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Annamo a pijà er gelato? La lingua italiana di Zerocalcare

La graphic novel animata su Netflix e il ruolo del romanesco spiegato a chi apprende l'italiano come seconda lingua

Se siete stranieri e volete imparare bene l’italiano, dovrete prima o poi fare i conti col “dialetto” di Roma. Zerocalcare è disponibile anche su Netflix americano ed è un’occasione utile e divertente per unire l’esercizio linguistico alla comprensione culturale dell’Italia di oggi. Attenti alle parolacce però.

“Leo, capisci tutto quello che dicono?”

“Sì”

Ho guardato “Strappare lungo i bordi” (Tear along the dotted line) su Netflix insieme a mio figlio Leo nei giorni scorsi. Conosco Zerocalcare da anni, da quando abitavo ancora a Roma, cioè da quando era ancora un fenomeno abbastanza di nicchia. 

Mentirei se dicessi che l’ho sempre apprezzato. L’ho sempre trovato molto, troppo “romano”. Troppo romano a partire dalla lingua, quel romanesco popolare che si porta dietro le parolacce come se fossero un intercalare. Ma troppo romano anche nell’atteggiamento: l’ignavia elevata a filosofia esistenziale e, quindi, fondamentalmente giustificata, se non persino tramutata in merito, in pratica il fondamento ideologico del “chi te lo fa fare”. L’essenza di tutto ciò che va male a Roma, si potrebbe quasi dire.

Il protagonista con l’amica Alice

Mi sono sempre chiesto se quello di Zerocalcare non fosse un messaggio sbagliato per i giovani, che poi mi portava a chiedermi chi sia mai io per dovermi accollare l’approvazione di quale messaggio diretto ai giovani sia giusto o no, se non fosse che poi un giorno ci si trova a essere padri di un adolescente e qualche cacchio di decisione sull’educazione da impartire al figlio tocca prenderla pure a me e… azz… che disastro di frasi accatastate. Ecco, mi è presa la zerocalcarite pure a me.

Cosa mi ha spinto a guardare la serie creata da Michele Rech, in arte Zerocalcare, insieme a mio figlio allora?

Mio figlio sta crescendo culturalmente in USA, e se dieci anni fa all’arrivo qui mi chiedevo quanto sarebbe stato difficile per lui integrarsi nella società americana, ben presto mi sono accorto che il problema era di segno opposto: come fare in modo che Leo non si staccasse totalmente dalla lingua e dalla cultura italiana. Non avendo accesso ad una scuola italiana sufficientemente vicino a dove viviamo, si è trattato di una sfida notevole che ho affrontato improvvisandomi io stesso insegnante, diventando un pò linguista e arrivando a comprendere alcune cose su come si insegna l’italiano a chi non vive in Italia.  Se insegnare a mio figlio la sua madrelingua come si fa con gli stranieri non avrebbe avuto senso (in casa parliamo italiano!), mi sono reso conto che applicare l’approccio delle scuole italiane non sarebbe stato fruttuoso per altri motivi che ora spiego.

Probabilmente la cosa non vi è mai stata presentata in questo modo, ma la scuola italiana non insegna propriamente l’italiano tout court ai suoi studenti. I ragazzi vivono in Italia e l’italiano già lo parlano il primo giorno che mettono piede dentro una scuola. Oltre ad un lessico più ampio e alla capacità di comprendere meglio testi complessi, l’insegnamento dell’italiano nelle scuole mira ad una “norma dotta” che rappresenta l’italiano di registro alto. In un certo senso, nelle scuole italiane si apprende una “variazione linguistica”, un registro alto che i ragazzi dovranno padroneggiare in futuro per dimostrare il loro livello di istruzione a chi li ascolta e a chi li legge (che poi magari uno si è laureato in Lettere ma è ancora disoccupato a due anni di distanza, ma non fatemi cadere precocemente nello zerocalcarismo anche me).

L’armadillo rappresenta la coscienza del protagonista.

Per le lezioni di Leo ho finito per elaborare strategie ad-hoc. Ad esempio, ho dovuto spiegargli le regole vere del congiuntivo italiano per  farglielo riconoscere e per usarlo in modo “diafasicamente corretto” nei suoi scritti (e anche nel parlato). Ho creato degli esercizi specifici per usare ‘essere’ come ausiliare quando serve (diceva “ho andato” per interferenza dell’inglese “I have gone“), per le diverse forme delle frasi ipotetiche (incluse quelle colloquiali, quelle con l’indicativo imperfetto al posto di congiuntivo e condizionale per intenderci, “Se lo sapevo non ci andavo”), per l’uso dell’allocutivo Lei e per molte altre cose. Gli ho spiegato le variazioni linguistiche e, in particolare, come il sapersi esprimere in italiano formale rappresenti una specie di “bilinguismo interno” in cui nessuna parola comune può più essere usata, ma occorre adoperare al suo posto un sinonimo “colto” (un vezzo italiano da non imitare ma che occorre essere in grado di riconoscere se si vuole essere parte integrante della società italiana).

“Strappare lungo i bordi”, graphic novel animata di Zerocalcare disponibile su Netflix italiano e USA

In questo contesto, l’italiano dotto è anch’esso una variazione dell’italiano, così come lo è, anche se all’altro estremo, la lingua italiana parlata, che spesso subisce influenze regionali. Tra madrelingua, ci si aspetta che un altro italiano riconosca, e se richiesto sappia anche utilizzare, questi diversi registri. Per questo le lezioni di italiano con Leo nel weekend spaziano a volte anche su esempi di lingua viva che non troverebbero spazio in un corso di italiano standard né per italofoni né per stranieri.

Il romanesco non è un dialetto

La lunga premessa è stata necessaria per spiegare che il “dialetto romanesco”, o semplicemente “il romano” come lo chiamano a Roma, non può essere propriamente definito un dialetto, dal momento che la parlata romana viene intesa da tutti in tutta la penisola senza bisogno di particolari spiegazioni (storicamente il romanesco è un varietà del toscano formatosi a partire dal ‘500). Nella pratica, trovo un’analogia tra il romanesco e l’ebonics“il dialetto degli afro-americani”, che tutti i madrelingua statunitensi, bianchi compresi, comprendono pur senza usarlo attivamente (che poi non è proprio così: espressioni e costrutti dell’African-American Vernacular English hanno finito per essere inglese-americano standard, un pò come espressioni romanesche si sono fatte strada prima nel substandard, poi nel neostandard e poi nello standard italiano vero e proprio). 

La stessa cosa non può essere detta del napoletano, e neppure del milanese, dei dialetti siciliani o di quelli calabresi, giusto a volerne nominare qualcuno a caso. Ad eccezione di quelli che sono riusciti a schivare la scuola dell’obbligo per una vita, nessun parlante italiano usa più il proprio dialetto al di fuori della zona di appartenenza, a meno di non essere alla ricerca di buffi effetti comici. 

Il romano non è un dialetto, è un italiano regionale. Visto il prestigio che una capitale per sua natura esercita sul resto del paese, si tratta a tutti gli effetti di una varietà geografica (diatopica, direbbero i linguisti) dell’italiano. In quanto tale, Leo deve conoscerlo, o quantomeno riconoscerlo, quando lo sente. Così come occorre maneggiare la norma dotta di registro alto, conoscere la lingua significa sapersi orientare anche nei registri più vicini alla lingua parlata. E allora qual’è il modo migliore per impratichirsi col romanesco? La serie TV di Zerocalcare è cascata a pennello.

Nei suoi fumetti Zerocalcare miscela abilmente italiano e romanesco causandomi viva e vibrante soddisfazione per il “qual’è” apostrofato.

Cintura nera di come si schiva la vita 

E adesso la parte più difficile. Le lingue vanno sempre a braccetto con le culture che le hanno prodotte e questo vale assolutamente per l’italiano. Zerocalcare fa sua una filosofia di vita un pò italiana e mooolto romana di sfiducia nel sistema, una convinzione profonda che le cose non possano cambiare e anche se cambiassero alla fine il nostro sforzo si rivelerà tempo perso. Chiamiamola pure una disillusione cosmica che attanaglia gli italiani fin dal giorno in cui provano a fargli imparare a memoria la poesia (si fa per dire) della “Spigolatrice di Sapri” alle elementari. Non a caso la lingua di Dante annovera due parole di difficile traduzione in inglese: Boh! e Mah! 

Se qualcuno lo ritiene utile, si cimenti pure nella ricerca di motivi storici dietro a questo (“È perché l’Italia è stata divisa da sempre in staterelli e dilaniata da lotte intestine!”), ma in nessuna altra lingua esistono due parole che nello spazio di una singola sillaba ciascuna condensano il senso di secoli di storia vissuta di un popolo. Per i non madrelingua che mi leggono: Boh significa “Non lo so”, “Non ne ho la più pallida idea”, “Non capisco neanche come ti sia potuto venire in mente che io potessi avere informazioni su questa cosa”. Mah significa “Sono perplesso”, “Registro che tu ti senti sicuro del fatto tuo, ma io non mi sogno neanche di unirmi a te in questa tua sicumera”.

Ecco, questa Weltanschauung, questa visione nichilista del mondo, questa disillusione cosmica tutta italica, Zerocalcare la porta all’estremo. Tutto è resa incondizionata. Non proviamoci neanche tanto sappiamo già che non serve. Attenti che ora spoilero, ma solo un modicum. In un episodio, Zero si lascia sfuggire l’occasione di baciare Alice, l’unica ragazza con cui abbia mai veramente trovato una connessione mentale e spirituale, per paura che ne nasca una relazione che si tramuterebbe poi in “un accollo” (un impegno). L’armadillo, un personaggio che rappresenta la coscienza del protagonista (un’idea mutuata da Calvin e Hobbes, sospetto), interviene spesso a sorpresa, a volte spingendo Zero a fare cose, e a volte bloccandolo.  

Sei cintura nera di come si schiva la vita” – dice l’armadillo – un titolo che per il protagonista vale come una medaglia conquistata sul campo. 

Zero com gli amici di una vita Sarah e Secco, quello che con la proposta del gelato prova sempre a cavarsi d’impiccio.

Oppure vogliamo parlare di “Annamo a pijà er gelato?” (Andiamo a prenderci il gelato?), un altro dei leitmotiv della serie che Secco (uno degli amici di sempre del protagonista insieme a Sarah) sfodera come reazione emotiva anche nei momenti che richiederebbero serietà e coinvolgimento, emblema di una generazione che, in fondo, di credere a qualcosa… ma chi glielo fa fare?

Se guardo la cosa da americano mi inquieto un pò. Ma non va bene. Che cacchio fai? Non puoi afflosciarti così! Alza le chiappe e fai qualcosa di concreto nella tua vita. Trovati un hobby, un progetto, un’ambizione, tutto quello che ti pare, ma non rimanere lì a piangerti addosso. Sali a bordo, cazzo!

Se la penso da italiano però la situazione non è così semplice. Il lavoro per i giovani oggi non c’è e quel poco che c’è, è mal pagato e rischia di fregarglielo l’automazione. E se poi anche andassero a lavorare gli zericalcare di oggi, qual’è l’obiettivo finale? Sgobbare per una paga inadeguata a darci accesso al tenore di vita che la società dei consumi ci propina come obiettivo? Inquinare di più e accellerare il processo di distruzione dell’unico pianeta che abbiamo? Non facile dargli torto.

Insomma, anche per chi è cresciuto liberale e filo-americano come me, le idee liberali del secolo scorso non sono più così convincenti come lo erano ai miei tempi. Normale che i giovani siano confusi e depressi. Che alternative vere c’hanno?

Alla fine quella di Zerocalcare è una visione del mondo con cui magari non si è d’accordo, ma che può essere difesa con alcune buone ragioni. Da questo punto di vista Zerocalcare si fa portavoce delle istanze dei giovani italiani, e forse anche dei giovani europei. L’autore parla ai giovani solo perché quei giovani sono disposti ad ascoltare chi offre una visione della vita in cui, fondamentalmente, si riconoscono, altrimenti, molto semplicemente, ascolterebbero altri.

E se un americano medio può trovare tutto questo atteggiamento rinunciatario incomprensibile e persino un pò patetico, lo straniero che studia la lingua italiana dovrebbe invece guardare la serie con attenzione e interesse, sforzandosi di comprendere cosa c’è dietro, consapevole che mentalità, lingua, cultura e società sono indissolubilmente legate tra loro; e questo vale sia per l’italiano così come per ogni altro idioma che decidessero di studiare.

Le parolacce

Proporre questa serie TV ai colleghi expat come strumento educativo per i propri figli può essere fatto solo mettendo tutti al corrente di una controindicazione. “Strappare lungo i bordi” fa un uso molto abbondante del turpiloquio, che i personaggi usano con noncalanza a ogni piè sospinto. I “non me ne frega un cazzo” sono all’ordine del giorno. Se siete stranieri, fate molta attenzione. Sapete anche voi che nei film e nelle serie TV americane shit, fuck, fuck that fucking shit e simili sono la norma. Eppure queste espressioni vengono riscontrate nella vita reale di un anglofono assai più raramente. Alla stessa stregua, le parolacce di Zerocalcare non sono “reali”, ma servono per drammatizzare. Se siete stranieri, qui mi sento di dare il consiglio di uno che conosce parolacce in varie lingue: il turpiloquio in italiano non usatelo proprio. Se qualche volta la parolaccia in bocca a un non nativofono ha effetti divertenti, nella maggior parte delle altre occasioni rischia di farvi apparire stupidi. Trattatele come parole radioattive quelle: statene alla larga. Il loro shocking power potrebbe sfuggirvi di mano. Solo i madrelingua hanno il controllo della “variazione diacoprica” (e spesso fanno figuracce anche loro).

Concludendo

Ho seguito un pò il dibattito sui giornali italiani e sui social intorno al lavoro di Zerocalcare per Netflix, incluse le polemiche sull’uso del romanesco da parte dell’autore. Alcuni arrivano a negargli il titolo di scrittore, ma questo non è accettabile: chiunque pubblichi opere letterarie in una determinata lingua è per definizione scrittore, e questo diventa inoppugnabile se a leggere sono centinaia di migliaia di fan giovani e meno giovani. Se Zerocalcare ha un folto pubblico significa che con il suo lavoro è parte integrante del panorama culturale italiano contemporaneo. Sminuirne l’importanza senza validi motivi significa far proprio un atteggiamento elitario e vagamente antidemocratico che non condivido. In fondo i giovani d’oggi saranno qui quando noi non ci saremo più e avranno per definizione ragione loro.

Dal canto mio, mi approprio di una massima che ho letto una volta su Twitter: 

Non mi fido di nessuno che ha più di trent’anni.

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