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Il flauto magico di Ginevra Petrucci alla Chamber Orchestra di New York

Intervista alla giovane flautista, classe 1989 di origini romane, che ha studiato a Parigi, Roma e Yale

"Se c’è una cosa che New York mi ha insegnato è che il futuro può riservare qualsiasi tipo di sorpresa, e che un momento apparentemente insignificante può finire per cambiarti la vita"

Avere la musica nel dna, questo è il caso di Ginevra Petrucci, non ancora trentenne, che con lo studio e la passione ha una preparazione ed una determinazione da professionista.
Nata nel 1989 a Roma è stata definita dalla stampa italiana “uno dei più interessanti talenti della nuova generazione” e lodata dalla rivista americana The Flutist Quarterly per il suo “bel fraseggio, brillante virtuosismo e legato degno di un grande cantante”.
Nella sua giovane vita si è esibita in prestigiose sale da concerto in Europa (Santa Cecilia e Villa Medici, Roma; Teatro La Fenice, Venezia; Sala Maffeiana, Verona; Villa Pignatelli, Napoli; Salle Cortot, Parigi; Accademia Liszt, Budapest; Accademia Chopin, Varsavia; Royal Conservatory of Music, Dublino), America (Carnegie Hall, New York; Kennedy Center, Washington D.C.), Giappone (Ohji Hall, Tokyo), Cina, Sud America e Medio Oriente.
A oggi è Primo Flauto della Chamber Orchestra of New York. La voce di New York l’ha intervistata.

Come è nata la tua passione per la musica?
“Il mio percorso musicale è sorto spontaneamente in un ambito di condivisione familiare. Essendo figlia e nipote di musicisti, sono cresciuta con la musica in casa. Ho ricordi precocissimi dei miei genitori – mamma pianista e papà flautista – che suonavano insieme, e di mio nonno, flautista anch’egli, che si sedeva con me per suonarmi piccole melodie. Mi si racconta che ancor prima di camminare ascoltavo i dischi di musica classica che risuonavano in casa e “dirigevo” a tempo con le mie piccole dita. Quando anni dopo è giunto il mio momento di prendere in mano uno strumento, il passo è stato naturale. Un giorno quando avevo 9 anni mio padre mi chiese se volessi provare a suonare il flauto, ed ho un ricordo nitidissimo di quell’ora in cui mi introdusse allo strumento per la prima volta. Mi parve un momento naturale e divertente, ma non sapevo ancora che quel pomeriggio mi avrebbe cambiato la vita”.

GInevra NYC

Quando hai capito che sarebbe diventata la tua professione?
“La realizzazione che la musica sarebbe stata parte integrante della mia vita e della mia carriera arrivò alcuni anni più tardi. Grazie alla presenza costante in casa della figura del padre/maestro i miei studi musicali avanzarono molto in fretta: entrai al Conservatorio Santa Cecilia a 11 anni, per diplomarmi a 16. La vera vocazione per la Musica mi giunse nel mezzo di questi anni formativi, grazie all’esposizione ad un certo repertorio orchestrale che assunse per me i connotati di una vera e propria “rivelazione”. I miei studi strumentali precedettero di diversi anni la consapevolezza, giuntami con un’illuminazione subitanea, che la mia vita sarebbe stata dedicata alla Musica.

Qualcuno ti ha ispirato in modo particolare?
“Le mie ispirazioni maggiori sono provenute da influenze culturali assai eterogenee. Soprattutto nei miei anni parigini, fra i 17 e i 19 anni, ho vissuto un periodo di immersione totale nello studio della Musica e della Filosofia, affiancato dalla lettura insaziabile di centinaia di libri, dall’assorbimento quotidiano di arte e storia che per una ragazza giovane, per la prima volta sola e indipendente all’estero, non potevano che determinare un’ispirazione destinata a influenzare una vita intera. Furono quelli gli anni che mi piace definire leopardianamente di “studio matto e disperatissimo” che definirono il mio orizzonte culturale e di conseguenza ispirarono il mio essere musicista. Spesso l’ispirazione giunge da direzioni inaspettate, e un Lev Myškin o una Albertine possono indirizzare la crescita di un pensiero più di tante presenze reali. Rimanendo nell’ambito del tangibile, l’ispirazione ricevuta dalle innumerevoli personalità musicali conosciute a Parigi in quegli anni di fervido coinvolgimento è stata assolutamente determinante, offrendosi come conseguenza diretta del panorama familiare che già dai miei esordi si era posto come incalzante fonte di ispirazione”.

Un giovane con le tue stesse ambizioni che qualità deve avere per arrivare ad affermarsi?
“Curiosità intellettuale, forte consapevolezza di sé, capacità di valutarsi con estrema obbiettività e una forte attitudine al successo, che è frutto di positività, resilienza, equilibrio personale e volontà di mettersi in gioco senza accontentarsi. Alla mia generazione di professionisti è richiesta una grande flessibilità mentale, creatività e volontà di auto-affermazione, oltre chiaramente ad un talento in grado di differenziarsi nell’ambiente che offre sfide di livello sempre crescente.

Hai studiato in diverse realtà internazionali? Quali differenze hai notato?

“I miei studi sono iniziati al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, per proseguire all’École Normale “Alfred Cortot” di Parigi e l’Università di Yale negli Stati Uniti. Mondi accademici e culturali completamente diversi che hanno contribuito a valorizzare il mio percorso con esperienze fortemente complementari. In realtà profondamente radicate nella storia come quelle di Roma e Parigi, l’onnipresente riferimento alla “tradizione” può essere sia una ricchezza che un basto. Negli Stati Uniti lo sguardo è sempre, costantemente rivolto all’influenza del presente nel futuro, e se ciò spesso è manchevole di contestualizzazione storica, offre tuttavia una propulsione assai energica verso il domani che in ambiente europeo non è altrettanto urgente. A Roma e a Parigi ho introitato le sottigliezze degli stili musicali storici, assorbendo la volontà dei compositori tramite lignaggi generazionali diretti ed esposizione agli ambienti artistici da essi discendenti; in America ho appreso l’importanza dell’arte sul mondo contemporaneo, come tramite il linguaggio artistico sia possibile avere un concreto impatto sulla società, e come agendo tramite l’arte di oggi si possano gettare le fondamenta del mondo di domani. Mi considero fortemente privilegiata per aver avuto l’opportunità di conoscere entrambi questi mondi tanto a fondo, e di poter combinare il meglio di entrambi nella mia personale esperienza artistica.

Arrivando a New York, come ti trovi nell’ambiente lavorativo?
“New York offre il mondo intero concentrato in un’isola. La quantità di opportunità che offre a chi ha talento e spirito imprenditoriale è impareggiabile. La mia esperienza in città mi ha mostrato che, nonostante il surplus di offerta, lo spazio per chi merita c’è, il merito viene riconosciuto e il riconoscimento si concretizza in successo lavorativo. È una città in cui bisogna correre costantemente (in senso letterale e figurato!), ma che dà molto a chi molto offre. La competitività è alta e spietata, ma se si trova la chiave del sistema e si ha l’attitudine a sostenere i livelli di preparazione e di tensione che questo ambiente richiede, i risultati sono ben maggiori di quelli ai quali si possa aspirare altrove. Ogni giorno porta un dubbio e un’opportunità: non è per tutti, ma per chi ama questo stile di vita non c’è nulla di più stimolante”.

Quante ore al giorno dedichi allo studio e alla pratica dello strumento?
“Giunti a un livello altamente professionale e ad una carriera costantemente impegnata, gran parte dello studio si fa con la testa più che con le dita. Naturalmente la costanza nel dedicarsi al mantenimento e al perfezionamento della propria arte è cruciale, ma molto avanzamento artistico si ottiene dal pensare alla musica, dall’esposizione a stimoli esterni e dal conseguente sviluppo di questi in relazione con la nostra professionalità, e infine dalle realtà quotidiane che, seppur extra-musicali, hanno la capacità di offrire ispirazione, impulso e arricchimento”.

Foto di Maurizio Sabatini

Cosa ami e cosa odi di questa città?
“Ho amato New York fin da bambina, fin da quando, prima di visitarla, guardavo senza sosta un documentario sulla città che i miei genitori avevano in VHS e che mi affascinava ogni volta di più. La prima volta che visitai New York avevo 8 anni, e ricordo nitidamente la meraviglia che provai nel percorrere le sue strade per la prima volta. In quell’occasione, mio padre mi diede qualche moneta e mi disse di andare da sola al diner dell’angolo, sulla 58th, per comprare una tazza di caffè e riportarla a loro. Avevamo tutti il cuore in gola – io per quel senso di estasi di libertà che un piccolo compito dà a un bambino, e loro per quei 5 minuti in cui mi avrebbero affidata alla metropoli, saldi solo nella loro fiducia in me e nella volontà di instillare in me un senso di sana indipendenza. Tornai raggiante in albergo con le mie monetine di resto in tasca e la prima di innumerevoli tazze di caffè che avrei preso a New York nella vita a venire. Amavo già la città e l’energia che mi dava passeggiare fra i suoi grattacieli, e con quel caffè comprato da sola, coadiuvato dal mio piccolo inglese imparato alle elementari, mi sentivo già newyorkese. Nei decenni a seguire, il magnetismo di questa città mi ha sempre attratta senza mai allentare la presa e il desiderio di vivere qui ha continuato a bruciare sotto le ceneri. Due anni fa, mentre ero in città per lavoro ma abitavo ancora in Italia, una serie di coincidenze incredibili – questione di autobus persi, di decisioni prese sul momento, di una porta piuttosto che un’altra, di minuti e di centimetri, di richieste d’impeto fatte alla vita e di risposte di Lei altrettanto impetuose – mi hanno spalancato l’opportunità di vivere qui, inaspettatamente, ma esattamente nel momento in cui mi era divenuto necessario. Ho fatto la scelta più radicale della mia vita senza guardarmi alle spalle per un istante, e ora sono qui – newyorkese d’elezione, realizzata e profondamente felice. E ogni volta che alzo lo sguardo ai grattacieli, che attraverso la strada e vedo le avenues estendersi fino all’orizzonte, che prendo un caffè al diner dell’angolo mi ricordo dell’euforia di quel pomeriggio di venti anni fa in cui assaggiai il primo morso di questa folle libertà che ancora oggi mi travolge ogni giorno”.

Cosa ti aspetti dal futuro?
“Se c’è una cosa che New York mi ha insegnato è che il futuro può riservare qualsiasi tipo di sorpresa, e che un momento apparentemente insignificante può finire per cambiarti la vita. Qui sento di poter lavorare costruttivamente per espletare al meglio le mie aspirazioni artistiche e per migliorare me stessa grazie agli stimoli continui che la vitalità di questo ambiente mi offre. C’è molto che ho ottenuto, e moltissimo altro che desidero ottenere. L’energia che questa città mi dà risulta in me in una determinazione inarrestabile. La mia gioia e soddisfazione è nel percorso eccitante che sto costruendo qui di giorno in giorno. Se mi conosco abbastanza bene, so che non arriverò facilmente a un punto di totale soddisfazione in cui non ci sarà altro da desiderare. New York rispecchia così questo mio perpetuo presente di libertà”.

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