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L’inno di Mameli nella lingua dei segni: quando la scuola insegna l’inclusione

Si tratta della conclusione di un progetto scolastico durato un anno nella Scuola Paritaria Rossello di Roma

I bimbi della Scuola Paritaria Rossello.

Cosa hanno raccolto i ragazzi da questa esperienza? "Sicuramente il rispetto per chi è diverso. Adesso nella scuola italiana sempre più bambini hanno difficoltà quindi il diverso viene visto in maniera negativa, in questo modo è stato il valore aggiunto quindi avere in classe il bambino sordo, il bambino autistico: hanno imparato a rispettarli. Il diverso anni fa veniva sempre visto  in maniera negativa, veniva esiliato invece adesso è completamente integrato, anzi adesso la parola ‘integrato’ è stata superata dai pedagogisti e viene definito ‘incluso’.  Vengono inclusi nell’ambiente scolastico a 360°", ci dice la professoressa Gentile

Bambini e bambine della Scuola Paritaria Rossello di Roma hanno cantato l’inno di Mameli nel linguaggio dei segni a conclusione di un progetto scolastico durato un anno, che li ha visti impegnati anche in progetti sportivi e attività dal forte impatto culturale che li ha fatti avvicinare allo sport Olimpico e Paraolimpico, come il calcio da seduti, la pallavolo. Attività sportive che hanno permesso ai ragazzi di vedere con i propri occhi il mondo da una prospettiva nuova e capire quanto sia importante il rispetto e il diritto per tutti di essere felici, allegri e potersi divertire facendo sport, stando insieme e formando un gruppo, giocando e non essere discriminati dai bulli. Un grandissimo esempio di riscoperta che incentra i propri valori nella condivisione, nell’altruismo e nella lealtà.

“Abbiamo portato avanti gli sport paralimpici quindi il tema dell’inclusione, della diversità e abbiamo voluto omaggiare la comunità dei sordi con l’Inno d’Italia segnato e non cantato con la lingua appunto dei segni” ci ha spiegato la Prof. di Educazione Fisica Chiara Gentili, che ha organizzato l’evento e ha tenuto a specificare che “I ragazzi sono stati molto interessati a questo. Anche perché per loro il linguaggio dei segni alla fine è come se fossero delle coreografie perché poi quando si segnano ci si muove quindi per loro è stata una cosa molto divertente imparare il linguaggio dei segni”. Lo sport deve essere un momento di svago, una condivisione di interessi che si rafforza con la semplicità di un sorriso e la consapevolezza che il giorno dopo tutto ricomincia. Talvolta però non è così e l’altruismo d’insieme viene spazzato via dal vil denaro e dalla competizione che trasformano lo sport un’attività piena di piccole e grandi forme di illegalità, scorrettezze e turbolenze di acque non troppo nitide che increspano la superficie e rendono irraggiungibile il cuore. “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel possedere altri occhi, vedere l’universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia d’altri: di osservare il centinaio di universi che ciascuno di loro osserva, che ciascuno di loro è” diceva Proust. “Con altri insegnanti hanno affrontato il tema della disabilità sotto altri punti di vista, con me in palestra abbiamo sperimentato gli sport paralimpici per esempio il calcio per i non vedenti loro lo facevano da bendati con la palla sonora; nel calcio paralimpico c’è questa palla che suona perché loro non vedendo devono sentirla e percepirla”, ha spiegato la Prof. Gentili, che ha aggiunto: “È fondamentale per lo stile di vita, per fare gruppo, socializzare, cooperare insieme, arrivare ad un obiettivo comune unendo le forze perché tanto orma siamo una società individualista e fare squadra sta scomparendo a cominciare da noi adulti”.

Professoressa Gentile, come hanno reagito i genitori all’iniziativa?

“I genitori sono stati contentissimi di questo progetto quindi l’anno prossimo sicuramente lo porteremo avanti. Quest’anno purtroppo non siamo riusciti a far venire dall’esterno la federazione italiana sordi, la federazione italiana paralimpica proprio per entrare in contatto con i ragazzi. Quello era lo step successivo, portare i nostri ragazzi a contatto con i ragazzi disabili perchè i nostri si sono solo immedesimati per esempio nel calcio da seduti, nel calcio per amputati, quindi loro dovevano ricordarsi di non avere le gambe. Noi siamo a Roma, siamo vicini al Foro Italico, viene chiamata ‘la città dello sport’, la Federazione italiana paralimpica sta vicino a noi e l’anno prossimo assolutamente i ragazzi dovranno andare lì”.

Che cosa hanno raccolto i ragazzi da questa esperienza?

“Sicuramente il rispetto per chi è diverso. Adesso nella scuola italiana sempre più bambini hanno difficoltà quindi il diverso viene visto in maniera negativa, in questo modo è stato il valore aggiunto quindi avere in classe il bambino sordo, il bambino autistico: hanno imparato a rispettarli. Il diverso anni fa veniva sempre visto  in maniera negativa, veniva esiliato invece adesso è completamente integrato, anzi adesso la parola ‘integrato’ è stata superata dai pedagogisti e viene definito ‘incluso’.  Vengono inclusi nell’ambiente scolastico a 360°”. 

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