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Giulio Perrone racconta “America che non torna più”

Nel suo ultimo libro l'autore analizza il rapporto tra un padre e un figlio di cui tutto viene disapprovato, compresi i sogni non affiancati dal sacrificio

Giulio Perrone

In un momento di faticosa e pallida ripresa dell’editoria, a seguito della crisi pandemica, ci sono in Italia alcune realtà virtuose che non solo appaiono in buona salute, ma registrano un rinnovato fermento culturale sulla scorta dell’entusiasmo e della passione per il proprio lavoro. È il caso della casa editrice indipendente Giulio Perrone Editore, fondata a Roma nel marzo del 2005 da Giulio Perrone e Mariacarmela Leto, destinata a lasciare un segno nel panorama letterario del Paese. Grazie a un’incessante attività di scouting, in seno alla collana Hine sono sbocciati numerosi talenti che, dopo aver ricevuto ampi consensi di pubblico e di critica, hanno continuato la loro carriera di scrittori con grandi case editrici. Basti citare Chiara Valerio, Giorgio Nisini, Paolo Di Paolo, Gabriele Santoni, Ilaria Rossetti (vincitrice del Campiello Giovani 2007), Giuseppe Aloe, Chiara Marchelli, Paola Cereda (semifinalisti rispettivamente al Premio Strega 2012, 2017 e 2019). Recente acquisizione nello staff della GPE è Giulia Caminito, Premio Campiello 2021, in qualità di editor della narrativa italiana. La scrittrice dirigerà inoltre, insieme a Nadia Terranova e Viola Lo Moro, una nuova collana che debutterà a ottobre e che, prendendo il nome da un libro di Anna Banti, Mosche d’oro, ospiterà biografie di grandi donne affidate alla penna di scrittrici contemporanee. Giulio Perrone racconta a La Voce di New York la sua esperienza di editore di successo e di scrittore, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “America non torna più” (HarperCollins).

La copertina del libro “America non torna più”

Partiamo dal suo ultimo libro. Il tema è il rapporto conflittuale fra padre e figlio, fra aspettative deluse, desideri di affermazione individuale e sensi di colpa filiali. Cosa ha scoperto di sé indagando il rapporto con suo padre attraverso la letteratura?

“Ho scoperto che in fondo non esiste una vera fine a questo confronto perché anche ora che mio padre non c’è più da vent’anni mi interrogo su quello che direbbe, su quello che farebbe se fosse qui. Il vero problema è non poter più trovare un contraddittorio, un confronto vivo che mi permetta di non rimanere solo davanti allo specchio a interrogarmi sul passato”.

Recentemente ha presentato il suo libro in presenza, pur con mascherine e distanziamento, e ha in programma un tour di presentazioni. Com’è stato il ritorno al contatto diretto col pubblico dopo tanto tempo passato dietro uno schermo?

 “Fondamentale. Io lavoro moltissimo con la tecnologia che ha reso sopportabile questo anno e mezzo, ma penso che i libri abbiano bisogno del confronto umano, come di essere stampati su carta. Il libro è qualcosa di carnale, vivo e ha bisogno di passione, di emozioni. Internet, i computer, i telefonini sono involucri funzionali ma vuoti”.

Nel 2005 ha fondato, insieme a Mariacarmela Leto, la casa editrice indipendente che porta il suo nome. Quali sono gli obiettivi e i punti cardine del suo progetto editoriale?

“Indagare la contemporaneità attraverso i luoghi e gli spazi, i temi e le storie che ci raccontano quello che siamo e quello che forse saremo. Oltre a questo la ricerca del talento che permette di dare spazio a nuovi autori che possano arricchire il panorama letterario magari con uno stile nuovo e inconsueto”.

Con la pandemia, l’editoria ha vissuto una grave crisi. Quali strategie sono state adottate dalla Giulio Perrone Editore per rimanere salda sul mercato editoriale?

Giulio Perrone

“La riapertura delle librerie ad aprile dell’anno scorso è stata la vera vittoria che ha permesso a tutto il nostro mondo di ripartire. Per quanto ci riguarda eravamo già in una fase di sviluppo di nuovi progetti e abbiamo deciso, compatti, che li avremmo realizzati comunque. Con più fatica magari, ma con rinnovato entusiasmo che è stato colto anche da molti autori come Nadia Terranova e Giulia Caminito, che insieme a Viola Lo Moro tra poco dirigeranno una nuova collana di cui si parlerà in anteprima al Salone del Libro di Torino”.

Con la sospensione delle presentazioni al pubblico delle proposte editoriali e la mancata partecipazione a saloni e festival del libro dovute al Covid-19, l’editoria ha trasferito nel web le sue attività promozionali. Pensa che questa risorsa rimarrà nel tempo?

“Penso che sarà molto utile per la formazione perché oggettivamente permette a tutti di accedere in qualsiasi momento a corsi e laboratori, ma per quello che riguarda il resto spero si torni quanto prima solo a eventi in presenza. Magari anche trasmessi in streaming per chi non può esserci, ma con un pubblico in sala”.

Nel 2021 lo scenario è più roseo rispetto a quello dell’anno precedente. Si registra un incrementodel 2,4% rispetto al 2019, soprattutto grazie all’acquisto online di libri, e-book e audiolibri. Pensa che arriveremo a scordarci la carta in favore del digitale?

“Penso e spero di no. Il digitale è un supporto utile, ma il libro resta un parallelepipedo di carta. Se si vuole capire cosa significhi fare libri bisogna visitare una tipografia e vedere come si stampano, come si tagliano, come si rilegano. Personalmente in un mondo solo digitale non so se continuerei a fare l’editore”.

La Giulio Perrone Editore ha avuto, sin dalla sua nascita, un parterre di collaboratori di prestigio. Basti citare Giulia Caminito che ha recentemente vinto il premio Campiello con “L’acqua del lago non è mai dolce”. Oltre all’orgoglio e al prestigio, si attribuisce anche un po’ di merito per saper fiutare il talento?

Il logo della casa editrice “Giulio Persone Editore”

“Abbiamo avuto negli anni la fortuna di lavorare con persone fantastiche come Giulia che ha appena iniziato, ma anche come Paolo Di Paolo, Nadia Terranova o Giorgio Ghiotti. Scrittori e intellettuali che hanno sposato il nostro progetto perché sentivano di aver trovato una casa dove potersi esprimere. Penso sia stato sempre uno scambio reciproco in cui abbiamo imparato qualcosa da loro e loro hanno imparato qualcosa da noi e dagli altri collaboratori che sono il cuore del progetto”.

Un successo recente della casa editrice, in termini di vendite e di critica, è stato il romanzo Transito di Aixa De la Cruz. Del resto, l’interesse per tutta la produzione della sua casa editrice da parte dei principali quotidiani italiani è crescente. È il momento di porsi obiettivi più alti?

“Aixa è stata una rivelazione da ogni punto di vista, anche come persona quando abbiamo avuto la possibilità di conoscerla. Transito è un libro importante perché intercetta una linea narrativa nuova che in Europa è molto diffusa tra le giovani generazioni di scrittori ma in Italia ancora poco. Crediamo che tradurla e portarla qui sia stato importante anche per questo. Ora incrociamo le dita per la cinquina al Premio Strega Europeo appena ottenuta e ci prepariamo anche a pubblicare nel 2022 un altro suo romanzo. Sicuramente uno degli obiettivi delle prossime stagioni editoriali sarà di aumentare la nostra proposta internazionale”.

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