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Con “L’arminuta”, Donatella di Pietrantonio vince il premio Campiello e punta lo “Strega”

Storia di una donna che, con una valigia in mano, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana: ma le due non si sono mai viste prima

Donatella di Pietrantonio (facebook)

Avevamo lasciato le due sorelle protagoniste de L’arminuta (“la ritornata” in dialetto abruzzese), libro che è valso il premio Campiello a Donatella di Pietrantonio, a bagno nell’acqua del mare l’una di fronte all’altra. Sole, vicine, una immersa fino al petto e l’altra più piccola, Adriana, fino al collo. Adriana, descritta come un fiore improbabile cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia, insegna inconsapevolmente a quella sorella “ritornata” la resistenza.

Le ritroviamo qui, in Borgo Sud, pubblicato da Einaudi e candidato al Premio Strega, di nuovo l’una di fronte all’altra dopo tanti anni, in una notte che sta per finire. Adriana irrompe nella vita della sorella con un neonato in braccio, bussando alla porta come una fuggitiva. Inizia così un altro viaggio nella vita, nel cuore, nella mente e nel legame fra queste due sorelle così diverse eppure così uguali, nell’abbandono, nel dolore e in quell’amore mai avuto che poi non si sa più come restituire.

Nell’arminuta, che diventerà presto un film, a presentarsi alla porta con una valigia in mano era stata lei, la protagonista e voce narrante di entrambi i libri della Pietrantonio, una sorella estranea che aveva vissuto nel benessere e nell’amore di quella che aveva creduto fosse la sua famiglia, di quella che aveva creduto fosse sua madre. Poi l’abbandono e la verità.

Ma l’abbandono e la verità, scopre in quella casa buia, povera e ostile, sono stati gli stessi che ha vissuto Adriana, sola come lei pur essendo cresciuta nella sua vera famiglia, con genitori e fratelli. Con la piccola Adriana nascerà quella complicità che salverà entrambe. Una complicità che stentiamo a ritrovare in questo seguito di storia dove l’arminuta, attraverso salti temporali e flashback, ormai laureata e sposata ad un uomo ricco, bello ed elegante quanto irrisolto, fatica ad accogliere quella sorella rimasta indietro solo apparentemente, perché incolta, rude, ma con occhi attenti sul mondo, occhi capaci di penetrare la realtà più dei suoi, più di lei che scopriamo insegnante, in Francia, all’Università di Grenoble.

Università di Grenoble (wikimedia/Simdaperce)

Quello sguardo critico, acuminato, ancora una volta mostrerà alla sorella tutto quello che di sé e della sua vita non vuole conoscere, vedere, facendola tornare indietro a quel destino a cui non si può sfuggire, a quelle origini dalle quali entrambe hanno cercato inutilmente di allontanarsi. “Siamo state figlie di nessuna madre, siamo ancora come sempre due scappate di casa”.

Il ritornare rimane il tema centrale del libro, ritornare a se stessi, ritornare alla proprie radici, ritornare a quel dolore cieco e senza scopo che non sappiamo a chi offrire e che per questo nascondiamo sotto il tappeto come a volte si fa con la sporcizia. Non si può fuggire da nulla, mai e quando una telefonata nella notte le comunica che Adriana è in fin di vita, l’arminuta prende subito un treno e ritorna, ancora una volta. In quel viaggio ripercorre la storia della sorella e di quel borgo di pescatori che odora di pesce e la cui vita le ripulsa e la attrae allo stesso tempo.

Legate entrambe ad amori sfortunati, ad avere la peggio rimane Adriana, una donna che sa portare luce persino in una realtà fatta di degrado e violenza alla quale, ci sembra, sia stata di nuovo abbandonata. “Da ragazzine eravamo inseparabili, poi avevamo imparato a perderci, perché Adriana si credeva un angelo con la spada, ma era un angelo sbadato e feriva anche per sbaglio”.

Nonostante la storia ci riporti a Lila e Lenù della Ferrante, che ha dato il via ad un filone che sembra non voler finire, le due sorelle della Di Pietrantonio si distinguono e rimangono allo stesso modo indimenticabili ed inconfondibili, anche per quel non detto che la scrittrice sa esprimere e che viene fuori dalle pagine al pari di un urlo.

Sorelle (pixabay)

Donatella Di Pietrantonio con il suo linguaggio scarno, essenziale, senza mai cadere nel patetico, nell’enfasi del dramma, nella tragedia che pur accompagna la morte, la violenza, riesce ad esprimere quei sentimenti umani che tormentano molti di noi togliendo alla vita il piacere del miracolo dell’essere al mondo. Per questo chi scrive che la Di Pietrantonio ha una scrittura fredda, distaccata, che rimane in superficie, senza coinvolgere, emozionare, toccare l’emotività del lettore, non ha mai provato, forse, tutti quei sentimenti che la scrittrice esprime con dignitoso dolore.

Le pagine in cui racconta di come siamo incapaci di separarci davvero da chi amiamo, sia che questo sia vivo o morto, sono tra le più struggenti mai lette. Quelle in cui osserva e accudisce quella madre malata, che fino ai tredici anni le era sconosciuta, che era stata capace di regalarla come una cosa, vittima di ignoranza, povertà, e mancanze a sua volta, pur senza indulgere nei particolari, sono strazianti per il senso di abbandono che esprimono.

Il dolore muto del doversi generare da se stesse, che riprende un concetto espresso nel libro della Giacobini di cui abbiamo parlato di recente, ricostruirsi nell’orfanezza, rinascere a se stesse da se stesse senza tramite di uteri di dolore, si rivela qui più che altrove, in tutto il suo percorso di pulsante dolore impossibile da lasciarsi alle spalle in realtà. “Mi aveva data da crescere a un’altra donna eppure ero rimasta sua figlia, lo sarò per sempre. La nostra fedeltà è così immateriale”.

Madre e figlia (pixabay)

E così fino all’ultimo respiro lei accudisce quella madre che nonostante tutto non sente estranea, e capisce accompagnandola sulla tomba del figlio Vincenzo, per quello che lei interpreta come un appuntamento a breve, come anche quella madre amasse a suo modo, senza baci, carezze, slanci, e forse anche di più di quell’altra che ad un certo punto l’aveva abbandonata a sua volta per una nuova vita.

“Mia madre è sempre stata imprevedibile – scrive – aveva delle attenzioni inaspettate e poi tornava a chiudersi”. L’arminuta, sempre ritornata, sente come una rivelazione quanto sia stata più gelosa di quel fratello morto, sangue del suo sangue, piuttosto che di quello vivo per il quale era stata riportata a casa. Perché il ricordo è una forma di recriminazione dove spesso non c’è posto per il perdono.

Anche Borgo Sud lascia un finale aperto, con le due sorelle, Adriana ritornata alla vita dopo il coma, e la protagonista di cui non conosciamo il nome, ancora una di fronte all’altra immerse stavolta nella gioia silenziosa del ritrovarsi e nella promessa muta del non abbandonarsi più.

Forse i premi non sono poi così importanti e sicuramente non definiscono la bravura di uno scrittore, al punto che i più grandi li rifiutano e forse i premi non si vincono per un solo libro in realtà e se così è, la prosa di Donatella Di Pietrantonio merita ogni premio e riconoscimento perché non sembra bellezza, lo è, perché ferisce, colpisce, trafigge, coglie nel segno, impressiona, addolora, in una parola: Strega.

 

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