malinconici – cammina velocemente in Clinton Hill verso la sede di n+1, si volta ad oriente per ripararsi gli occhi. Si ferma e pensa che oltre quella luce, oltre le acque fredde dell’oceano, oltre l’Europa si trova la Russa, la sua Russia. “La mia famiglia è arrivata dall’Unione Sovietica quando avevo sei anni” – racconta l’autore su Literary Hub – “quindi ero davvero molto piccolo. Non ho molti ricordi di Mosca, a parte il fatto che mio padre mi accompagnava a scuola su una slitta”.

Keith Gessen ha scritto due romanzi, ha tradotto articoli, libri e saggi dal russo (tra gli altri Voices from Chernobyl del premio nobel Svetlana Alexievich) e, come giornalista, ha scritto della Russia (e non solo) per The New Yorker, The London Review of Books, The Atlantic e New York Review of Books. È attualmente assistente alla cattedra di giornalismo presso la Columbia University Graduate School of Journalism ed è co-fondatore e co-editore della rivista letteraria americana n+1, che si propone l’obiettivo di rivitalizzare il dibattito intellettuale americano pubblicando critica sociale, analisi politiche, saggi, arte, poesia, recensioni di libri e racconti brevi.

Keith Gessen (YouTube)

Francesco Pacifico su minimaetmoralia lo ha definito “ uno scrittore impegnato, cioè colui che riflette sulla società, accetta il ruolo di intellettuale, riflette sul presente e immagina il futuro”. Keith Gessen è un intellettuale che sa scendere in piazza a protestare se è necessario: lunedì 28 novembre 2011 è stato arrestato dalla polizia di New York mentre manifestava per Occupy Wall Street. Ne ha scritto sul New Yorker dove ha fatto il resoconto delle sue trentadue ore di prigionia tra ambienti sovrappopolati, bagni da pulire e solidarietà tra carcerati. Ha inoltre co-editato il libro “OCCUPY!” che raccoglie testimonianze e articoli sugli scontri e la protesta.

Nel 2009 viene pubblicato il suo primo romanzo All the Sad Young Literary Men (Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Traduzione di Martina Testa, Einaudi, 2009)

Il titolo è un omaggio ad una vecchia raccolta racconti di Francis Scott Fitzgerald All the Sad Young Men (“Tutti i giovani tristi”) e racconta il mondo intellettuale newyorkese durante gli anni dell’era Bush attraverso la storia di tre giovani Mark, Sam, Keith mentre fanno lavori precari, bevono birra, si innamorano, leggono molto (prevalentemente russi), parlano di politica, di riscaldamento globale, della questione palestinese e delle guerre americane per diffondere la democrazia.

Ma soprattutto – ed è una delle caratteristiche più apprezzate di Gessen – è un romanzo molto autoironico, e lo si capisce già dall’incipit: A New York, loro risparmiavano. Risparmiavano sul succo d’arancia, sul pane in cassetta, sul caffè. Sui film, le riviste, l’ingresso ai musei (il venerdì sera). Sui biglietti del treno, della metro, sull’appartamento fuori mano nel Queens. Era una sorta di principio, a cui non si derogava.

Tra le pagine del New York Review of Books, la scrittrice e critica Joyce Carol Oates lo ha definito “divertente e toccante”, aggiungendo “in questo romanzo d’esordio c’è molto di affascinante e accattivante”. Il New York Times Book Review, Andrew O’Hagan ha scritto: “Lo stile di Gessen è bonario, ma abbastanza articolato da creare personaggi con un incredibile dolcezza mentre viaggiano nel carnevale del loro stesso egoismo”.

Dopo dieci anni di ricerca e scrittura, Keith Gessen pubblica il suo secondo romanzo A Terrible Country (Un paese terribile. Traduzione di Katia Bagnoli. 2019, Einaudi editore) un ritratto divertente e approfondito della Russia del 2009 attraverso lo sguardo in prima persona di Andrei Kaplan, uno studioso universitario che torna a Mosca per occuparsi della nonna ottantenne che ha una demenza senile e non fa altro che ripetergli di andarsene via da «questo paese terribile». Il rapporto con la nonna rappresenta non solo un contrasto generazionale e ideologico ma genera anche una serie di divertenti episodi tra il comico e il grottesco (Dobbiamo bere il vino per festeggiare il tuo arrivo? – chiese la nonna. – Però non riesco ad aprire la bottiglia. Erano le sette del mattino.)

In un’intervista a New Yorker, l’autore ha dichiarato: “volevo raccontare Mosca con occhi diversi rispetto alle notizie americane sul regime sanguinoso sovietico”; la Russia non assomiglia affatto a quello che si pensa, è un’entità molto più complicata e amorfa, fatta di tante correnti, anche antagoniste.

Quello che appare davvero straordinaria è la profonda conoscenza di Keith Gessen sulla Russia, in tutte le sue sfumature. Alla rivista Hazlitt, l’autore ha dichiarato: sono nato in Russia e ci sono stato molte volte, ma non credevo di essere in grado di scrivere un romanzo su questo posto, quello che sapevo della Russia non mi bastava perché non la conoscevo nel suo complesso e nella sua quotidianità. Per il tipo di scrittore di narrativa che sono, ho bisogno di conoscere un posto davvero bene. Non mi sento sicuro di inventare cose a meno che non conosca davvero tutte le possibilità di come potrebbero andare. Così – oltre i viaggi in Russia – ho trascorso un anno nella Biblioteca pubblica di New York dove ordinavo qualsiasi libro su quella terra. Ho avuto alti e bassi, ma alla fine sono felice del risultato del libro.

Uno degli aspetti più interessanti delle storie di Keith Gessen è la sua capacità di costruire personaggi con qualcosa di estremamente raro nella moderna narrativa americana: la vulnerabilità maschile. I suoi protagonisti maschili sono fragili e autoironici e non lo nascondono.

I suoi romanzi sono amari eppure allo stesso tempo leggeri. Riescono a raccontare le dinamiche complesse newyorkesi o di un paese in profonda trasformazione come la Russia rimanendo essenzialmente romanzi di intrattenimento. Keith Gessen ha dimostrato come i salotti letterari newyorkesi, la povertà degli intellettuali, il comunismo e il neoliberalismo russo – argomenti spesso usati nella periferia del dibattito politico e letterario – posso essere espressi in modo chiaro, perfino divertente.

Oltre la scrittura, la Russia e le battaglie sociali, Keith Gessen ha anche un’altra passione: il suo quartiere. A Brooklyn c’è la casa dove vive con la moglie Emily Gould, c’è la Columbia University dove insegna e gli uffici della n+1. In un articolo per il New York Magazine racconta come la storia di Brooklyn sia una storia di insulti portati dall’acqua. Sono le acque nere e minacciose dell’East River che rendono diversa Brooklyn da Manhattan. L’autore ricorda come al quinto piano del Brooklyn Museum, la collezione permanente inizi con una stanza piena di dipinti ad acqua che riconoscono in ogni tratto la loro incapacità di catturare l’acqua sulla tela. “Eppure, fuori, all’ingresso del museo, una serie di getti d’acqua si alza fino a 18 metri nell’aria.” – scrive l’autore – “Vibrano mentre lo fanno e durante la loro discesa precipitano come ghiaccioli mentre brillanti luci bianche giocano su di loro dal basso. L’acqua dice thoomp! mentre lascia il terreno in forma compatta e poi, al ritorno, come pioggia schiaffeggia-schiaffeggia-schiaffeggia. I bambini lo adorano. Mentre a Manhattan i banchieri contano i loro soldi, la gente di Brooklyn addomestica l’acqua e la fa ballare.”

 

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