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Scheggia n. 2: una piccola barca a vela per ricordarmi il mio viaggio

Il secondo di un ciclo di 46 racconti brevi, "Schegge", capaci di catturare l'attenzione del lettore e validi strumenti per lo studio dell'italiano

Foto di Soorelis da Pixabay

Oggi mi ha regalato una medaglietta attaccata ad una catenina d’oro.

È una piccola barca a vela. È d’oro smaltato, la vela è bianca e la barca è colore del mare.

Questa volta non ho pianto, ho sorriso e l’ho ringraziata. Poi ci siamo abbracciate ed è stato bello.

Lei si chiama Vera, abitiamo insieme da quasi un anno.
Io mi chiamo Asha, ho undici anni e sono viva.
Ho imparato la sua lingua, ho imparato a scrivere e a leggere nella sua lingua. Ho
imparato a mangiare i suoi cibi e anche a vestirmi come i bambini che abitano in questo Paese.

Questo non è il mio Paese.
Lei non è la mia mamma.
Io so perché mi ha regalato la piccola barca in oro smaltato.
Non vuole che io dimentichi il mio viaggio, ma vuole che io impari a guardare
avanti.
Lei mi dice sempre che la nostra vita è come un libro, bisogna imparare a girare le
pagine e continuare a leggere.
Nel libro della nostra vita ci sono tante storie e lei mi ha insegnato che i nostri
ricordi sono le storie passate.
Sono storie che abbiamo letto e che conosciamo già.
Io mi ricordo il mare, è acqua salata e non si deve bere.
Io mi ricordo Iru, è rimasto tutta la notte accanto a noi, sembrava che dormisse e
nessuno si è accorto che era morto.
Io mi ricordo mio fratello, è caduto in acqua ed è scomparso perché non sapeva
nuotare.
Io mi ricordo mia madre. Mi teneva stretta. Mi copriva e sentivo forte l’odore della
sua pelle. Mi accarezzava e piangeva in silenzio, pregava, mi parlava a voce bassissima. Io mi ricordo mia madre.

Adesso so dire che è morta.
Io sono sua figlia. Io sono Asha e sono viva.
Lo dice sempre Vera “Sei viva e devi andare avanti. Non ti sei arresa prima e non
devi arrenderti mai”.
Ha ragione, non sapevo nuotare e sono rimasta attaccata al gommone anche se era
buio e avevo paura.
Non ho pianto, ho resistito.
Le mie mani hanno resistito fino a quando qualcuno mi ha preso e mi ha portato su
una grande nave.
Ho resistito fino a quando mi hanno avvolta in una coperta, fino a quando mi hanno
dato da bere e da mangiare.
Poi non ho resistito più. Mi sono stretta a chi mi stava portando altrove e ho pianto.

Ho pianto e ancora ho pianto. Poi è stato il buio, come quando ero in acqua e sentivo freddo e i miei denti erano così serrati che per un attimo ho pensato che non avrei più aperto la bocca.

Quando mi sono svegliata c’era una donna accanto a me, parlava un’altra lingua e non capivo, poi ha chiamato un uomo e lui ha parlato la mia lingua.

“Asha, mi chiamo Asha. E mamma? Dov’è mia madre?”
Lui ha parlato con la donna nella lingua che non capivo. Io li ho guardati e ho capito. Mamma non c’è più, sono sola.
Adesso non ho più nessuno. Il mare ha preso il mio fratellino.
L’hanno trovato dopo qualche giorno sulla spiaggia.
Era morto.
Mia madre mi ha legato al gommone con il suo velo.
Ma lei se n’è andata con le onde.
L’ha trovata un pescatore e l’ha portata a terra.
Io non l’ho vista. Qualcuno ha detto che c’erano due bambini con lei. Poi mi hanno
chiesto con chi avevo viaggiato. Ma io lo sapevo già che mamma non era riuscita a restare attaccata al gommone.

L’avevo vista mentre il mare le copriva i capelli e lei piano piano andava giù.

Non l’ho chiamata. Mi aveva detto di tenere la bocca chiusa e di non bere l’acqua del mare.

Mi aveva detto di tenermi stretta al gommone e di non lasciare quella corda. Lei la corda l’ha lasciata.

Questa casa è proprio piccola, somiglia a casa mia. Nel mio Paese molte case sono state distrutte dalla guerra. La nostra però era ancora in piedi. Quando siamo scappati dalla città siamo andati in campagna, poi siamo ritornati a casa e l’abbiamo trovata ancora lì.

Io non ho pianto, dovevo pensare a mio fratello, lui aveva fame e piangeva, allora gli ho raccontato una storia. Ma anche io volevo piangere.

Adesso sono in questo Paese da più di due anni.
Qui ho trovato chi mi vuole bene.
Ho trovato una donna che mi vuole bene e mi abbraccia come faceva mia madre. Mi ha spiegato che io sono stata affidata a lei e che lei sarà con me come una
mamma.
Mi ha insegnato a scrivere e a leggere nella sua lingua, e mi ha insegnato anche a
disegnare.
Io disegnavo sempre una barca e il mare.
Disegnavo sul vetro della finestra quando lei cucinava e i vetri erano appannati. Allora mi ha comprato un album e i colori.
Mi ha raccontato che quando mi hanno portato sulla nave sono stata visitata per
sapere se stavo bene.
Mi ha spiegato che la signora che mi ha parlato e mi ha fatto disegnare quello che
ricordavo era una dottoressa speciale e che comunque io sono una bambina forte perché anche se avevo capito tutto non ho pianto e mi sono comportata da bambina forte e in gamba.

Ecco perché oggi mi ha regalato un ciondolo, una barchetta a vela.

Il gommone non ha vele, ma lei dice che la vela serve perché il vento dell’amore ci porta sempre dove si sta bene.

Io al mio Paese stavo bene.
Con mia madre stavo bene, anche con mio fratello stavo bene.

Anche se c’era la guerra io stavo bene.

Vera mi ha raccontato della guerra nel mio Paese, allora penso che mia madre è stata brava. La guerra è brutta perché ha preso mio padre. È brutta perché ha distrutto la mia casa. È brutta anche se adesso sono qui e come dice Vera “adesso sei viva, non devi più avere paura”.

Io ho ancora paura qualche volta, ma non della guerra, ho paura del buio e del mare. Allora Vera mi abbraccia e con dolcezza mi apre le mani, non ho più bisogno di tenere stretta la corda. So che sono ancora viva.

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