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Quando Franco Battiato annunciò “L’era del Cinghiale Bianco” postmoderno

Quaranta anni fa usciva il disco del cantautore siciliano inaugurando quella nuova musica italiana che descriveva le trasformazioni in atto

Franco Battiato alla Highline Balloroom, New York. Foto: Tomas Fanutza

Franco Battiato alla Highline Balloroom, New York. Foto: Tomas Fanutza

Il messaggio di Battiato alla fine degli anni Settanta, è che l’identità sta andando in pezzi, non è più una, unica, monolitica, imposta dall’altro, dalle chiese, dalle ideologie, dai familismi più o meno amorali, dal Potere. L’identità è un patchwork, un mosaico, un insieme di frammenti

In questi giorni l’Italia riscopre L’era del Cinghiale Bianco di Franco Battiato, nel quarantennale della sua uscita (1979).

Quel disco, che pure non raggiunse picchi di vendite straordinari, inaugurò la stagione postmoderna, new wave e new age di Battiato, e per certi versi dell’intera musica italiana. Battiato veniva dalla musica sperimentale, ed era stato alla corte di Gaber: un po’ come Alan Sorrenti, aveva iniziato scrivendo musica difficile, pienamente calata nel clima di avanguardia spinta proprio di certe frange pop degli anni ’70.

Cosa c’è di straordinario nella svolta del Cinghiale? Tutto. La musica, innanzitutto: la forma-canzone, radiofonica, commercialmente spendibile. Il giro di chitarra elettrica, il ritmo. E’ la solita alternanza strofa-ritornello, ma lo si sente che c’è qualcosa di nuovo, nell’aria (anzi, d’antico).

Infatti, c’è anche il testo, e qui la novità è assoluta. Con Battiato finisce la stagione dei cantautori italiani, anche se continueranno ad incidere e a mietere successi per anni (alcuni, come De Gregori, fino ai giorni nostri). Finiscono cioè la canzone che racconta una storia, la poetica tardo-esistenzialista, i prestiti dai francesi (De Andrè), o dal Gozzano più malinconico (Guccini). Finisce l’impegno politico, anche se più tardi Battiato lancerà uno  strale spietato contro l’Italia berlusconiana (Inneres Auge).

Con cosa sostituisce tutto questo, il siciliano? Innanzitutto con l’esoterismo e l’esotismo, nelle sue canzoni strettamente legati.

I luoghi sono fondamentali. Non sono più l’Italia, ma non sono neanche, poniamo, l’America Latina. Gli alberghi di Battiato sono a Tunisi. Siamo in Africa (non quella nera), siamo nel Mediterraneo, siamo già in Medio Oriente, in Oriente. Siamo lontano. Ma siamo anche nel pieno delle vacanze estive, tanto per chiarire: cioè oltre i conflitti e le rivoluzioni, vere o presunte, oltre gli scontri di piazza e le BR, oltre persino i viaggi in autostop sulle orme di Kerouac, i sacchi a pelo e i chillum che passano di mano in mano. Siamo proiettati verso gli anni 80, anche se ancora non sappiamo bene che cosa saranno.

Mentre il temporale estivo scroscia, un uomo offre al compositore non delle proletarie MS, nemmeno delle costose Marlboro o Camel, ma delle sigarette turche. Chi ha fumato sigarette turche, nel 79, in Italia? Nessuno. Ma basta questo a creare un climax, un sentiment (come diremmo oggi) di vaga distanza, non ostile. Sigarette, un ponte gettato fra due sconosciuti. Funziona sempre. Funziona anche fra persone di culture diverse, sospese in un limbo turistico, vagamente aristocratico.

Spero che ritorni presto l’Era del Cinghiale Bianco.

Eccolo, l’ingresso della New Age. Avrebbe potuto cantare l’Età dell’Acquario, ma sarebbe stato, di nuovo, troppo hippy, troppo consolatorio. Battiato canta il nuovo esoterismo, che affonda le radici in autori come René Guénon. E dunque, eccola qui l’essenza della postmodernità: l’alto e il basso liberamente mescolati, la canzonetta da fischiettare in macchina e la teosofia, le trasmissioni in Tv (siamo agli albori della liberalizzazione, in Italia) e il misticismo gnostico, massonico, cristiano, indù, islamico.

I profumi nell’aria della sera sono non a caso indescrivibili, come quello che sta arrivando. i Sufi al posto dei Tupamaros, i Dervisci al posto degli squadristi. E in questa indescrivibile eccitazione, si possono saltare di pari passo le frontiere, si può switchare da una scena all’altra, da un luogo all’altro: nel penultimo verso siamo catapultati a Damasco, dove vediamo sfilare studenti vestiti tutti uguali.

La chiusa è storica: l’ombra della mia identità/mentre sedevo al cinema oppure in un bar.

L’identità, capite, sta andando in pezzi, non è più una, unica, monolitica, imposta dall’altro, dalle chiese, dalle ideologie, dai familismi più o meno amorali, dal Potere. L’identità è un patchwork, un mosaico, un insieme di frammenti (quelli con cui T.S. Eliot puntellava le sue rovine, prima di approdare alle consolazioni del battesimo?). L’identità è un’ombra che si allunga in un luogo di ombre, il cinema, oppure nel luogo meno epico possibile, un bar, perché, di nuovo, l’altro e il basso nel postmoderno si toccano, l’illuminazione non deve arrivare necessariamente in un tempio o in una sala da meditazione. Può coglierti ovunque, come un raggio che scocca, fra le nuvole, mentre sorseggi una bibita. E ti ferisce, gentilmente.

Spero che ritorni presto l’Era del Cinghiale bianco. Spero che ritorni presto l’Era del Cinghiale Bianco.

Ps: no, naturalmente. Il Cinghiale Bianco non è quello che si fa i selfie.

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