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Valeria Luiselli, l’autrice latina che da New York racconta il viaggio e l’immigrazione

Nelle mani della scrittrice messicana il romanzo torna a essere nuovo: elettrico, flessibile, seducente e originale

Valeria Luiselli nell'Illustrazione di Pia Taccone

Ellis Island Immigration Museum, oggi. Valeria Luiselli sposta una ciocca di capelli neri e sottili dietro l’orecchio sinistro e osserva il World Migration Globe, una sfera di un metro e mezzo al centro del museo alimentata da due proiettori HD che mostra duecentomila anni di migrazione umana, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo.

Il mappamondo gigante ruota e l’autrice individua la Corea del Sud dove ha trascorso la sua infanzia, l’India dove ha studiato e il Sud Africa dove ha vissuto quando il padre ha aperto la prima ambasciata messicana durante l’apartheid. Poi vede il Messico, dove è nata. I proiettori allargano l’immagine di New York e individua il Bronx, dove vive.

Lei è un’immigrata, ma un’immigrata fortunata.

Lo sa bene perché ha fatto volontariato come traduttrice per bambini migranti nei tribunali statunitensi, aiutandoli con il questionario di richiesta di asilo e recuperando materiale per raccontare agli avvocati la loro storia di fuga dalle violenze dai paesi latini.

La scrittrice messicana ha deciso di aiutare questi bambini quando si rese conto di come il linguaggio usato per descriverli – clandestini, alieni – li abbia così efficacemente disumanizzati. “Perché nessuno li chiama rifugiati, o anche solo bambini?” racconta al The NewYork Time. “È tutto molto opprimente e doloroso” ricorda al The Guardian  “Per un po’ sono stata incapace di tradurlo sulla pagina. Mi sembrava immorale scriverne in un romanzo ma nello stesso tempo mi sentivo frustrata perché non facevo nulla per aiutarli oltre i tribunali. Pensavo di aver smesso di scrivere invece ho creato Tell Me How It Ends (Dimmi come va a finire, trad. di Monica Pareschi, La Nuova Frontiera) un saggio sui problemi che ho incontrato. Poi, una volta fatto, ho sentito la libertà di tornare al romanzo ed è nato Lost Children Archive”

Lost Children Archive (Archivio dei bambini perduti, trad. di Tommaso Pincio, La Nuova Frontiera,) ha vinto il Rathbones Folio Prize 2020,  International Dublin Literary Award e il premio Fernanda Pivano (Qui il linkdella premiazione). È stato, inoltre, selezionato per il Booker Prize 2019 e il Women’s Prize for Fiction 2019.

Il romanzo inizia con un viaggio, ma non di un migrante immaginario bensì di una coppia sposata infelicemente. La narratrice e suo marito erano entrambi genitori single quando si sono incontrati mentre lavoravano a un progetto che catalogava i suoni di New York. Poi, dopo aver lavorato insieme per qualche mese, ci innamorammo – in modo totale, irrazionale, prevedibile e precipitoso, come una roccia potrebbe innamorarsi di un uccello, senza sapere chi era la roccia e chi l’uccello – e quando arrivò l’estate, decidemmo di andare a vivere insieme.

Suo marito pianifica un nuovo progetto, recarsi nella patria degli Apache in Arizona, lei decide di seguirlo. Durante il viaggio registra i suoni al confine e cerca le figlie scomparse di un amico, due giovanissime sorelle guatemalteche che hanno attraversato il confine con il numero di telefono della loro madre a Long Island cucito sui colletti dei loro vestiti. (Sono apparse anche in Tell Me How It Ends)

Lost Children Archive è una rivisitazione del romanzo on the road americano, con una sostanziale differenza: in questa versione non c’è fuga dalla vita domestica ma il viaggio di quattro persone è stato intrapreso proprio per l’opposto, per salvare un matrimonio.

I bambini sono descritti in modo superbo, la figlia di cinque anni della narratrice e il figlio di dieci anni di suo marito appaiono percettivi, reali e meravigliosamente curiosi e intuitivi. “Immagina la prima persona che abbia mai munto una mucca“, si chiede il ragazzo ad alta voce, a nessuno in particolare. “Che persona strana“.

Il romanzo trabocca di ritagli di giornale e istantanee, storie degli Apache e del Kudzu, frammenti della poesia di Anne Carson, Galway Kinnell e Augusto Monterroso e termina con ventiquattro polaroid. Non è un semplice libro ma un archivio di curiosità, aneddoti e riflessioni di una nuova, fragile, fratturata famiglia, animata dall’energia inquieta della narratrice mentre riflette sul un modo per raccontare la storia dei bambini rifugiati e su come il linguaggio può essere usato come mezzo di violenza e ma anche di ammenda.

“Di ​​solito, mentre scrivo un libro, raccolgo molte cose materiali come ritagli di giornale, foto e appunti – racconta l’autrice al Guernica Magazine – ma con Lost Children Archive, il processo di raccolta è andato fuori controllo. Ho sette scatole in cui ho ricreato l’archivio della famiglia nel libro, perché volevo averlo materialmente presente. Ho anche creato l’archivio fotografico per questo: le immagini del romanzo erano foto che ho scattato in viaggio negli Stati Uniti alcuni anni fa. Ma poi ho fatto altri viaggi e ho fotografato ai fini del romanzo. Non stavo usando le foto per illustrare qualcosa: la finzione guidava la documentazione, come una procedura inversa”.

Nella seconda parte del romanzo, Valeria Luiselli ha fatto qualcosa di audace e innovativo: ha cambiato sia la sua messa a fuoco che il suo narratore. I due bambini scappano ed è il più grande che inizia a narrare la storia. Mamma avrebbe cominciato a pensare a noi come pensava a loro, i bambini perduti. Sempre e con tutto il cuore. E papà avrebbe concentrato l’attenzione sulla ricerca dei nostri echi, invece di tutti gli altri echi che stava inseguendo”. In questo modo, Valeria Luiselli mette il dolore e l’angoscia della scomparsa di un figlio in primo piano, incorporando la sofferenza dei genitori dei piccoli immigrati in quella della protagonista.

Lost Children Archive è il primo romanzo di Valeria Luiselli scritto in inglese. Prima ha sempre usato lo spagnolo, nel 2011 ha pubblicato Los ingrávidos (Volti nella folla, trad. di Elisa Tramontin, La Nuova Frontiera,) un insieme di saggi in cui esplora i temi del movimento, del viaggio, della transizione che vanno dalla tomba di Joseph Brodsky, alla bicicletta, agli spazi vuoti di Città del Messico. Nel 2012 Papeles Falsos (Carte false, trad. di Elisa Tramontin, La Nuova Frontiera) è il racconto frammentato di una giovane donna che, mentre scrive del marito e ai figli, crea traduzioni apocrife di poesie ed estratti da un racconto autobiografico del (vero) poeta messicano Gilberto Owen (1904-1952).

Nel 2013 pubblica La historia de mis dientes (La storia dei miei denti, trad. di Elisa Tramontin, La Nuova Frontiera) che racconta la storia di Gustavo “Highway” Sánchez Sánchez, un banditore d’asta che sostiene di vendere i denti di autori e personaggi storici, e usa i soldi per acquistare i presunti denti di Marilyn Monroe per sostituire ai propri.

Poco prima di Lost Children Archive, Valeria Luiselli scrive Tell Me How It Ends, il saggio ricostruisce sia il lavoro dell’autrice al mondo dei tribunali per l’immigrazione (incluse il racconto di molti dei tanti bambini richiedenti asilo) sia il viaggio in auto della sua famiglia attraverso il sud degli Stati Uniti. Come latinoamericani, attirano domande da parte dei poliziotti, uno dei quali osserva ironicamente: Quindi vieni fin qui per l’ispirazione?.  Valeria Luiselli ricorda che dal 2006, circa 120.000 migranti sono scomparsi durante il loro transito attraverso il Messico e che tra aprile 2014 e agosto 2015, più di 102.000 minori non accompagnati sono stati detenuti al confine statunitense.

Valeria Luiselli continua a guardare il mappamondo gigante all’ Ellis Island Immigration Museum. Si domanda a quale parte del mondo appartiene. Vive a New York ma non è americana, né per nascita (è nata in Messico), né per origine (ha lontane origini italiane) né per educazione (ha studiato in India e Messico), né, in misura significativa, nelle sue influenze letterarie e nel suo stile. Potrebbe essere messicana, ma sono più di undici anni che non vive più in quella nazione. Gli viene in mente il prossimo libro, un saggio sulla violenza contro le donne nelle terre di confine: l’idea è quella di registrare molte storie dall’estrazione mineraria al lavoro forzato, alle fabbriche e ai processi di industrializzazione, alla tecnologia di sorveglianza e alla deportazione. Forse la sua unica patria è la scrittura. Come affermò in un’intervista a Repubblica, “Credo nella forza morale della parola scritta. E mi piace indagare in quella zona di confine tra realtà e fantasia, tra disperazione e speranza”.

 

 

 

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