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Alessandra Salerno, da The Voice a New York con la musica nel sangue

Enfant prodige del canto e vincitrice morale di The Voice of Italy 2015, la cantante palermitana ci racconta i suoi concerti newyorkesi e tanto altro

Alessandra Salerno.

"L’America è una tappa fondamentale perchè musicalmente è aperta alle sperimentazioni, alla fusione di generi diversi. Percepisco che New York ci sta mandando delle influenze di ritorno al passato, in particolare alla  musica degli anni Novanta. Palermo mi ha arricchito culturalmente ma noi artisti del Sud, nonostante la cultura, il talento, abbiamo ancora difficoltà ad emergere in senso artistico"

Dietro quella folta chioma rossa e l’incarnato latteo che rimanda ai colori delle donne irlandesi o alle fanciulle di Botticelli, si nasconde una “black voice”, piena, corposa, intensa, che ci ricorda subito le grandi cantanti jazz, soul, americane. Alessandra Salerno, musicista, cantante, compositrice e fashion designer palermitana, si è fatta conoscere al gande pubblico italiano grazie alle sua partecipazione al talent The Voice.

Dichiarata la vincitrice morale di quella edizione, incantò la giuria suonando la sua autoharp, lo strumendo di cui oggi è ambasciatrice internazionale. La sua è la storia di un enfant prodige del canto. Già a soli quattro anni ascoltava jazz e a otto anni cantava nel coro della scuola come solista. Arrivano poi gli anni della gavetta, gli studi in pianoforte al Conservatorio di Palermo, il diploma all’Accademia di Belle arti in Fashion design, le collaborazioni e i festival. Fino alle esibizioni oltreoceano, da dove Alessandra è appena rientrata per una tappa a New York dove si è esibita segnando il suo ritorno alle radici jazz e blues.

In attesa dell’uscita del suo nuovo album, Alessandra si prepara ai suoi appuntamenti musicali in Italia e ci racconta della sua recente esperienza oltreoceano.

L’America è una tappa fondamentale perchè musicalmente è aperta alle sperimentazioni, alla fusione di generi diversi. Percepisco che New York ci sta mandando delle influenze di ritorno al passato, in particolare alla  musica degli anni Novanta. Palermo mi ha arricchito culturalmente ma noi artisti del Sud, nonostante la cultura, il talento, abbiamo ancora difficoltà ad emergere in senso artistico.

Sei reduce da un’esperienza newyorchese che ha visto esibirti in tre concerti molto interessanti insieme ad altre musiciste. Vuoi raccontarci come è andata?
“È stata un’esperienza incredibile, sia per l’atmosfera unica, tipica di New York, che per lo scambio musicale e il confronto con musiciste come Marta Sanchez e Janet Lee con le quali mi sono esibita al The Bitter End, in un concerto in cui la commistione di generi ha creato una bella sinergia musicale e uno scambio umano interessante. Marta è una pianista jazz con background nella musica  legata al flamenco, Janet Lee è invece una violoncellista classica. Altra bellissima esperienza è stata la mia esibizione organizzata dall’associazione Sofar e quella in una chiesa di Harlem durante una messa gospel. A New York, è stato ancora una volta emozionante il mio omaggio a Rosa Balistreri, con l’ormai celebre versione in inglese di Cu ti lu dissi scritta da Marcello Mandreucci”.

Sia durante il tuo concerto nel palco del Santa Cecilia di Palermo che a New York hai parlato di ritorno alle tue radici musicali.
“Proprio così. Il filo conduttore è il blues, il jazz, il folk, tutti generi che hanno caratterizzato la musica delle mie origini, quella con cui riesco ad esprimere meglio la mia anima. Le mie radici affondano nel jazz, nel blues e poi quando ho iniziato a scrivere era forte in me l’amore per la musica folk americana ma anche siciliana, il folk in generale, e mi sono ritrovata a scrivere in quelle corde e atmosfere folk. Una scrittura musicale che però ha sempre lasciato spazio alla mia impronta personale. In questo momento, sento molto forte il mio ritorno al blues e nel mio futuro, le atmosfere di fondo saranno bluesy, andranno su un alternative soul folk, pop , su questo nuovo modo di fare blues”.

L’America è musicalmente una tappa indispensabile o più un sogno?
“Entrambe sicuramente, anche se oggi per la mia professione è un’esperienza fondamentale. Una tappa indispensabile perchè l’America è musicalmente aperta alle sperimentazioni, alla fusione di generi diversi. Per me, è fondamentale perchè voci come la mia vengono proprio da quel background americano. Il sogno non deve restare solo tale. Nella mia esperienza personale americana stanno accadendo cose molto interessanti, si stanno concretizzando molti progetti, c’è in riconoscimento vero e proprio del pubblico americano nei confronti della mia musica. E non è neanche più di tanto un caso che il mio ultimo singolo Faith within your hands, è prodotto da un americano di origine italiana, Fabrizio Sotti, lo stesso produttore di alcuni artisti come Shaggy, Jennifer Lopez”.

Hai debuttato a 8 anni e hai sempre detto che è stata la musica a scoprirti, hai detto tu. Come è stato crescere Alessandra Salerno a Palermo e affermarsi in questo campo?
“È stata la musica a scoprirmi perchè l’ho sempre vista come qualcosa di molto naturale, che mi apparteneva da sempre. Avevo quattro anni quando ascoltavo jazz senza sapere neanche cosa fosse, guardavo la pantera rosa solo perchè non vedevo l’ora di ascoltare la sigla. Poi ho cominciato a cantare  Lucio Dalla, Pavarotti, ed avevo solo otto anni. Sono diventata la solista del coro della mia scuola e da quel momento non mi sono più fermata. Ho studiato pianoforte al conservatorio e mi sono fatta affiancare negli anni da un vocal coach. A Palermo ho fatto tanta gavetta nei club,  da lì mi sono mossa per partecipare ai vari festival e ho iniziato alcune collaborazioni importanti. Poi è arrivata la mia partecipazione a The Voice e il mio debutto sulla scena americana.

Palermo è la città che mi ha formato culturalmente, personalmente, che mi ha dato sicuramente delle opportunità . E sono riuscita a vivere in maniera dignitosa a Palermo da musicista. Certamente, con il mio tipo di voce black, se fossi stata inglese o americana avrei bruciato ogni tappa  molto più velocemente. Resta il fatto che venire da certe zone del mondo musicalmente “periferiche” ti penalizza in termini di tempi e di opportunità. Io già a 15 anni facevo jingle nelle radio locali ma alla stessa età Joss Stone debuttava dall’altra parte del mondo. Quindi Palermo mi ha sì arricchito culturalmente ma noi artisti del Sud, nonostante la cultura, il talento, abbiamo difficoltà ad emergere in senso artistico”.

Abbiamo parlato di  Rosa Balistreri,  le cui canzoni cantavi sin da bambina. Qual è il filo che lega un’artista come la Balistreri a una voce black di una cantante americana come Aretha Franklin o Ella Fitzgerald?
“Sono musicalmente nata con Rosa Balistreri, perchè  a otto anni  cantavo già le sue canzoni in giro per i teatri,  e oggi mi piace omaggiarla con il suo brano Cu ti lu dissi. Tra lei e le voci americane black, come Etta James, Billie Holiday, trovo in comune la radice della sofferenza. Le cantanti hanno sempre qualcosa di speciale da raccontare, soprattutto le donne del passato, che si trovavano in condizioni femminili difficili, dove i sogni dovevano convivere con povertà e sofferenza. Ma proprio da quelle condizioni estreme nasceva il  sogno del riscatto, l’urgenza di esprimersi con il canto, con la musica. Nelle ballad intrise di poetica e nostalgia, trovo il nesso tra il blues americano e il folk siciliano”.

Sei stata la vincitrice morale di The Voice 2015. Che valori assegni ai talent show e come vedi la musica oggi ai tempi di Itunes?
“È difficile affermarsi semplicemente partecipando ad un talent show se non si ha un progetto solido e a lunga durata. I talent hanno il vantaggio di essere una vetrina e di dare visibilità in quel momento ma una volta spenti i riflettori ci si dimentica dei partecipanti. E’ un meccanismo  schiacciante che ti osanna, ti butta in prima pagina ma che poi si dimentica di te, non ti segue, incoraggia, guida, nella fase successiva alla partecipazione quando inizia il vero e proprio percorso. Per questo, io consiglio di utilizzare la partecipazione come vetrina pubblicitaria e soprattutto di avere pronto un progetto importante e consistente. Bisogna essere psicologicamente preparati prima di affacciarsi al mondo dei talent: sono esperienze che non ti cambiano la vita se non si ha una progettualità.

Per quanto riguarda la musica, oggi viviamo un momento drammatico perchè non si comprano più dischi, non si producono più supporti, il vinile è tornato di moda ma è molto di nicchia. Si sta perdendo il valore dell’oggetto, e l’oggetto per il musicista è importante. I tunes non aiuta assolutamente perchè bypassa alcuni artisti in quanto basta un abbonamento per ascoltare tutta la musica che si vuole. Nella dimensione digitale non si vende più e gli stream non bastano a creare il reddito del musicista. I live show non sono abbastanza per garantire il futuro  anche economico dei musicisti”.

Alessandra Salerno è anche fashion designer. Hai messo da parte questa carriera?
“In questo momento è in stand by ma per me è stata una vera e propria carriera. Non solo ho creato i miei outfit ma anche quelli di gruppi come I Tiromancino. La musica e la moda, sono due cose che richiedono un grande focus e non possono essere fatte insieme. Ma la Alessandra stilista tornerà…”.

Quali sono i  luoghi a New York per un vero e proprio tour della musica fuori dai soliti circuiti?
Smalls jazz club anche se turistico.  Consiglio  anche di seguire Sofar perchè organizzano concerti in luoghi segreti mettendo insieme artisti di grande livello. Il classico Lincoln Center, Brooklyn Bowl a Brooklyn, un posto unico dove si gioca a bowling ma che diventa sala concerto con musica interessante”.

New York è sempre la città da dove parte ogni tipo di cambiamento. In termini musicali, cosa sta emergendo a New York in questo momento?
“Percepisco che New York ci sta mandando delle influenze di ritorno al passato, in particolare alla  musica degli anni Novanta,  all’ R’n’B, che io amo ,  rappresentata da artisti come Lauryn Hill”.

Stai lavorando al tuo prossimo album. Vuoi anticiparci qualcosa?
“È un album che musicalmente segna il mio ritorno alle radici blues, folk, jazz di cui parlavo prima e che in qualche modo collega Milano, Palermo, New York, tre città  per me importanti, per diversi motivi, dove ho lavorato e continuo a lavorare. Ci saranno canzoni in italiano, altre in inglese, ed alcuni brani sono prodotti da Fabrizio Sotti”.

Sei ambasciatrice internazionale di uno strumento unico e atipico, l’autoharp. Come è nata questa passione?
“Dopo aver visto alcuni video dgli anni Cinquanta e Sessanta e soprattutto dopo aver visto, innamorandomene, June Carter e Jonnhy Cash suonare questo strumento.  Oggi, sono un endorser di D’Aigle, la più importante casa di produzione di questo strumento”.

Cosa ascolta Alessandra Salerno?
“Sono cresciuta con la musica americana, quella delle grandi voci femminili, il rock dei Led Zeppelin, la musica di  Lucio Dalla. Ogni giorno ascolto tantissima musica madipende da come mi sento e da come voglio sentirmi. Vado dalla lirica, la classica, il jazz, il pop, l’ R’n’B”.

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