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Gratteri e Nicaso “Non chiamateli eroi”: la mafia “silente” peggio di quella che spara

Intervista con il procuratore calabrese e lo storico che in un nuovo libro scrivono ancora ai giovani, per evidenziare loro la cultura della legalità

La copertina del libro

In più di quattordici ritratti essenziali di chi si è ostinato a rimanere sé stesso davanti alla ferocia mafiosa, nel loro ultimo libro Non chiamateli eroi, Nicola Gratteri, procuratore presso Catanzaro, e Antonio Nicaso, professor universitario tra Canada e gli Stati Uniti, dimostrano ancora una volta come delle persone come noi, in certe situazioni, hanno fatto la cosa giusta. E che dunque possiamo farla anche noi.

Gli autori partono dall’esperienza mista delle inchieste e dei casi affrontati (Gratteri), come dagli studi e dalle analisi storiche e criminologiche (Nicaso). Questo prezioso patrimonio è la base del loro immenso contributo alla comprensione culturale del fenomeno. Con questo libro vogliono che i giovani conoscano chi è venuto prima di noi nella lotta culturale alle mafie e come abbiano affrontato e vissuto quei momenti nelle loro storie individuali.

Ma non confondete la confezione di questo libro, come letteratura per adolescenti, con la sua idoneità per tutti i lettori. Perché anche gli adulti altrettanto meno informati possono trarre beneficio. Cambia qui la quantità, non la qualità. Sono delle fiale di antidoto d’informazione. Sono brevi capitoli di tante storie istruttive e rinfrancanti per informare chi vive accanto a queste realtà, anche a sua insaputa. Specialmente se a sua insaputa.

Iniziamo con il Dottor Antonio Nicaso, d’origine calabrese, professor universitario in America del Nord, parlando del suo lavoro di contrasto alle mafie.

Antonio Nicaso

Dal suo punto di vista da osservatore attento all’evoluzione del fenomeno, quali saranno gli aspetti più sfidanti nel contrastare il fenomeno da oggi a 5 anni?

“Sicuramente la finanzia internazionale delle economie; la diffusione nella criptovaluta; l’aspetto, diciamo, digitale del fenomeno, sta andando verso un’internazionalizzazione su piattaforme informatiche. Per esempio, ci sono state inchieste che hanno messo in evidenza il coinvolgimento di organizzazioni criminali, soprattutto quelle dedite al narcotraffico, nella gestione del cosiddetto deep web, quindi di internet sommerso. La possibilità di utilizzare criptovaluta per acquistare cocaina, per riciclare denaro. Quello che vedo è sempre più un coinvolgimento nell’economia digitale e sommersa. Non mi sorprende questo. Una delle caratteristiche delle mafie è l’adattamento. Se noi pensiamo che sono nate nella prime metà del ‘800 e continuano ad essere forti nel 2021, questo dimostra che sono riusciti ad adeguarsi ai cambiamenti, alle nuove tecnologie, alla globalizzazione. Sono passati indenne attraverso il regime borbonico, lo stato liberale, il fascismo, la prima, la seconda, e la terza repubblica. Quindi la capacità di adattamento è sicuramente una caratteristica costitutiva delle mafie”.

Se la mafia si fa giacca & cravatta, come facciamo mostrare che rimane il bisogno essenziale di contrastarla?

“Ma le mafie sono tornate ad essere quello che sono sempre state. Le mafie hanno sempre avuto una grande caratteristica, quello legato alla capacità relazionale. Le mafie sparano quando devono sparare. Nella loro natura, c’è molto di più questo aspetto legato alla contrattazione, alla trama e al compromesso. Quindi non dobbiamo cadere nell’errore pensare che le mafie siano sempre state violente e poi, a un certo punto, hanno scoperto che la corruzione può far meglio della violenza e quindi hanno assunto un aspetto quasi silente che passa inosservato. Ecco, io penso che la norma sia allegato più alla mediazione, alla capacità di relazionarsi piuttosto che alla capacità di essere predatorio o quindi violento.

Negli ultimi tempi si sta assistendo a una strategia che è in linea con quello, a punto, delle radici, delle origini, che porta il mafioso ad essere più attento, a centellinare la violenza. Tanto è vero che la mia, e tanti altri organismi che analizzano il fenomeno, parlano sempre con più frequenza di “mafia silente”. È chiaro che è una mafia che passa sotto traccia, quindi non dà fastidio, non suscita clamore.  Purtroppo la reazione della gente è legata al clamore e questo è il grande rischio. L’idea che le mafie, se non sparano non esistono, e quindi se non esistono, non dobbiamo preoccuparci. Invece quando le mafie non sparano sono molto più pericolosi”.

Trovate solo riscontro positivo nei vostri convegni tenute alle scuole italiane oppure ancora vi sorprendete quanto alcuni studenti manifestano un’apertura verso questa eredità mafiosa, che siano aspiranti futuri partecipanti o vittime apatiche o indifferenti?

La reazione è positiva nel senso che noi vediamo tanti giovani interessati, che ci scrivono, che fanno domande, che vogliono che s’informano. Il problema fondamentalmente, che ci preoccupa poi, e quello che ricordava Pietro Aglieri (ex-boss mafioso, ndr) quando si parlava dei “Progetti sulla legalità”, durante una conversazione intercettata, disse: fateli fare, tanto quando questi giovani avranno bisogno di un posto di lavoro, verranno da noi.  Io penso sempre a questa riflessione di questo boss di Cosa nostra. Penso appunto a tutto quello che si fa nelle scuole; alla passione di tanti insegnanti che dedicano il loro tempo, il loro entusiasmo, nella cura dei giovani. E vedo tanti giovani interessati, che sono motivati, che vogliono crescere in un determinato modo. E molti ci riescono, nel senso che continuano gli studi, decidono poi di intraprendere una professione e si ricordano magari di quello che hanno vissuto a scuola dove c’è bisogno di testimonianza e non solo di nozioni e quindi di esempi di vite vissute.

Però poi, la stragrande maggioranza è costretta a fare i conti con un sistema che non ha la capacità di dare delle risposte, soprattutto ai giovani. Ed è questo quello che ci preoccupa. Nel senso che si riesce ad investire tempo, coraggio e passione civile nei giovani, ma poi questi giovani, quando finiscono l’università spesso sono costretti a emigrare, a lasciar le terre d’origine. Penso ai tanti ragazzi nel sud, con 42% di disoccupazione al sud. Questa naturalmente non aiuta a creare appunto questa consapevolezza, questa voglia di combattere. Insomma noi pensiamo alle mafie soltanto come un fenomeno criminale ma non come un fenomeno culturale e quindi ci sfuggono tante cose. Per esempio che, alla fine, per poter combattere la mafia, ci vuole anche un Anti-mafia dei diritti, non solo dei doveri. Ma questa Antimafia dei diritti fa fatica ad affermarsi perché quando io dicevo che bisogno affrancare la gente dal bisogno e dalla paura, ecco, già questo potrebbe veramente costituire una grande rivoluzione. Perché se noi ci attiviamo soltanto le forze dell’ordine e i magistrati e consideriamo il problema come fosse solo un problema dell’ordine pubblico, non lo risolveremo mai. C’è un aspetto culturale che va affrontato. Ma purtroppo non vedo la voglia di farlo”.

Si fa un ottimo humus ma poi, se le piante vanno altrove a radicarsi…

“Questa è la grande sfida. Le mafie sono un fenomeno fortemente radicato nella nostra società e noi abbiamo fatto …abbastanza… per comprenderle. Abbiamo fatti anche tanti sforzi per combatterle. Però non riusciamo a debellarle. Questo secondo me è l’aspetto che dovrebbe motivarci a cercare di capire dove abbiamo sbagliato. Che cosa non siamo riusciti a fare in questi 160 anni? È questo il punto di partenza, secondo me. Invece ci muoviamo in ranghi sciolti dove ognuno va da una parte, uno va da un’altra; uno vede destra, uno vede sinistra, e non ce una volontà politica di affrontare il problema.

Poi fuori dall’ambito nazionale, sul piano europeo, l’Europa è messa peggio. L’ultimo dato che l’Europol ha condiviso con tutti noi, è che si riesce soltanto a confiscare meno dell’1% dei beni illegalmente conseguiti.  Questo significa che si crea quello che gli inglesi definiscono the path of least resistance. Cioè le mafie vanno dove incontrano meno resistenze; vanno dove è più facile delinquere, dove ci sono paradisi normativi, paradisi fiscali. Vediamo il caso della Gran Bretagna che, con Brexit dove sono usciti dall’Europa, la prima mossa è stata quella di creare dieci porti franchi e quindi in qualche modo incoraggiare il mercato di trade internazionale, dicendo “Venite da noi perché incontrerete meno difficolta, ci saranno meno ispezioni, pagherete meno tasse…”. Potrebbe anche incentivare nuove ruote e nuove opportunità, come già si stanno registrando nell’ambito del riciclaggio di denaro, dove il City of London da tempo è diventata una delle ruote privilegiate per chi ha voglia di riciclare denaro. E sarà sempre così. Andranno sempre dove c’è più possibilità di delinquere”.

Particolarmente interessante è il vostro libro, L’inganno della mafia, sulla rappresentazione sbagliata del fenomeno mafioso nei mass-media e al cinema, mitizzandola in modo insensibile alla gravità della piaga. La gioventù è particolarmente suscettibile a questo tacito permesso/assenso che gli adulti danno, (in questo caso gli scrittori, produttori e tanti spettatori incantati) spacciando questa surrealtà per una visione romantica di una scelta di vita scellerata, come se fosse quotidiana.

Se lei fosse lo story-editor dell’ennesima sceneggiatura in lavorazione, quali poche indicazioni concise darebbe sull’impostazione iniziale della trama?

“Intanto eviterei il conflitto tra il male e il peggio in cui non c’è via di uscita. Cercherei di raccontare il territorio nella sua complessità e non soltanto nell’ambito della manifestazione di fenomeni criminali. È chiaro che questo è un aspetto importante. Poi farei vedere ogni tanti anche i danni che causa la criminalità organizzata al territorio; far vedere anche le vittime del fenomeno e non soltanto il successo, il lusso, le stravaganze. Poi cercherei di far capire fondamentalmente la complessità del fenomeno che è legato appunto a una grande capacità relazionale in linea di poter contare su professionisti, su politici, su imprenditori. Far capire che stiamo parlando di un sistema criminale integrato e non di una subcultura ai margini della società”.

Le automobili sventrate in seguito all’esplosione alla strage di Capaci (23 maggio 1992)

Recentemente PIF ha evidenziato: Noi siciliani non abbiamo mai negato l’esistenza della mafia, ma abbiamo negato la sua pericolosità. Questa passiva accettazione, che rende anche complice, ha portata all’immensa crescita del fenomeno negli anni. Indifferenza + tempo + opportunità e siamo quasi al punto del non ritorno come società, italiana o mondiale che sia. I suoi pensieri al riguardo?

“Io parto da una prospettiva che in qualche modo caratterizza il mio impegno anche didattico, che è quello della decostruzione del mito. Secondo me, se non cominciamo a decostruire la mafia e i mafiosi, continueremo a fare fatica a combatterli. Decostruire il mito dell’uomo d’onore significa in qualche modo spiegare che le mafie sono fenomeni di classe dirigente e sono diventate quello che sono grazie alla legittimazione di cui hanno godute e, come dice lei, della lunga e colpevole sottovalutazione. Per tantissimo tempo si è creduto all’esistenza del mafioso e non della mafia.  La mafia veniva considerata quasi un tratto dei siciliani; si è finito per quasi accettarla, come se fosse un male minore, come se fosse qualcosa con cui convivere e questo naturalmente ha portato i mafiosi a diventare quello che oggi sono.

Se non ci fosse stata la legittimazione da parte della classe dirigente, le mafie non sarebbero diventate mafie, sarebbero rimasti criminalità organizzata. La differenza tra la criminalità organizzata e l’associazione mafiosa sta propria nella capacita di quest’ultima di fare sistema e questa condiziona la politica, la economia; permette di entrare nei rapporti di contiguità o collusione con uomini che gestiscono il potere. Non è mai stata dalla parte dei deboli contro i forti e dalla parte dei poveri contro i ricchi. È mitologia! Sono i miti fondativi della mafia. Ma la realtà è diversa”.

Ora è il Dottor Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, a rispondere:

Il Procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri parla ai giornalisti subito dopo l’operazione anti ‘Ndrangheta “Rinascita Scott” (Immagine da youtube)

Con il periodo di possibile interruzione del COVID a parte, negli ultimi 12 mesi di lavoro c’è stato un momento degno di un ricordo particolarmente vivo nel suo lavoro?

“Durante la prima fase della pandemia, il distretto di Catanzaro si è distinto per produttività e per smaltimento dei fascicoli arretrati. È stato uno dei pochi con segno positivo in tutta Italia. Ovviamente, ne sono orgoglioso. Ma non avevo dubbi, i magistrati della Procura di Catanzaro non sono solo preparati, ma anche determinati a fare un ottimo lavoro”.

Nella sua lunga lotta contro l’Ndrangheta, ha percepito più in generale un cambiamento tra le nuove generazioni nei confronti dell’omertà e della connivenza?

“Spesso, quando andiamo a parlare nelle scuole, incontriamo giovani preparati, ma anche vogliosi di conoscere, di capire, di scegliere da che parte stare. I giovani hanno bisogno di esempi, non di prediche. Hanno voglia di combattere. Questo loro entusiasmo andrebbe assecondato con un maggiore impegno, soprattutto al Sud, sul piano occupazione. Dovrebbero poter trovare un di lavoro nella terra in cui sono nati e cresciuti, senza dover partire, come hanno fatto in tanti dalle regioni del Sud.

Ci sono anche i giovani condizionati dall’ambiente sociale e familiare che non hanno alcuna voglia di cambiare. Da quando vado nelle scuole, ho sempre cercato di spiegare ai giovani la non convenienza a delinquere. Ho evitato le prediche”.

Il concetto della musica blues sta nel sapere che “Ora stiamo messi veramente male. Ma domani sarà migliore”. Ha un blues personale che le permette di farcela?    

“Sono realista e affronto la realtà con determinazione. Sono sempre convinto che sia possibile cambiare le cose che non vanno. Basta volerlo. Ognuno deve fare la sua parte, senza pensare che tutto sia inutile”.

La copertina del libro

Non chiamateli eroi

Autori: Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

Editore: Mondadori, 2021

 

 

 

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