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Margot Sikabonyi: quando New York ti fa capire che la notorietà non è la tua normalità

Intervista con una delle attrici italiane più amate di sempre oggi racconta in un libro come è riuscita a riprendere il potere della sua vita attraverso il respiro

Margot Sikabonyi, attrice italiana, nota in italia per aver interpretato il personaggio di Maria Martini, nella fiction "Un medico in famiglia"

“Ho scelto il posto più lontano del mondo per scappare, una vera fuga in mezzo alla natura. Quelle isole sono state una cura molto profonda, sono vulcaniche e ti trasmettono una potenza incredibile, sentivo l’anima della terra"

Margot Sikabonyi, all’anagrafe Laura Marguerite Sikabonyi. Nasce a Roma da padre ungherese e madre canadese e comincia a recitare sin da piccolissima. Venti anni fa quando era intrappolata in Maria Martini, celebre e amato personaggio della serie un “Medico in famiglia”, il suo vero sé cerca di imporsi al successo e inizia così a tracciare quello che sarà il suo percorso di rinascita e scoperta. Oggi è una donna risolta: madre, attrice, insegnante di yoga, health coach che ha deciso di dedicarsi al benessere delle persone offrendo loro gli strumenti per una ripresa totale di potere di se stessi. Tutti dovrebbero avere una Margot nella propria vita e leggere il suo ultimo libro Respira! Alla ricerca della calma nel caos. L’abbiamo raggiunta nella sua casa a Milano e ci ha raccontato in un dialogo vero e autentico, proprio come è lei, quella che è stata la sua straordinaria crescita esistenziale. 

Con il tuo libro hai voluto condividere un pezzo della tua anima, il racconto del tuo percorso esistenziale, dopo dieci anni sei riuscita ad aprire il cassetto in cui avevi riposto il quaderno con i tuoi pensieri, come è stato ? 

“I miei traguardi vengono superati con tanta e veloce ansia” dal libro “Respira! Alla ricerca della calma nel caos”, di Margot Sikabonyi

“È stato bellissimo potermi concedere prima il pensiero di poterlo fare e questo mi ha emozionato tantissimo, poi quando ho ripreso in mano quelle pagine sono rimasta colpita di quanto fossi andata a fondo attraverso un modo di scrivere frammentato e ansioso e sopratutto di quanto sono evoluta. Da donna adesso leggo le parole di una ragazza, è stato forte leggere quelle pagine per questo ho deciso di trascriverle sotto forma di diario”. 

Scrivere per te è pulire tutto ciò che c’è dentro. Le parole quando si leggono fanno meno paura di quando si pensano, la scrittura è terapeutica?

“Assolutamente si. Scrivere per me è una pulizia dell’inconscio, quello che non ci concediamo nel pensiero razionale esce fuori facilmente con la scrittura. Credo molto nella scrittura a mano sulla carta, è un esercizio che consiglio di fare non appena svegli prima di parlare con il mondo e di mettere la nostra maschera sociale. È semplice: prendi una penna, un quaderno, butti su carta di getto tutto quello che c’è, senza giudizio, senza senso compiuto nelle frasi e dietro tutto quel caos ci sei te, la tua verità. La scrittura è un mezzo per canalizzare fuori e da voce a quella parte di noi che fatica a farsi ascoltare, è un auto-terapia”. 

Il palcoscenico della vita come quello del teatro spesso richiede di interpretare diversi personaggi, con il rischio di perdercisi, quello che richiede la disciplina dello yoga è solo respirare. Cosa accade in un atto così semplice? 

Margot Sikabony è insegnante di yoga. Nel suo account Instagram sono disponibili video che insegnano la pratica e svolge lezioni settimanali

“Mi piace moltissimo la semplicità dello yoga perché riesce sempre a rispondermi. Non appena mi presento sul tappetino dopo un pò che inizio a respirare nel corpo e a cambiare il respiro consapevolmente, la reazione è sempre stata allineamento, benessere, nuova consapevolezza, rinascita, ritrovarmi. Il respiro ci porta a essere artigiani del nostro corpo, con il nostro respiro troviamo la riconnessione. Un pò come un’espressione algebrica, fluida, semplice, chiara e le cose che avvengono in quell’atto sono sempre quelle giuste”. 

Hai iniziato a 15 anni e a 33 anni hai finito di essere protagonista della fiction “Un medico in famiglia”. Gran parte della tua adolescenza e crescita verso il mondo adulto lo hai vissuto recitando nel personaggio di Maria, che ha accompagnato anche le serate adolescenziali di tantissimi italiani. Lei è sicuramente parte di te, ma mentre tutti l’amavano ci sono stati momenti in cui non la sopportavi? 

“Si, Maria è nata e cresciuta con me e a un certo punto mi ha mangiato, tanto da non essere più io ma solo lei per tutta Italia. Tutto questo in una fase della vita come l’adolescenza dove si cerca la propria identità ed è stata una situazione schiacciante che mi ha portata a ribellarmi. Non mi sono ribellata ai miei genitori ma a Maria che mi diceva chi dovevo essere e alle persone che incontravo per strada rispondevo che non ero lei anche se ci assomigliavo. Per un periodo è stato cosi, ora è tutto diverso e le sono grata”. 

L’esplosione del successo è coincisa con la morte di tuo padre, il lutto richiede silenzio e tempo, il successo la folla e il clamore, come sei riuscita a vivere questa dicotomia ? 

“Io volevo stare da sola per leccare le mie ferite mentre il clamore mi spingeva in tutt’altra direzione. È stato traumatico ma trasformazionale, è stata la spinta che ha generato tutto il mio percorso che ha fondato il resto della mia vita. Devo tutto quello che sono adesso, il mio valore intrinseco a quel periodo lì molto intenso della mia vita. È stata la mia opportunità per trovarmi”. 

In una tua forte crisi esistenziale, dovuta al mondo dello spettacolo e al suo sistema finto che prende poco in considerazione quello che è l’essere umano ma piuttosto tutto ciò che gli ruota intorno, hai preso un aereo e sei andata alle Hawaii per diventare biologa marina. Spinta dalla consapevolezza che il successo non rende una persona più felice, qual’è stata la risposta vincente con cui sei tornata?

“Ho scelto il posto più lontano del mondo per scappare, una vera fuga in mezzo alla natura. Quelle isole sono state una cura molto profonda, sono vulcaniche e ti trasmettono una potenza incredibile, sentivo l’anima della terra. È stato un accudimento  del mio essere spirituale e mi ha insegnato l’interconnessione che abbiamo con madre terra, come non le siamo distaccati e come dobbiamo prenderci cura di lei. Gli hawaiani hanno forte il sentire della terra, quando escono dall’oceano non gli voltano mai le spalle ma indietreggiano guardandolo e rispettandolo profondamente. Lo ringraziano con preghiere e scuse. Sono tornata con tutto questo bagaglio e con il surf che amo profondamente.” 

“Perché è facile finire intrappolati in una vita che non è la nostra, in cui non ci sentiamo noi stessi” Margot Sikabonyi

Nel tuo libro racconti, di quando hai partecipato a una festa a New York e di come la tua emozione di partecipare alla vita del jet set americano si è spenta dopo che a nessuno delle persone presenti importava del tuo nome ma solo del che lavoro facevi. Tutti ti misuravano in base al successo, te li misuravi in base al vuoto e alla solitudine che ti suscitavano. Hai trasformato la notorietà in normalità, la lotta emotiva della fama e dell’attenzione pubblica l’hai nutrita di autenticità. Come ci sei riuscita?

“ Esatto, tutti volevano sapere quanto successo avevo, mi ricordo che giocai quella carta perché sentivo che mi veniva richiesto quello in quel momento e mi ritrovai con una folla di gente intorno incuriosita dall’attrice italiana. Per me allora divenne fondamentale essere il più normale possibile, e iniziai prendere i mezzi pubblici nonostante mi capitava di sentire persone che si sussurravano “non è lei, figurati se prende l’autobus”. Non mi sono mai voluta mettere su quell’olimpo perché  penso che il meccanismo sbagliato sia proprio questo, è un lavoro che ti alimenta l’ego che ti distacca dall’anima, da te stessa, dall’autenticità, dalla verità. Gli attori sono distaccati dal resto del mondo ma su quell’attico sono soli e tristi. L’artista va amato e rispettato ma non idealizzato, i veri eroi da nobilitare e verso cui aspirare sono altri”. 

Sei una donna che riveste e integra più ruoli familiari e professionali, mamma, moglie, attrice, figlia, health coach, insegnante di yoga, da ultimo studentessa di psicologia. Sei protagonista di un’avventura multitasking che richiede coraggio, hai sfidato e rotto il ruolo sociale imposto alle donne. Che libertà! Come ci si sente? 

“ Alle donne hanno tolto la magia, la loro essenza più profonda, sono state staccate dal loro piano potenziale. Io prima di riprendermi il mio ruolo di donna mi sono sentita molto in colpa, non me lo sono concessa perché ero mamma, i miei figli sono la mia priorità ma non perché me lo dice la società, allo stesso tempo posso essere anche tutte le altre donne che sono dentro, altrimenti mi mancano quei pezzi che mi nutrono e mi danno forza. C’è ancora l’incapacità da parte della società di riconoscere quello che siamo in tutte le nostre mille sfaccettature e di riconoscere il potere che siamo. Il potere della donna è il potere di cui il nostro pianeta ha bisogno per guarire”.

“Untamed” di Glennon Doyle, libro di memorie, tra i preferiti di Margot Sikabonyi

L’ultimo libro che hai letto Untamed di Glennon Doyle, negli Stati Uniti ha venduto due milioni di copie. In questo libro di memorie, la protagonista invita in maniera profonda, onesta, vera e di pancia a ricontattare la forza femminile che siamo, quella che è stata messa a tacere. Qual’è il tuo invito per vivere a pieno la straordinaria opportunità di essere donna ? 

“Iniziare a capire che siamo degli esseri molto complessi, circolari, mai lineari. Abbiamo tantissime sfaccettature anche paurose e imperfette. Noi siamo distruttrici e costruttrici. È vero che il mondo ci ha marginalizzato ma siamo le prime che si devono alzare e riconoscere nel proprio pieno potenziale di cosa vuol dire essere donna”. 

Chiudi gli occhi, respiri, ascolti i tuoi desideri e dove ti vedi tra cinque anni ? 

“Mi vedo su una spiaggia, felice con i miei figli, sempre più libera e coraggiosa. Mi vedo in un movimento di cambiamento ed evoluzione importante. Mi piacerebbe dire a capo di un movimento non perché voglio essere la leader ma solo per godermi lo spettacolo dalle prime file”. 

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