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Arriva con una corona, non è quella di un re eppure comanda ormai sulle nostre vite

Pensieri scritti durante la quarantena da coronavirus, quando la casa che era sinonimo di nido d’amore può diventare prigione, nido di violenza e di morte

2020: l'anno in cui l'umanità è stata colpita dalla pandemia Covid-19 (Immagine by Geralt)

È arrivato così, attraversando terre, deserti, montagne.

Oltrepassando i confini dettati dagli uomini. Oltrepassando gli oceani.

Sarebbe invisibile se non riuscisse a penetrare nel nostro corpo, perché è lì che lo vediamo, è lì che si manifesta.

Tosse, poi febbre, in ultimo difficoltà respiratorie, l’intubazione e poi, per alcuni, la morte.

Allora l’ordine è stato di restare in casa, limitare le uscite, parlare con gli altri a un metro di distanza.

All’inizio sono caduti gli anziani e primi tra essi coloro che avevano già altre patologie.

Poi è stata la volta di chi, nonostante l’età avanzata, aveva ancora una salute di ferro.

Piano piano si sono ammalati anche i sessantenni, i cinquantenni, qualche giovane.

Alcuni sono guariti, ma non gli anziani, loro no, nessuno di loro ha attraversato indenne il male incoronato. Non è una corona di Stato, né una corona imperiale, questo male indossa una corona globale. In quanto re del globo lo sta attraversando tutto, da nord a sud e da est a ovest, senza risparmiare nessuno, né per il colore della pelle né per il conto in banca, senza risparmiare nemmeno coloro che una corona sulla testa l’hanno già da tempo per via delle terre conquistate con le armi, grazie al sangue versato da chi, con o senza corona sul capo, è stato disposto a dare la propria vita in cambio di una vittoria.

I primi sintomi della malattia si manifestano con una tosse secca e continua, quasi il corpo volesse fin da subito buttar fuori l’intruso, ma quella tosse è il sintomo che l’intruso si sta già facendo strada attraverso le vie aeree, penetrando nei bronchi e poi nei polmoni e cercando infine un luogo sicuro in cui proliferare indisturbato. Il corpo continua la lotta per scacciarlo, la temperatura corporea sale, le difese accorrono in massa, ma purtroppo esse mancano delle armi adatte e ad una ad una sopperiscono tutte lasciando il corpo, inerme e inerte sul letto, senza più ossigeno.

Molti hanno fatto rifornimenti di cibo quando hanno capito che anche fare la spesa poteva essere un pericolo; in fondo siamo animali sociali e in ogni caso gli indisciplinati esistono sempre, per cui in coda fuori dai supermercati, o dentro, per pagare alle casse, c’è sempre qualcuno che cerca di comunicare con chi gli sta un metro avanti o un metro dietro, qualcuno che forse a casa è solo, qualcuno che cerca fuori casa una voce, un altro umano con cui scambiare due parole, qualcuno che necessita di una presenza fisica vicina, così importante quando c’è un pericolo che coinvolge tutta una popolazione. Una vicinanza che simuli un abbraccio; comunque, da parte di qualcuno, c’è sempre il tentativo di accorciare la distanza imposta dal governo.

Il clima si è intimorito a tal punto che l’inverno dimentico di manifestarsi nei suoi mesi ha deciso di arrivare adesso, con la primavera appena entrata.

È proprio inverno e non è la pioggerellina di marzo, questa pioggia che riempie l’aria di un rumore assordante, questa pioggia non picchia argentina, dura giornate intere e scende giù da un cielo grigio che di tratti azzurri primaverili non ha nessuna parvenza.

Siamo nel 2020 e la tecnologia ci consente di comunicare attraverso il telefono e tutti gli altri sistemi inventati e messi a disposizione in questi ultimi venti anni, non ultime le video chiamate e, per i politici o alcuni lavoratori, le video conferenze.

Tutto a debita distanza, dietro gli schermi. Nel giro di tre mesi o poco più abbiamo cambiato usi e costumi, in tutto il mondo.

L’ottuagenario è solo, convivente o non con una coetanea, moglie o compagna, solo, con i figli lontani o nella stessa città, ma impossibilitati a lasciare la propria casa per trasferirsi lì, dove egli vive solo, senza più la possibilità di vedere i propri nipoti, nemmeno per il pranzo domenicale, la possibilità di vedere qualcuno dei figli nell’arco della settimana, per scambiare due parole.

Gli ospedali sono pieni all’inverosimile di malati febbricitanti, intubati, impossibilitati a respirare; le chiese sono piene di fedeli dentro le loro bare che aspettano la sepoltura, le case sono piene di famiglie, di persone sole, di coppie che si spera non debbano scoppiare proprio adesso che la situazione è già tanto brutta.

L’ordine è stato di restare in casa e a casa deve restare anche chi è in compagnia di un partner violento o di un genitore violento.

La casa che per alcuni era sinonimo di nido d’amore, per altri è diventata prigione, nido di violenza se non addirittura di morte per tutti coloro che si trovano a condividerla col parente deceduto aspettando gli addetti alle pompe funebri.

Sembra che non ci sia nessuna nota positiva, nessuna nota di colore che non sia il nero del lutto e il bianco dei camici in ospedale. Invece da un’altra ala dello stesso ospedale si sente un vagito, in quell’ala dell’edificio c’è chi vuole assolutamente venire al mondo, chi vuole vivere la propria vita, vedere con i propri occhi come è fatta la sabbia, qual è il colore del mare e se davvero rispecchia il cielo. C’è chi un giorno vorrà viaggiare, vorrà conoscere altri popoli e altre culture, c’è chi vorrà salvare vite umane e chi per quelle vite vorrà suonare sinfonie indimenticabili, c’è chi un giorno dipingerà su una tela tutto l’amore che vedrà intorno a sé e chi lascerà in suo ricordo statue che sembreranno raccontarci le favole scritte da chi, nelle parole, ha trovato linfa vitale.

In quell’ala dell’ospedale c’è chi si attacca alla vita succhiando il latte da un seno gonfio di nutrimento.

La vita c’è, è un po’ più in là, ma c’è, c’è ancora.

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