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Il glottodidatta Balboni: “Un bambino bilingue? Lo è anche con il dialetto”

Intervista al professor Paolo Balboni sul concetto di bilinguismo, e su come funziona nei bambini

Il glottodidatta Paolo Balboni.

Un bambino che parla italiano e dialetto può considerarsi bilingue? Perché in Italia per tanto tempo questo genere di bilinguismo è stato guardato con sospetto? E ancora, l'apprendimento di una lingua può disturbare l'apprendimento dell'altra? Abbiamo posto queste e altre domande ancora al glottologo Paolo Balboni. Ecco come ci ha risposto

Un bambino bilingue è anche colui che parla italiano e dialetto oppure possiamo definire tale solo chi parla due lingue distinte come l’inglese e italiano? Dal punto di vista linguistico e cognitivo non c’è nessuna differenza tra l’uso di due forme o sistemi linguistiche, esiste invece un atteggiamento politico-sociale che riconosce una lingua più parlata come prestigiosa in paragone a un’altra minoritaria e/o meno usata. È ovvio che l’atteggiamento delle famiglie, delle scuole e della comunità nei confronti del bilinguismo spesso influenza la lingua minoritaria regionale o di immigrazione, e anche i bambini si rendono conto se una lingua viene considerata ed apprezzata oppure no. Di questo tema ce ne parla Paolo Balboni, il famoso glottodidatta e professore ordinario di Didattica delle lingue all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente Balboni è anche il dirigente di un gruppo di ricercatori che collaborano con il Centro di Ricerca sulla Didattica delle Lingue. P. Balboni ha scritto numerosi libri di didattica, e molti insegnanti di lingue si sono preparati con i suoi manuali. Balboni ha anche scritto e manuali sul bilinguismo. Due di questi sono: Dizionario di glottodidattica, ed Educazione Bilingue, entrambi pubblicati nel 1999 da Guerra Edizioni.

Negli anni Novanta, nel Trentino, la Federazione delle Scuole Materne decise di impostare un progetto di educazione bilingue italiano/ladino, affidandone la direzione scientifica al glottodidatta veneziano Paolo E. Balboni, che puntò come fine del progetto il processo e la creazione di una “personalità bilingue”; si tratta di un sistema basato su tre poli: “io di fronte a me stesso”; “io e i vari tu con cui ho relazioni personali”; “io e la comunità (sincronica e diacronica) di cui sono parte”. Oognuna di queste relazione influenza le altre due. Lo studio, pubblicato nel 1999 in un volume curato da Balboni, raccoglie nella prima parte di esso una serie di interventi che delineano la cornice concettuale dell’educazione bilingue e include i nomi di partecipanti e studiosi (fino al 2005 progettato con vita autonoma e gestito dalle persone formate negli anni Novanta), introducendo anche saggi di alcune personalità che parteciparono alla formazione degli insegnanti.

Per esempio, i primi saggi sono di Marcel Danesi e di Jim Cummins, due dei maggiori esperti mondiali di educazione bilingue. Il primo introduce il tema dell’educazione bilingue distinguendo tra miti e realtà, il secondo presenta lo stato dell’arte delle ricerche e delle teorie sull’educazione bilingue. Seguono due saggi di carattere psicolinguistico. Uno di Renzo Titone che affronta il problema dell’età dell’acquisizione di una seconda lingua, mentre Remo Job, affronta il problema secondo una prospettiva funzionale. Infine Cosimo Scaglioso, delinea le coordinate pedagogico-antropologiche dell’educazione bilingue. La seconda parte del volume offre analisi critiche di alcune situazioni bilingui in contesto europeo. Nella seconda edizione è stato aggiunto un corposo saggio in cui Carmel M. Coonan traccia un quadro dell’educazione linguistica in Europa.

Il volume presenta offre anche tutti gli strumenti operativi, dal curricolo alle schede di valutazione, e riporta i risultati del primo triennio di sperimentazione. Tra i dati più interessanti c’è la smentita di una delle regole più diffuse, “una persona una lingua” (cioè l’idea che un docente deva parlare solo una lingua): non solo questo modello non funziona operativamente (vengono presentati altri modelli organizzativi più efficaci), ma è controproducente in quanto vuole educare al bilinguismo presentando modelli di insegnanti monolingui. Rileggendo questi manuali ho deciso di fare alcune domande al Professore sul bilinguismo e queste sono le sue risposte:

Professore che cos’è il bilinguismo? Possiamo definirlo un frutto positivo dell’incrocio non solo di due lingue ma anche due culture?
“Le lingue non esistono in sé, da sole, se non come precipitato di una cultura, strumento di perpetuazione ed evoluzione di una cultura. Quindi bilinguismo significa anche biculturalismo, in un approccio comunicativo”.

L’Italia, grazie ai diversi sistemi linguistici chiamati dialetti, è un paese storicamente multilingue e una società multietnica. Possiamo definire gli italiani bilingui?
“Gli italiani che capiscono il dialetto (magari non lo parlano) sono bilingui, senza alcun dubbio”.

Perché nella maggior parte del territorio italiano il bilinguismo è circondato da credenze negative e convinzioni infondate, o visto come una cosa pericolosa per lo sviluppo mentale del bambino?
“È tutta l’Europa che lo pensa, da Napoleone in poi. Il bilinguismo italiano/dialetto è stato visto come una minaccia all’Italia Unita, è stato violentemente attaccato. Quello con le lingue straniere, sopra una certa età è percepito come inutile, non come pericoloso, perché l’Italia era provinciale. Dai 30-40 in giù, nessuno ne ha paura, molti lo cercano, alcuni se ne disinteressano perché non gli serve”.

Ci sono delle situazioni, o dei casi, in cui l’apprendimento di una lingua possa disturbare l’apprendimento di un’altra?
“No, se non transitoriamente e occasionalmente”.

Esporre un bambino piccolo a più idiomi nello stesso periodo di tempo che conseguenze può avere sullo sviluppo cognitivo?
“Aiuta lo sviluppo cognitivo, le capacità di problem solving, lo sviluppo dell’intelligenza relazionale, fina dal primo giorno di vita si può farlo con vantaggio per il bambino; all’’inizio può generare qualche confusione, che si risolve spontaneamente o con il tempo, specialmente in una logica one parent one language”.

Il bilinguismo è sempre una ricchezza nella vita del bambino oppure ha un limite di età affinché non si crea un inciampo nello sviluppo del linguaggio e per l’evoluzione cognitiva del bambino?
“Tutte credenze infondate; le prove del contrario hanno ormai 50 anni, sono note e stranote a chi vuole; chi segue i suoi pregiudizi, non studia le prove e quindi continua a dire sciocchezze”.

Professore, nonostante gli studi scientifici sul beneficio di parlare due o più lingue permangono molte perplessità in riguardo al bilinguismo, come mai?
“Per paura; per il principio ‘la volpe e l’uva; per ignoranza e mancanza di studio; allo stesso modo per cui ci sono i movimenti anti-vaccinazioni, quelli anti-gay, gli ‘anti-‘ in servizio permanente. Non capiscono, non sanno, quindi dicono no”.

Professore, il cervello del bambino non traduce. Eppure io noto molti studenti di seconda media e terza media che traducono anche se io dico loro di non farlo.  Secondo lei perché alcuni studenti sentono il bisogno di tradurre per capire?
“Sono stati così abituati dalla scuola. È possibile, se non capisco, chiedere una parola o un’espressione, ma poi non la si traduce più se la scuola non insegna a farlo”.

I genitori che parlano solo una lingua, come per esempio l’inglese negli USA, in che modo possono aiutare i figli?
“Prendendo una baby sitter o una compagna di gioco straniera due tre volte la settimana; cercando con le altre famiglie un ‘asilo’ familiare in cui, poniamo, dalle 4 alle 6 ogni giorno si gioca in 4-5 bambini con una guida straniera”. 

 

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