Cerca

Lingua ItalianaLingua Italiana

Commenti: Vai ai commenti

La Treccani ammette le ragioni del “qual’è” apostrofato

L’informatore aveva chiesto un parere sullo spinoso argomento e gli esperti del noto vocabolario hanno risposto

L’informatore non demorde. La sua piccola crociata personale per un italiano più moderno ha già prodotto alcuni importanti risultati. Afferma l'informatore: "l’unico argomento contro il “qual’è” apostrofato è una regola prescrittiva pasticciata e oramai superata dall’evoluzione della lingua, una regola che chi è cosciente della situazione ha tutto il diritto di superare senza che alcuno gli possa dire alcunché."

Nota dell’autore: questo articolo è un resoconto sull’evoluzione della discussione sul “qual’è” apostrofato iniziata l’estate scorsa con quest’altro articolo.

 

Chi sta sui social sicuramente sarà incappato varie volte nelle “notizie” del portale Lercio.it.

Si tratta di notizie dichiaratamente farlocche, ma con un lato paradossale così abnorme da strappare sonore risate anche a chi si trovi a scorrere sbadatamente quei lunghi newsfeed a cui siamo abituati nell’era del web.

La premiata ditta di Lercio.it produce gustosissime bufale.

Nel 2013 gli autori “lerciani” avevano preso di mira il “qual’è” apostrofato sull’onda di una polemica di lunga data, condendola con una punta di irriverenza verso gli accademici della Crusca.

La simpatica bufala era questa:

L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”.

Dal canto suo l’Accademia decise di stare simpaticamente al gioco, prendendo al balzo l’assist di un utente Twitter che aveva chiesto ad essa lumi in proposito.

In uno scambio epistolare “twittato”, l’accademia rispose che no, non era cambiato nulla.

 

MatteoV @Libertos 11 Oct 2013

“@lercionotizie: L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”” @AccademiaCrusca confermate?

 

Accademia della Crusca @AccademiaCrusca 11 Oct 2013

@Libertos @lercionotizie no. Cfr. http://bit.ly/XIfJnI

Tutto molto divertente, insomma.

 

Questo scambio è stato riportato alla mia attenzione varie volte negli ultimi due mesi, dopo la pubblicazione dell’articolo sullo stesso argomento. Il messaggio di accompagnamento era semplice:

“Luca, scrivi ‘qual’è’ come diamine ti pare e lasciaci in pace!”

Il problema è che, dopo averlo scritto come mi pareva, molti di quelli che avevano superato con successo anche le sole scuole elementari ancora si sentivano autorizzati a riprendermi per l’apostrofo, cosa che proprio non mi andava giù.

Per questo motivo, oltre che alla Crusca, mi ero rivolto direttamente alla Treccani, invitandoli a concedere al “qual’è” apostrofato la dignità che esso merita sul loro vocabolario.

A inizio ottobre la Treccani mi ha onorato di una lunga risposta:

Qualche tempo fa Roberto Saviano rivendicò la scelta a favore di qual’è con apostrofo ed elisione, sulla scorta di illustri attestazioni letterarie novecentesche, citate anche dal nostro lettore nell’interessante articolo di cui fornisce il link ponendo la questione sulla legittimità di qual’è accanto al normativizzato qual è. Il nostro lettore, persona colta e intelligente, aderisce a quella scelta, che potrà senz’altro difendere con alcune buone ragioni di fronte ad obiezioni esterne.

Intanto noi ribadiremmo una necessità, rivolgendoci ai giovani in età scolare: fino a quando, eventualmente, non verrà sdoganata come legittima la forma qual’è, voi continuate a scrivere qual è. Tanto più che a scuola la regola in questione è di quelle ritenute dirimenti per valutare la maggiore o minore padronanza delle norme ortografiche: norme, occorre dirlo, in sé e per sé sopravvalutate, ma senz’altro importanti in primo luogo perché, al di là della loro convenzionalità talvolta imperfetta, spesso sono il primo segnale di un disagio che riguarda livelli ben più profondi della lingua; in secondo luogo, perché il comune sentimento del pudore linguistico sente e sanziona come una forte offesa un apostrofo o un accento messo male.

Ciò detto non ci sentiamo di aggiungere nulla alle considerazioni svolte in merito dall’Accademia della Crusca, citate dal nostro lettore: la Crusca non ha il compito di prescrivere e dettare regole, in fatto di lingua; né tantomeno la Treccani o il singolo dizionario di lingua italiana. Possiamo capire che a qualcuno dispiaccia il fatto che si ammetta o non ammetta un uso fondando come criterio anche quello del grado di condivisione dell’uso stesso da parte della comunità [d]i parlanti e scriventi, ma è così che funziona (sottolineiamo, comunque, quell’anche). E l’uso scritto, per ora, non è così forte o autorevole da spingere in direzione dell’accoglimento della forma elisa con apostrofo.

In breve, sintetizzando molto, quelli della Treccani hanno risposto questo:

Passani dice cose giuste e tecnicamente ha anche ragione, ma, se siete studenti, state attenti, perché nel sistema scolastico italiano su queste cose i professori vi sanzioneranno prontamente per riportarvi al rispetto dell’ortodossia grammaticale, con concreto rischio di abbassamento dei voti. Osserviamo anche che l’uso del “qual’è ” apostrofato, più spesso che no, è indice di asineria. Usarlo significa giocare col fuoco. Inoltre, fintanto che l’adozione della versione apostrofata non sarà fatta propria da un numero maggiore di scriventi, la regola la lasciamo così.

Che dire? Alla fine, pensandoci bene, si tratta di un passo in avanti significativo. La Treccani ammette le mie buone ragioni nel sostenere la causa del “qual’è”. Non è poco.

Nei miei sogni più sfrenati avevo sperato in una presa di posizione di maggior discontinuità col passato, dato che nel merito la ragione sta dalla parte del “qual’è” apostrofato, ma per oggi non mi lamento. E non lo faccio per molti, e molto buoni, motivi.

Perché non mi lamento 

Intanto non mi lamento perché una risposta della Treccani non era dovuta. Giusto ringraziare gli esperti italianisti del noto dizionario per avermi cortesemente risposto.

Non mi lamento perché questa è la conferma che non sono pazzo. Il “qual’è” apostrofato è assolutamente logico e naturale, checché ne dicano la Crusca, i vocabolari e la folta schiera di Napalm51 pronti a trollare chiunque sul web.  

Non mi lamento perché il parere della Treccani ha tutto l’aspetto di un lasciapassare rilasciato a me personalmente per usare il “qual’è” apostrofato. E non è poco. È un po’ l’equivalente della “notizia” di Lercio.it del 2013 fatta realtà (senza il vaffa, ovviamente).
Quel lasciapassare sarà esibito a tutti quelli che obbietteranno al mio uso del “qual’è” in futuro.

Un asinello che non conosce le regole della grammatica e della sintassi italiane

Non mi lamento perché, dopo alcune settimane di osservazione puntuale, non ho problemi ad ammettere che la Treccani sollevi un’obbiezione corretta: un buon numero di quelli che usano il “qual’è” apostrofato su internet non sono dei novelli Serianni che rivendicano la possibilità di usare uno stile moderno, tutt’altro. Assai spesso si tratta di soggetti a bassa scolarizzazione che si avventurano a scrivere sui social senza l’equipaggiamento minimo necessario. (Certo è che, quand’anche salvati momentaneamente dall’insidia del “qual’è” apostrofato, gli asinelli appaiono inesorabilmente destinati ad inciampare nei molti altri tranelli che il lessico e la sintassi italiani porranno sul loro cammino.)

E infine, non mi lamento perché essere insigniti del titolo di “colto e intelligente” dalla Treccani equivale a un piccolo premio Nobel, e io, scusatemi, ma non sono Bob Dylan: il premio lo ritiro!

Bob Dylan che nel 2017 ha cincischiato prima di accettare il premio Nobel per la Letteratura  (source: Alberto Cabello)

Reso alla Treccani l’omaggio che merita, rimane la domanda su cosa fare ora per porre fine all’assurda discriminazione del “qual’è” apostrofato nei vocabolari.

Siamo in una Catch 22

In questo momento il “qual’è” si trova nella situazione paradossale che gli anglosassoni chiamano “Catch 22”: non si può indicare il “qual’è” apostrofato come corretto perché non è abbastanza usato, ma, al tempo stesso, non lo si può usare perché indicato come errato da molti vocabolari (pena la pubblica gogna e l’esecrazione!)

Siamo in presenza quindi di un circolo vizioso senza apparente via di uscita. Come uscirne?

Partiamo mettendo un paletto fermo:  “qual’è” è correttissimo.

Come ha riconosciuto (o, almeno, è andata molto vicino a riconoscere) anche la Treccani, “qual’è” ha solide ragioni di essere, che spiego di seguito.

A chi obietta che il qual’è apostrofato sia sbagliato si può porre la seguente domanda:

“Secondo lei, ‘quale è ‘ (senza cioé apocope né elisione) è un’espressione corretta in italiano oppure no?”

La reazione non può che essere una tra sì, no e “non so/non rispondo”. Per curiosità ho posto questa domanda online su di un gruppo di discussione di lingua italiana e le percentuali delle diverse risposte sono illustrate nell’infografica qui sotto.

Ecco come hanno risposto alla domanda sulla correttezza di “quale è” alcuni su Facebook.

Mettiamo da parte quelli che non sanno o non vogliono rispondere alla domanda, osservando solo come molti si sentano leoni nel giudicare gli altri al riparo della regoletta, ma poi quegli stessi diventino pavidi agnellini se messi a confronto direttamente con una domanda semplicissima.

Parliamo invece di chi considera “quale è” sbagliato, forti della convinzione che il “quale” vada sempre apocopato (troncato) in “qual” davanti a vocale o davanti al verbo essere.

Personalmente trovo che chi ha risposto così sia il più coerente tra quelli che si oppongono al “qual’è”, dal momento che invocano una regola forte da cui logicamente si può derivare la necessità del “qual è” non apostrofato: “quale” davanti a “è”,  “era” o ad una quasiasi parola che inizi con vocale per loro semplicemente non esiste. Il troncamento entra in azione prima e quindi non c’è un “quale” da elidere.

Il problema di questa posizione è che la parola “qual” è desueta e non è più in grado di sostituire “quale” nell’italiano contemporaneo. Per un esempio pratico che porti questo in evidenza, immaginiamo la scena di un ipotetico racconto.

L’ispettore Callaghan interroga un criminale a muso duro, chiedendogli di identificare il suo complice da un album di foto segnaletiche.

“Qual è il tuo compare?” chiese Callaghan con voce forte e vibrante.

Non vedendo alcuna reazione, si avvicinò, sbatté i pugni sul tavolo e scandì le due parole urlando:

“QUAL – È ?”

Qui si vede immediatamente l’effetto comico involontario che deriverebbe dall’impossibilità di usare il “quale”. Il povero Callaghan costretto ad un linguaggio aulico e ottocentesco che farebbe ridere il lettore!

Ispettore Callaghan: un tipo duro che non direbbe mai “qual” durante un interrogatorio (source YouTube).

Al di là di alcune espressioni fatte, “quale” è la parola che utilizziamo modernamente, da sola o seguita da altre parole, incluse tutte le forme del verbo essere. L’esempio che ho fatto non inventa niente, ma porta solo in evidenza un fatto innegabile della lingua italiana contemporanea: si pensa e si dice “quale” anche davanti a “è” o “era” (o a qualsiasi altra parola che inizi con vocale).

Non a caso l’espressione  “quale è” è usata dappertutto, inclusi il sito della Treccani stesso e quello dell’Accademia della Crusca.

Veniamo quindi alla posizione di chi considera “quale è” corretto pur dichiarandosi contrario al “qual’è” apostrofato.

Se “quale è” è corretto, diventa molto difficile sostenere che “qual’è” non lo sia. L’elisione infatti è una regola generale dell’italiano che si può applicare senza chiedere l’autorizzazione né della Crusca né del vocabolario. Affermare che “quale è” è corretto ma “qual’è” non lo sia significa dare per scontata una regola che certifichi l’impossibilità di praticare l’elisione in un singolo caso tra tutti quelli possibili nella nostra lingua.

Ma c’è di più. Se tale elisione è proibita nel caso di “quale”, non ci sarebbe nessun motivo per non applicare la stessa regola al plurale “quali” e scrivere anche “qual erano” senza apostrofo. Non sarebbe coerente sostenere che “quale” non si può elidere in quanto portatore di eccezione, ma si possa elidere “quali”.

Se la grammatica dice che “quale” non si può elidere, perché tale regola dovrebbe valere solo per il singolare? Sarebbe una scelta arbitraria e senza nessuna logicità. Non a caso alcuni vocabolari, evidentemente con problemi di coscienza, non dicono che “quale” va troncato in “qual”, ma semplicemente che può essere troncato in “qual” (il che significa che può anche non esserlo, il che si porta dietro la correttezza di “qual’è” apostrofato).

Dizionario Garzanti: l’aggettivo “quale” che può subire troncamento (e quindi anche no).

Una regola prescrittiva pasticciata da superare

Tutto considerato, l’unico argomento contro il “qual’è” apostrofato è una regola prescrittiva pasticciata e oramai superata dall’evoluzione della lingua, una regola che chi è cosciente della situazione ha tutto il diritto di superare senza che alcuno gli possa dire alcunché.

Stando così le cose, l’unico modo per cambiare la regola è invitare tutti i professionisti della parola scritta che hanno trovato questi argomenti persuasivi ad adottare la grafia apostrofata come faccio io.

In questo modo sbloccheremo insieme il circolo vizioso che crea un ostacolo a chi intende adottare un italiano adeguato e moderno.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter