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I sessant’anni di Obama e il lungo e faticoso cammino verso una terra promessa

L'ex presidente degli Stati Uniti nel suo "long seller" “A Promised Land: Una terra promessa” ci indica la sua filosofia del potere passato ma anche del futuro

Illustrazione di David Wagner/Public Domain Picture

Il 4 agosto ha compiuto sessant’anni Barack Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti. Primo afro-americano eletto per due volte consecutive alla massima carica di governo della più grande potenza del mondo.

In occasione di questa ricorrenza, proponiamo qualche riflessione sulla attualità del messaggio sociale e politico del suo mandato, affidandoci alle memorie del primo quadriennio in carica e da lui riassunte nel volume A Promised Land: Una terra promessa edito lo scorso gennaio in Italia da Garzanti, e negli States da Crown Publishing Group.

Successo mondiale da oltre 3’400’000 copie, A Promised Land: Una terra promessa ha inaugurato la categoria degli intramontabili campioni di vendita, i long-sellers, e si conferma come testo fondamentale per interpretare le dinamiche di una realtà politica che ancora oggi affonda le sue radici in un passato tutt’altro che remoto.

Perché, diversamente dal trascorrere del tempo, la evoluzione dei rapporti politico-economici oltre che sociali, non avviene in modo lineare.

Può affrontare soste, deviazioni, ritardi, inversioni di percorso, ma infine torna a riprendere il suo cammino.

Come è nel destino della vita o, ce ne rendiamo conto ora, seguendo la logica delle necessità.

Ecco quindi che la biografia di Obama riassume alcune delle tematiche contemporanee la cui soluzione rimane ancora in cerca di autore.

Ricordiamone alcune, le principali.

La emergenza climatica. La presenza degli USA nelle principali aree di crisi ed il dialogo con le superpotenze economico-politiche dell’Est Europa, in Asia, Africa, Medio Oriente.

La emergenza migratoria: il quadriennio Trump la ha affrontata con una politica dei blocchi contrapposti, dimenticando invece che una riforma delle società parte dal basso, dal dialogo e dal consenso fra classi e regimi, affinché poi tutta la gerarchia civile, anche ai livelli superiori, anche internazionali, possa reggersi su una base stabile, condivisa e dunque finalmente propositiva.

La copertina dell’edizione italiana del libro di Barack Obama

Di questi argomenti nella sua biografia Barack Obama riferisce in modo chiaro, introducendoci ad una duplice interpretazione della realtà: condividere la solitudine di un capo di stato, ma anche giustificarci dinamiche di governo cui noi cittadini siamo teoricamente estranei, ma che nella pratica influenzano la nostra quotidiana esistenza.

“Era come se – commenta l’ex-presidente-  ad un determinato livello, in un certo qual modo la gente avesse preso possesso della mia immagine, facendone un serbatoio capace di contenere milioni di sogni diversi”.

Le osservazioni di Obama chiariscono anche le asprezze del dibattito politico statunitense, oltre che internazionale, specie quando ricordano che i meccanismi ideologici possono variare geografia, attori ed antagonisti, ma alla base si sviluppano ovunque secondo le medesime dinamiche.

“A volte”, osserva l’ex-inquilino della Casa Bianca, “rifletto sulla eterna questione del peso che hanno nella storia le caratteristiche particolari dei singoli leader. Se quelli di noi che arrivano al potere non siano altro che canali in cui scorrono le correnti dei tempi oppure se siamo almeno in parte gli autori del nostro futuro. Se le nostre insicurezze e le nostre speranze hanno la stessa forza delle tendenze socio-economiche”.

Dalla teoria alla pratica, dal dire al fare, Obama inoltre aggiunge riflessioni che dopo le recenti problematiche sanitarie, oggi scopriamo ispirare la resilienza, la riscoperta dei nostri obiettivi morali ed economici contemporanei, ovvero il recupero politico di una democrazia come forza motrice, socialmente aggregante, da non fraintendere come “una concessione dall’alto o una spartizione del bottino, quanto, al contrario, una conquista ottenuta con il concorso di tutti”, e che non deve scadere in “un semplice cambiamento nelle condizioni materiali”, ma concretizzarsi in “ un senso di dignità per le persone e le comunità, un legame tra quanti prima sembravano distanti”.

Abbiamo lasciato per ultimo, e non per caso, di commentare la principale delle emergenze che la presidenza Obama dovette risolvere ad inizio mandato: la crisi economica conseguente al crollo nel 2006-2008 dei mutui ipotecari americani, antenata e progenitrice del futuro economico prossimo venturo che fra breve erediteremo dopo la pandemia.

Per risollevare la emergenza finanziaria, ricorda Obama, il gruppo di lavoro convocato alla Casa Bianca organizzò una serie di provvedimenti ai tempi denominata Recovery Act, la cui filosofia oggi sembra ispirare non solo il futuro di noi cittadini ma anche le iniziative dei governanti del nostro continente: nei principi, nei termini e, lo speriamo, anche nei risultati.

Dopo avere convertito in legge il Recovery Act”, osserva Obama, “la sensazione più forte che provai non fu di trionfo, ma di profondo sollievo”.

Tuttavia, continua l’ex-presidente, il Recovery Act era solo parte di quanto in effetti “avevamo bisogno per fare ripartire la economia. Confidavo nel fatto che potessimo applicare questo provvedimento in maniera efficace. I sondaggi indicavano che avevo ancora un elevato consenso generale. Il problema era che bisognava comunque fare altre cose importanti per porre fine alla crisi, ed erano tutte mosse urgenti, controverse e di difficile attuazione.

Era come se, una volta scalata la parete di una montagna imponente, mi trovassi a guardare vette ancora più ardue, mentre mi rendevo conto di essermi slogato una caviglia, di avere consumato metà delle provviste, e che stava arrivando il brutto tempo.

Non condivisi queste sensazioni con nessuno della mia squadra: erano già tutti stressati per conto loro.

Mi dissi: fattene una ragione, allacciati le stringhe, dimezza le razioni.

Ma continua a camminare”.

A proposito di...

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